La respirazione ideale per il vigile del fuoco in intervento

 

Disclaimer: prima di cominciare desidero avvisare che le informazioni contenute in questo scritto non hanno alcuna pretesa di sostituirsi alle informazioni che possono essere date da un medico. Io non ho alcuna competenza medica. Le informazioni riportate sono il frutto degli anni di esperienza come formatore in ambito di protezione delle vie respiratorie e dei mie studi. Nella prima parte vi è una sintesi di come agisce il nostro organismo. A mio giudizio è utile avere una conoscenza di base dei fenomeni fisici. Questo perché permette di avere un approccio più pragmatico. Per quanti non sono invece interessati a ciò, possono saltare la prima parte ed andare direttamente all’ultimo paragrafo.

Quando si parla di respirazione nell’ambito della lotta agli incendi non è sempre facile reperire le giuste informazioni. Si trovano facilmente indicazioni generiche sull’argomento (alcune estremamente interessanti), ma con il difetto di fondo di non essere specifiche alle attività di soccorso. A questo punto ai più attenti potrà sorgere un dubbio. “Ma come, non è la stessa cosa respirare in aria aperta o con un apparecchio di protezione delle vie respiratorie (APVR)?” La risposta è no, non è la stessa cosa. O quanto meno se i processi fisiologici sono i medesimi non lo deve essere l’atteggiamento dell’utilizzatore. Sono tante le differenze tra il respirare con o senza un APVR. Quella che ha il maggiore impatto è sicuramente il fatto che si ha a disposizione una riserva d’aria limitata! Questa consapevolezza deve accompagnare il soccorritore costantemente.

Dobbiamo imparare a respirare con l’autorespiratore sfruttando ogni singolo litro di aria contenuto nella bombola e non semplicemente facendolo passare attraverso la valvola di esalazione della maschera.

Assodato quindi che ci sono delle differenze e che le dobbiamo tenere in considerazione, prendiamo in esame gli elementi principali dell’apparato respiratorio e soprattutto rispondiamo ad una domanda fondamentale: perché dobbiamo respirare?

Si deve respirare per fornire costantemente uno dei reagenti della reazione che è alla base della vita, la respirazione cellulare.

Qui troviamo la prima sorpresa, per respirazione abbiamo sempre inteso l’atto di introdurre aria all’interno del nostro organismo. Scopriamo invece che vi è una definizione di respirazione che non collima con quanto abbiamo sempre pensato. Andiamo quindi a definire esattamente i vari termini:

Ventilazione

La ventilazione è un processo fisico meccanico ed automatico. Mediante l’azione diretta dei muscoli respiratori permette all’aria di entrare ed uscire dai polmoni. Questo processo è controllato dal nostro organismo a livello centrale.

La ventilazione è divisa in due azioni distinte. Le due fasi sono l’inspirazione e l’espirazione. L’espansione e successiva contrazione della gabbia toracica avvengono grazie all’azione dei muscoli respiratori. Gli stessi si dividono in primari (muscoli involontari, che non sotto il controllo diretto della nostra volontà) e secondari o accessori (muscoli volontari, che possiamo controllare).

I muscoli respiratori primari sono:

Diaframma: si contrae in modo involontario abbassandosi causando la diminuzione della pressione nei polmoni, i quali tendono a espandersi e, dunque, richiamano aria dall’esterno: in tal modo si verifica l’inspirazione;

Muscoli intercostali;

Muscoli sternocleidomastoidei: innalzano lo sterno;

Muscoli scaleni: sollevano le prime due costole.

L’espirazione avviene in modo passivo per rilassamento del diaframma e degli altri muscoli. L’espirazione può avvenire in modo volontario. In questo caso sono coinvolti i muscoli addominali (obliqui, retto e trasverso) che sono per questo definiti muscoli respiratori accessori (volontari)

 

Respirazione

Per respirazione, fisiologicamente parlando, si intende un termine molto ampio che comprende:

  • Respirazione esterna
  • Respirazione interna o cellulare

Respirazione esterna

La respirazione esterna è il processo deputato a conservare il giusto ratio tra ossigeno e CO2 all’interno delle cellule. La respirazione esterna caratterizza tre differenti azioni:

1) L’azione meccanica di entrata ed uscita dell’aria dall’organismo;

Elementi che permettono il trasporto dell’aria verso i polmoni

1) Naso: Al fine di proteggere le vie respiratorie da agenti patogeni estranei, di agevolare il passaggio dell’aria e di massimizzare l’efficacia dell’aria introdotta il naso svolge molteplici funzioni:

Filtra. Forse la caratteristica meno importante durante l’utilizzo degli autorespiratori a circuito aperto (essendo l’aria filtrata a monte);

Riscalda. L’aria dell’autorespiratore è fredda a causa dell’espansione dei gas. La sensazione di aria fresca è sicuramente piacevole in determinate situazioni ma non è la condizione migliore ai fini della cessione dell’ossigeno. Respirare con il naso comporta un aumento di temperatura dell’aria sino a raggiungere all’incirca la temperatura corporea;

Umidifica. L’aria contenuta nella bombola è secca. Il contenuto di acqua nelle bombole deve essere inferiore a pochi milligrammi per metro cubo, pena il rischio che ghiacci durante l’uso intenso. L’aria per poter essere assimilata in modo ottimale richiede che sia satura. Se l’aria viene inspirata dal naso la stessa ha modo di potersi arricchire di umidità;

2) Faringe. La faringe è una camera comune al sistema respiratorio e a quello digerente in quanto stabilisce una comunicazione sia con la laringe sia con l’esofago;

3) Laringe. L’aria passata attraverso la faringe si immette nella laringe. All’ingresso della laringe si trova l’epiglottide, un lembo di tessuto cartilagineo che regola il passaggio dell’aria;

4) Trachea; Alla laringe segue la trachea, un tubo rigido ma allo stesso tempo flessibile. Essa è costituita da una serie di anelli cartilaginei (una ventina circa) Gli anelli impediscono alle vie aeree di collassare durante l’ispirazione. All’estremità inferiore, circa all’altezza della quarta vertebra toracica, la trachea si biforca in due grossi bronchi che riforniscono d’aria i due polmoni

5) Bronchi. Hanno una struttura simile alla trachea. Man mano che la loro ramificazione procede, la forma degli anelli cartilaginei diviene sempre più irregolare. Nella parete bronchiale si trovano placche cartilaginee sempre più distanziate e più piccole. I bronchi si ramificano in diversi tipi di bronchioli di diametro decrescente all’interno dei polmoni.

Il naso, la faringe, la laringe, la trachea e gli stessi bronchi e bronchioli non partecipano alla seconda fase, quella dello scambio dei gas, ma hanno solo il compito di trasportare aria ossigenata agli alveoli polmonari e di rimuovere da questi l’aria satura di biossido di carbonio.

 

2) La cessione della CO2 e dell’ossigeno dal sangue all’alveolo e viceversa;

Alveoli: La più piccola unità polmonare visibile a occhio nudo è il lobulo. Un lobulo è costituito da uno o più bronchioli, da rami arteriosi e venosi del circolo bronchiale e da migliaia di alveoli. L’alveolo, delle dimensioni di circa 1/10 mm, possiede una esilissima parete intorno alla quale capillari estremamente sottili trasportano sangue povero di ossigeno.

Nell’ottica di massimizzare l‘efficienza della respirazione bisogna considerare che la parte alta dei polmoni è meno vascolarizzata e non ha la stessa fitta rete di capillari che circonda gli alveoli della parte bassa. Questa spiega perché è così importante far affluire l’aria nella parte bassa dei polmoni.

Gli alveoli, distribuiti a grappolo d’uva attorno a un bronchiolo terminale, sono completamente avvolti da un fittissimo intreccio di microscopici capillari. Poiché lo spessore delle pareti alveolari e dei capillari non è mai superiore a quello di una cellula, l’aria viene a trovarsi vicinissima al sangue circolante. Le cellule epiteliali degli alveoli sono ricoperte in permanenza da una sottile pellicola liquida, nella quale i gas possono sciogliersi e diffondere così attraverso le membrane. Il sangue che irrora gli alveoli è quello pompato ai polmoni dal cuore dopo aver completato il suo giro per tutto il corpo. Provenendo dalla periferia del corpo è povero di ossigeno e ricco di biossido di carbonio. Il processo chimico dello scambio di gas avviene “per diffusione”: una sostanza “diffonde” sempre dà A verso B se la sua concentrazione è più alta in A che in B. Negli alveoli la concentrazione di ossigeno è più bassa di quella dell’aria inspirata e più alta di quella del sangue dei capillari circostanti. Nel caso del biossido di carbonio la differenza è piccola, ma è sufficiente, grazie alla buona diffusibilità di questo gas, a eliminare il biossido di carbonio prodotto.

Sangue arterioso:

  • Contenuto O2, ± 95 mm Hg
  • Contenuto CO2, ± 40 mm Hg

Sangue venoso:

  • Contenuto O2, ± 40 mm Hg
  • Contenuto CO2, ± 46 mm Hg

Da notare come il contenuto di ossigeno nel sangue venoso sia ancora notevole. Pertanto quello che è stato introdotto nei polmoni con l’aria, che è passato nel sangue arterioso, non è rilasciato tutto alle cellule dei vari tessuti, che ne avrebbero un grande bisogno, ma resta in parte nel sangue e, con il sangue venoso torna ai polmoni da dove viene in buona parte restituito all’aria con l’espirazione. Questa affermazione riveste grande importanza nel momento in cui l’aria disponibile è in quantità limitata. Molto dell’ossigeno che è contenuto nell’aria delle bombole non viene adeguatamente utilizzato dall’organismo.

3) Il trasporto della CO2 e dell’ossigeno per mezzo del sangue verso e da i tessuti;

Il sistema cardiovascolare è formato dal cuore e dai vasi sanguigni che sono responsabili del continuo flusso di sangue in tutto il corpo. Il sangue circola nel sistema cardiovascolare e la sua funzione principale è quella di trasportare ossigeno alle cellule che compongono l’organismo.

Questo sistema è formato da una serie di vasi sanguigni, le arterie e le vene. L’energia per far circolare il sangue viene fornita dal cuore, che durante la fase di contrazione si spreme come una spugna e spinge il proprio contenuto nelle arterie principali. Terminata la contrazione, il cuore si rilascia e il sangue ritornando attraverso le vene lo riempie di nuovo preparandosi ad una nuova contrazione.

Il sangue viene spinto fino alla più estrema periferia, nel letto capillare, dove può svolgere la sua funzione di nutrimento dei tessuti. Una persona adulta ha circa 5 litri di sangue che circolano nel proprio corpo in circa 1 minuto.

Nelle arterie scorre il sangue ricco di O2. Esse si ramificano nel corpo in vasi sempre più piccoli sino a formare una rete di vasi piccolissimi, detti capillari sanguigni, che si trovano tra le cellule dei vari organi. È proprio nella rete dei vasi capillari che il sangue rilascia l’O2 alle cellule e queste cedono la CO2 al sangue.

I capillari poi convergono in una serie di vasi sanguigni di dimensioni crescenti chiamati vene e che riportano il sangue al cuore.

La respirazione cellulare

Per trasformare l’energia delle sostanze nutritive come lo zucchero, le cellule utilizzano un processo biochimico conosciuto con la definizione di respirazione cellulare. La respirazione cellulare è un processo esotermico di ossidoriduzione, una combustione controllata, che consta di una catena di reazioni.

La produzione di energia per mezzo della respirazione cellulare richiede un rifornimento continuo di ossigeno e genera, come prodotto anche del biossido di carbonio. Il sistema respiratorio permette la respirazione cellulare prelevando l’ossigeno dall’aria inspirata ed eliminando il biossido di carbonio dall’organismo.

Cibo +O2 → CO2 + H2O + ATP*

* ATP= Adenosintrifosfato (cioè energia)

L’ ATP è la molecola nella quale viene temporaneamente immagazzinata l’energia ottenuta dalla respirazione cellulare. E’ presente in piccolissima quantità all’interno della cellula e viene continuamente prodotta. La quantità totale presente, in un dato momento nel corpo umano è nell’ordine di 1 grammo (non soddisfa le esigenze di un lavoro muscolare intenso di pochi secondi). Nell’arco di 24 ore senza che vi siano sforzi importanti ne vengono prodotti indicativamente alcune decine di kg (40/50 kg).

I muscoli traggono principalmente la loro energia da questa sostanza.

 

Produzione di ATP

La produzione di ATP può derivare da:

  • Utilizzando un meccanismo aerobico, nel quale vi è una combustione di zuccheri e grassi in presenza di ossigeno (come prodotti finali, oltre all’energia, si hanno biossido di carbonio ed acqua). Questo sistema è il meno dispendioso perché non vi è formazione di scorie. Infatti, con la respirazione polmonare la CO2 può essere facilmente estratta dal sangue;
  • Dagli zuccheri senza la presenza di O2 (meccanismo anaerobico). Energeticamente parlando più dispendioso perché con l’utilizzo della stessa quantità di zuccheri si ottiene meno ATP, rispetto all’attività aerobica e inoltre perché vi è produzione e accumulo di acido lattico (elemento limitante la prestazione).

L’acido lattico, che abbiamo visto essere un sottoprodotto dell’attività anaerobica dei muscoli, si riversa da quest’ultimi nel sangue. Veicolato dal sangue raggiunge cuore, fegato e muscoli inattivi, dove viene riconvertito in glucosio. Nondimeno, durante un esercizio fisico impegnativo (per intensità e/o per durata), è possibile che i muscoli producano nell’unità di tempo più acido lattico di quanto si riesca a metabolizzare. La concentrazione di acido lattico nel sangue aumenta fino al punto in cui i muscoli attivi non riescono più a metabolizzarlo. Questo genera affaticamento e successiva incapacità di sostenere lo sforzo, talvolta accompagnato da bruciore. Tuttavia nel momento in cui i muscoli riprendono la loro normale attività aerobica, l’acido lattico viene eliminato dal circolo sanguigno (nel giro di qualche decina di secondi o di pochi minuti). La gran parte di quanto se n’era accumulato nei muscoli attivi viene smaltito. Questa è un operazione che richiede tutt’al più un paio di ore dall’inizio dell’attività fisica.

Qualcuno si potrebbe chiedere che importanza rivestono queste informazioni al vigile del fuoco. La domanda è lecita ma richiede un ulteriore approfondimento prima di essere evasa.

Qualcuno di voi ha mai provato a misurare la saturazione dell’ossigeno nel sangue? Solitamente si usa uno strumento conosciuto con il nome di saturimetro o di ossimetro. Molto spesso disponendo anche di un misuratore del battito cardiaco assume la definizione di pulsiossimetro. Questo strumento permette il monitoraggio non invasivo della saturazione di ossigeno dell’emoglobina arteriosa (SpO2) e della frequenza cardiaca. I valori sono espressi in percentuale per quanto riguarda l’ossigenazione e in bpm per il battito. Un interpretazione speditiva (laica e non medica) dei valori è la seguente:

  • In un adulto in condizioni normali l’emoglobina legata è compresa tra il 96% e il 99%;
  • Se 100% si potrebbe essere in presenza di una possibile iperventilazione. La ragione potrebbe essere un attacco d’ansia, tachicardia o attacchi di panico;
  • Se il valore è tra il 93% e il 95% vi potrebbe essere una leggera ipossia;
  • Al di sotto del 92% indica un insufficienza di ossigeno nel sangue.

Da quando sono solito monitorare la saturazione degli allievi non ne ho trovato nemmeno uno che fosse al di sotto del 93%. Questo nonostante il fatto tutti abbiamo ben presente la sensazione di fatica legata alla sensazione di non “avere abbastanza aria”. Come possono coincidere le due cose? Quantità adeguata di ossigeno legato all’emoglobina in circolo nel sangue arterioso con l’oggettiva difficoltà a portare a termine l’esercizio proposto? Per avere tutti gli elementi per rispondere al quesito serve fare un ulteriore precisazione. Bisogna in effetti conoscere le dinamiche che regolano la frequenza degli atti respiratori nell’organismo?

La frequenza degli atti respiratori è governata dalla quantità di CO2 prodotta dai processi di respirazione cellulare.

Nel midollo allungato, (conosciuto anche come medulla oblongata o mielencefalo), che è parte del tronco cerebrale risiedono i centri bulbari della respirazione. Il midollo allungato è l’organo che contiene al suo interno i neuroni recettori che controllano la concentrazione del CO2 nel sangue. La quantità di CO2 prodotta quindi regola l’ampiezza e la profondità degli atti respiratori. Infatti un livello elevato di biossido di carbonio segnala un aumento dell’attività cellulare e quindi un maggior fabbisogno di ossigeno. I recettori perciò reagiscono immediatamente ordinando un’intensificazione del ritmo e della profondità del respiro. Questi recettori sono molto sensibili, lo 0.3% in più di biossido di carbonio comporta un aumento significativo (può arrivare al doppio) degli atti respiratori.

Vi sono anche altri “sensori”. I chemiocettori, situati nell’arco aortico e alla biforcazione delle carotidi sono sensibili alle variazioni della PCO2 (pressione parziale della CO2), ma anche alla diminuzione della PO2 e del pH; quando si esegue uno sforzo muscolare intenso, i muscoli consumano molto O2 e producono CO2, determinando, inoltre, una diminuzione del pH del sangue. Queste tre azioni combinate (aumento della PCO2, diminuzione della PO2 e variazione del pH) determinano una scarica di impulsi nervosi, che, da questi recettori convergono sia al centro respiratorio, aumentando la frequenza e la profondità del respiro, sia al centro cardio-regolatore, aumentando la frequenza e l’ampiezza del battito.

La frequenza respiratoria, dunque, è determinata soprattutto dalla quantità di CO2 che è necessario espellere dall’organismo.

Il problema è che molto spesso la soglia di tolleranza dell’organismo nei confronti della concentrazione di CO2, sia molto bassa e ciò comporta che vi sia l’impulso di espirare anche se i valori sono tutt’altro che eccessivi, anzi sono molto bassi. Di conseguenza si respira troppo e si elimina una quantità eccessiva di CO2.

Qui vi è l’ennesimo colpo di scena. Cosa comporta una bassa soglia di tolleranza alla CO2?

Comporta che l’organismo sia meno efficiente negli scambi O2-CO2 a livello cellulare. Vediamo nel dettaglio come avviene questo scambio e cosa lo favorisce.

Per farlo ci aiutiamo facendo un parallelo con l’alimentazione[i]. È cosa nota che per nutrirsi bene non basta riempire lo stomaco con la maggior quantità possibile di cibo; occorre invece che gli elementi nutritivi del cibo (mangiato in quantità giusta) passino nel sangue e da questo nei vari tessuti dell’organismo. Se qualcosa in questi meccanismi di assimilazione non funziona, si può morire di fame pur mangiando il giusto. E’ questo ad esempio quello che accadeva ai diabetici prima della scoperta dell’insulina. Il loro sangue era pieno di zucchero ma mancava dell’elemento (l’insulina) che permette che possa essere rilasciato ai tessuti, che di conseguenza “morivano di fame”. Al contrario quando si pensa alla necessità di respirare si è quasi tutti portati a pensare che “tanto è meglio”. Da qui il detto di prendere un bel respiro, fare un respiro a bocca piena e così via.

Cosa succede una volta introdotto l’O2 nei polmoni? Innanzitutto l’O2 deve passare dai polmoni al sangue (e, salvo casi di malattie polmonari o bronchiali, questo quasi sempre funziona bene). Dal sangue, l’ossigeno deve poi essere assimilato dalle cellule dei tessuti dei vari organi. E qui invece si verificano molto spesso dei problemi. Cosa succede? Accade che le particelle di ossiemoglobina del sangue (e cioè l’emoglobina che, dopo avere assimilato l’ossigeno, si è appunto trasformata in ossiemoglobina) trattengono strettamente l’ossigeno, rifiutando di cederlo e lasciarlo passare nei tessuti. Gli organi soffrono di carenza di ossigeno, pur in presenza di un sangue saturo di ossigeno, esattamente come gli organi dei diabetici soffrono di mancanza di zucchero pur in presenza di un sangue saturo di zucchero! Come mai? Perché per consentire il passaggio dell’ossigeno dal sangue ai tessuti è necessaria la presenza di biossido di carbonio in quantità sufficiente. In assenza di CO2 nella giusta concentrazione, l’ossiemoglobina nel sangue non può liberare l’ossigeno e lasciarlo passare nei tessuti in misura sufficiente!

La necessità della CO2 per il passaggio dell’O2 dal sangue ai tessuti è stata scoperta agli inizi del secolo scorso e prende il nome di “effetto Verigo-Bohr”[ii]. L’atmosfera ha una concentrazione di ossigeno del 21%, potenzialmente alle nostre cellule ne potrebbe bastare anche un po’ meno. Le nostre cellule hanno invece bisogno di una concentrazione di biossido di carbonio al 6,5% mentre l’atmosfera ne contiene solamente lo 0,03%. Siamo ancora molto lontani dal 6,5% presente nell’organismo dei bambini nel grembo materno e all’interno delle nostre cellule da adulti. La CO2 non è quindi soltanto un prodotto di scarto dei processi di respirazione cellulare ma è necessaria per molte funzioni nell’organismo umano; è tra l’altro essenziale per consentire il passaggio dell’ossigeno dal sangue alle cellule dei tessuti. In assenza di CO2 questo passaggio non avviene. E’ indispensabile quindi che nell’organismo vi sia la quantità giusta di CO2. Una respirazione eccessiva, profonda e rapida, provoca, con l’espirazione, una perdita eccessiva di CO2, e questa perdita provoca a sua volta degli scompensi nell’organismo.

Ora abbiamo tutti gli elementi per poter formulare le risposte e possiamo quindi tornare alla domanda principe.

Qual è l’aspetto che ha maggiore impatto durante gli interventi con autorespiratori?

La risposta non può essere altro che: l’autonomia limitata dal fatto di non avere una riserva d’aria infinita.

Quali sono le situazioni che ingenerano i comportamenti più virtuosi?

  1. Avere un alta soglia di tollerabilità della CO2;
  2. Attivare il centro respiratorio in maniera tale che, scaricando la CO2 in eccesso, esso riduca la frequenza respiratoria.

La cosa sembra impossibile da ottenere. L’efficienza più elevata si ha quando il nostro organismo sopporta elevati livelli di CO2. Cosa che favorisce la cessione di ossigeno dal sangue ai tessuti. Al tempo stesso però si dovrebbe favorire la fase di espirazione per scaricare la CO2 prodotta al fine di ridurre la frequenza respiratoria.

Quale è la situazione nella quale invece è molto più frequente imbattersi?

  1. Bassa soglia di tollerabilità alla CO2;
  2. In caso di aumentato fabbisogno di O2 da parte del nostro corpo, una iperventilazione spinta generata dalla preponderanza della fase di inspirazione sull’espirazione.

 

Cosa comporta questo?

Si ingenera una reazione a catena che fa sì che si elimini la CO2 prima che raggiunga i valori ottimali e che vi sia una preponderanza dell’inspirazione rispetto all’espirazione. Più introduco O2, più devo compiere un lavoro.

Durante l’intervento con gli autorespiratori se questo circolo non viene interrotto, porta a “buttare via” tutta la riserva d’aria a disposizione.

Questo è un aspetto molto importante e da tenere nella giusta considerazione. Significa che in caso di uno sforzo che comporta un aumento degli atti respiratori, per ridurre la frequenza bisogna agire sulla profondità e l’efficacia della fase di espirazione.

Normalmente si è portati a privilegiare l’inspirazione accorciando la fase di scarico. Si ottiene però l’effetto contrario perché, aumentando la frequenza si svolge un lavoro maggiore che richiede più ossigeno e di conseguenza una maggiore CO2 che viene rilevato dai ricettori del centro respiratorio che ordinano di aumentare la frequenza respiratoria, si entra quindi in un circolo vizioso che potrebbe avere conseguenze pericolose.

Più O2 per compiere il lavoro, meno tollerabilità alla CO2 = frequenza respiratoria elevatissima.

Ultimo elemento utile da conoscere è la definizione esatta di iperventilazione. Cosa significa “iperventilare?” Più che “respirare troppo” in assoluto, significa invece respirare in modo non adeguato ed eccessivo rispetto alle esigenze dell’organismo impegnato in una determinata attività. Una respirazione che sarebbe adeguata se si stesse correndo o comunque svolgendo attività fisica, (e durante l’attività fisica l’organismo produce una grossa quantità di CO2, che deve in effetti essere in parte eliminata) è invece eccessiva e dannosa se non si sta compiendo un intensa attività fisica (per i vigili del fuoco per esempio potrebbe essere al momento della ricezione dell’allarme). In questo caso l’organismo reagisce, in base ad un istinto primordiale, (la cosiddetta “risposta adrenergica, spavento = combatti o fuggi”) come se si fosse in presenza di un pericolo che richiederà un’intensa attività fisica e che scatena l’impulso a respirare molto, appunto in previsione dell’attività fisica con accumulo di CO2 che invece in genere non avviene, perché si resta seduti (falso allarme, attività che non richiede dispendio fisico, ecc.). Il frequente ripetersi di questi episodi di stress quotidiano porta allo sfasamento del ritmo respiratorio, che diviene in permanenza, anche quando si dorme, un po’ più intenso del necessario.

Tecniche di respirazione conservative dell’aria

Ora che abbiamo la conoscenza dei meccanismi dell’organismo possiamo ipotizzare delle risposte operative. Quando si usa un apparecchio di protezione delle vie respiratorie, quale tipologia di respirazione è più idoneo utilizzare?

La risposta prevede tre metodologie diverse in funzione dello sforzo che si sta compiendo e dello scenario operativo.

I tre sistemi sono elencati in ordine decrescente di frequenza di utilizzo e di “preferibilità” di adozione.

1) Naso in – naso out. È senza ombra di dubbio la tecnica di respirazione che permette di massimizzare l’efficienza respiratoria. Vediamo nel dettaglio perché questo avviene.

Essa consiste in:

  • Inspirare normalmente con il naso;
  • Espirare normalmente con il naso.

Inspirazione dal naso. Favorisce:

  1. Aumento del tasso di umidità dell’aria;
  2. Aumento della temperatura dell’aria;
  3. Favorisce la respirazione diaframmatica. L’uso del diaframma a sua volta consente:
    1. Una respirazione più profonda andando ad interessare la parte più vascolarizzata dei bronchi;
    2. Una respirazione che richiede meno energia. Il movimento del diaframma non richiede di innalzare o muovere altre parti del corpo come invece succede con la respirazione toracica (spostamento all’esterno della gabbia toracica e verso l’alto della testa);
  4. Riduce di molto le possibilità di entrare in affanno. L’affanno è probabilmente il pericolo maggiore per quanti utilizzano degli APVR;
  5. Ha il vantaggio di favorire una respirazione più capiente rispetto a quella toracica, con conseguente diminuzione del ritmo cardiaco e aumento della resistenza all’affaticamento, un aspetto molto importante durante gli interventi con autorespiratori;
  6. Mediamente un individuo che utilizza la respirazione addominale esegue circa 10 atti respiratori al minuto. Chi invece utilizza la respirazione toracica, esegue mediamente 15/16 atti respiratori al minuto;
  7. Porta una maggiore quantità di sangue agli organi inferiori.

Espirazione con il naso. Favorisce:

  1. Riduzione della quantità di CO2 dispersa per effetto dell’espirazione. Abbiamo visto che la CO2 è indispensabile per favorire lo scambio O2-CO2 a livello cellulare. Espirando con il naso quindi aiuta a mantenere elevata la quantità di CO2 prodotta dalle cellule;
  2. Riduce la quantità di vapor d’acqua disperso per effetto della Perspiratio insensibilis. A causa della ridotta efficienza del sistema che consente la termoregolazione (a causa del DPI EN 469 il sudore prodotto dal nostro corpo non può evaporare) è indispensabile mantenere elevati livelli di idratazione dell’organismo. Espirando con il naso si dimezza la quantità d’acqua espirato rispetto a quanto avviene con la bocca.

Adottare sempre questo sistema permette di raggiungere due obbiettivi diversi:

  • Obbiettivo a breve termine. Il risultato a breve termine è quello di utilizzare la tecnica di respirazione che permette il massimo dell’efficienza in termini di consumo di aria e produzione energetica;
  • Obbiettivo a medio-lungo termine. Utilizzare questa tecnica abitua l’organismo a sopportare livelli più elevati di CO2. Un po’ alla volta quindi si sposta verso l’alto l’asticella del livello di CO2

Nel momento in cui non è più sostenibile respirare utilizzando il solo naso si hanno di fronte due possibili scelte. La prima è quella di ridurre il carico di lavoro. Molto spesso sarebbe sufficiente semplicemente rallentare un po’ mantenendo livelli elevati di efficienza respiratoria. Qualora questo non fosse possibile la seconda possibilità prevede di utilizzare la seconda metodologia di respirazione.

2) Naso in-bocca out. Conosciuta come R-EBT. Questa tecnica è stata sviluppata da KEVIN J. REILLY membro del consiglio del Fire Safety Directors Association of New York City[iii];

R-ebt sta per: Reilly Emergency Breathing Tecnique (tecnica di respirazione in emergenza Reilly).

Essa consiste in:

  • Inspirare normalmente con il naso;
  • Espirare con la bocca, parzializzando l’apertura e prolungando l’espirazione;

Come si può notare non è richiesto nulla di complicato da realizzare. La particolarità consiste nel inspirare con il naso (scaldando e inumidendo l’aria) ed espirare con la bocca. Con la parzializzazione dell’apertura della bocca si ottiene il duplice scopo di forzare leggermente la fuoriuscita dell’aria e conseguentemente di prolungare la fase di scarico.

I vantaggi dell’inspirazione con il naso sono i medesimi della tecnica precedente. Mentre utilizzare l’apertura della bocca per espirare permette di ridurre il livello di CO2. Livello elevato che obbliga il nostro organismo ad aumentare la frequenza degli atti respiratori. L’azione ragionata di espirare con la bocca impedisce di inspirare con la stessa bocca come prima risposta ad uno stimolo di “mancanza d’aria”. Cosa che abbiamo visto essere deleteria per la durata della riserva d’aria.

Quindi in risposta ad un carico di lavoro maggiore che non consente di mantenere il profilo di respirazione ottimale, naso-naso, si può rispondere aumentando la durata della fase di scarico utilizzando la bocca.

3) Naso in – bocca out in emergenza. Skip breathing o “salto del respiro”

Essa consiste in:

  • Inspirare normalmente con il naso;
  • Effettuare una piccola pausa (non deve essere stressante);
  • Inspirare normalmente con il naso;
  • Effettuare una piccola pausa (non deve essere stressante);
  • Espirare con la bocca, parzializzando l’apertura e prolungando l’espirazione

Deve essere chiarite sin dall’inizio che questa metodologia di respirazione può essere utilizzata solo in caso d’emergenza. Deve essere “l’estrema ratio”.

Originariamente sviluppato per la subacquea, può essere utilizzato anche dal singolo pompiere. Il primo passo consiste nell’inspirare e trattenere il respiro. Quando si sente il bisogno di espirare, si prende un respiro supplementare e poi si espira lentamente. Dopo aver esalato, si deve trattenere di nuovo il respiro fino a quando non si ha bisogno di respirare. Tuttavia, la persona non deve trattenere il respiro fino a provare disagio. La durata della pausa può durare solo pochi secondi e varia da persona a persona.

Ci si può chiedere: “Perché non utilizzare questa tecnica ogni volta che si usa un autorespiratore?” Perché per i vigili del fuoco, il solo e unico scopo di questa tecnica, è quello di essere uno “strumento salvavita”, non un metodo per migliorare le prestazioni di lavoro. I vigili del fuoco impegnati nel salto del respiro devono concentrarsi sul proprio respiro, non possono pensare agli altri compiti. Inoltre, trattenere il respiro può avere conseguenze fisiche, come l’ipossia. Oltre a ciò, durante le normali operazioni di lotta contro l’incendio, i vigili del fuoco consumano un sacco di energia e hanno bisogno di ossigeno supplementare per soddisfare questa condizione. Anche se la tecnica è relativamente semplice, la concentrazione mentale necessaria è notevole.

In primo luogo, il vigile in difficoltà deve attuare le normali procedure di Mayday, come chiedere aiuto tramite la radio personale, indicare la propria posizione (se nota), posizionarsi lungo il perimetro delle pareti, e così via. Se il vigile è intrappolato e in attesa di soccorso, dovrebbe cominciare ad utilizzare lo Skip Breathing al più presto per conservare quanta più aria possibile. Facendo ciò si aumenterà il tempo a disposizione delle squadre di soccorso per individuarlo.

Anche se questa tecnica è relativamente semplice, deve essere provata più volte in addestramento per poterla utilizzare efficacemente in caso d’emergenza.

Conclusioni

La conoscenza e la consapevolezza delle specificità di un intervento con gli APVR sono la miglior arma a disposizione di un vigile del fuoco. Come preso in esame sopra, le competenze da conoscere e da sperimentare in tempo di pace non sono molte.

L’improvvisazione non deve essere una scelta ma solo la conseguenza dell’accadimento di un evento imponderabile.

 

[i] Attacco all’asma di Fiamma Ferraro, editore Macro Edizioni

[ii] www.buteyko.it

[iii] http://www.fireengineering.com/articles/print/volume-161/issue-4/features/rethinking-emergency-air-management-the-reilly-emergency-breathing-technique.html

 

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo? Di Pieter Maes

Come avevo anticipato nei mesi scorsi, sono felice di inaugurare la collaborazione  con autori diversi, pubblicando la traduzione del lavoro di Pieter Maes  FF / EMT Brussels FD.   http://pietermaes.zenfolio.com/

Ho avuto occasione di incontrare Pieter durante un corso di formazione per istruttori CFBT. Di lui posso dire che è una persona di grande competenza e passione, condita con una verve e brillantezza disarmanti. Condivido i concetti che esprime al riguardo delle squadre di soccorso.  La chiave di lettura che offre, una novità assoluta, permette di spogliare la tematica da gli aspetti più “scenici” scoprendo le implicazioni con l’interventistica di tutti i giorni.

Buona lettura!

 



 

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo?

1° gennaio 2014, mattina presto. I vigili del fuoco di Highland Park stanno intervenendo in un’abitazione in fiamme. La casa è completamente invasa dal fumo. Fa caldo. Ad un certo punto due vigili del fuoco perdono l’orientamento e non riescono ad individuare l’uscita. Immediatamente dichiarano Mayday alla radio che viene raccolto dagli altri vigili in intervento che si riconfigurano in modalità soccorso. Il team in difficoltà viene raggiunto in pochi minuti e accompagnato all’esterno dell’abitazione.[1]

1° gennaio 2007, intervento in civile abitazione per incendio. In posto opera un team RIT (Rescue Intervention Team, squadra di soccorso ndt). Al termine delle operazioni il responsabile del team RIT compila il seguente rapporto e lo inserisce nella banca dati del “National Firefighter Near Miss Report System”[2] (una banca dati dove vengono raccolte tutte le segnalazioni di “quasi incidenti” accorsi durante l’attività interventistica ndt)

“Il RIT una volta in posto si radunò nei pressi dell’angolo A/D dell’edificio. Venne effettuata una ricognizione di tutto il perimetro (quello che viene definito un 360 ndt), vennero controllate le scale e venne monitorata e tracciata la posizione delle squadre operanti all’interno. Dopo circa 20’ si ebbe un problema con l’approvvigionamento dell’acqua e le squadre furono costrette a ritirarsi. Al ritorno dell’acqua venne effettuata una seconda entrata. Dopo circa 10’ le condizioni all’interno peggiorarono rapidamente. In seguito ad un veloce consulto tra l’IC (Incident Commander, l’equivalente del ROS ndt) e chi operava all’interno, venne ordinata un evacuazione dell’edificio. Le squadre si stavano ritirando quando vi fu un flashover. Il RIT venne attivato a causa del mancato rientro di due componenti. Il RIT entrò al primo piano effettuando una perlustrazione individuando in breve tempo uno dei due dispersi in stato confusionale. IL vigile venne accompagnato fino all’uscita per essere consegnato al personale all’esterno. Successivamente il RIT fece rientro nell’edificio, salì al secondo piano seguendo la linea d’attacco sino alla lancia senza trovare il secondo vigile. A questo punto l’incendio sempre più intenso chiuse la via d’uscita alla squadra di soccorso che poté ritirarsi solo grazie al posizionamento di una seconda lancia da parte di un ulteriore RIT. Solo all’uscita di tutte le squadre di soccorso si stabilì che il disperso era già al sicuro all’esterno dell’edificio.”

In Europa, e in Belgio più specificatamente, alcuni comandi vigili del fuoco e scuole di formazione stanno considerando di implementare la formazione di squadre di soccorso (RIT). Ma i RIT hanno tanti estimatori quanti detrattori. Entrambi hanno argomentazioni in parte condivisibili. Prima di tutto i RIT devono essere inquadrati nel giusto contesto e poi il training deve seguire un processo formativo corretto. Tutto questo deve essere condiviso con ogni singolo vigile del fuoco e ogni potenziale componente di una squadra RIT.

Il concetto di RIT, nato nei primi anni 90 negli Stati Uniti, è in primo luogo una responsabilità personale per ogni vigile del fuoco. Con l’introduzione dei RIT il numero dei morti in intervento (LODD Line-of-duty-deaths) non ha evidenziato drastiche riduzioni. Negli ultimi 36 anni ci sono stati una media di 100 vittime all’anno negli Stati Uniti. Recentemente tra il 2003-2012, la media a 10 anni è scesa costantemente sotto i 100 (minimo 88). Solo però negli ultimi anni i numeri evidenziano un calo significativo. Minimi record sono il 2010 (72 vittime)[3], 2011 (81)[4] e 2012 (64)[5]. Nel 2013 il numeroè tornato a salire (ben più di 100). La speranza è che la tendenza rimanga in costante calo. Diverse ipotesi spiegano il calo negli ultimi anni. Dal momento che la formazione delle squadre RIT è iniziata nei primi anni 90, verrebbe da dire che in base alle statistiche non ha avuto alcun effetto sino al 2009. Una chiave di lettura potrebbe essere che la formazione ha evidenziato i suoi effetti benefici in un quadro più ampio di maggiore formazione ai singoli vigili del fuoco (incremento della sicurezza personale).

Negli Stati Uniti la maggiore attenzione è stata posta sulle tattiche, sugli strumenti e sulle competenze. In Europa invece si è indagato e studiato il comportamento dell’incendio per poi insegnarlo ai vigili. L’idea generale è che per battere il tuo nemico, è necessario conoscerlo e capirne le dinamiche. Su ogni lato dell’Atlantico i vigili del fuoco hanno seguito il percorso che si credeva essere l’unico e il migliore. Ma recentemente stiamo assistendo, su entrambe le sponde, a dei passi per combinare alcune elementi di entrambi gli approcci. Credo che questo approccio più completo, “il meglio dei due mondi”, sia il migliore. Con buone opportunità di apprendimento per entrambi i continenti. Negli USA i vigili del fuoco sono spesso meglio addestrati ad effettuare i fori di ventilazione, nella realizzazione di ingressi forzati, nella movimentazione di manichette in media pressione ecc…

Noi (Europa), d’altra parte siamo più esperti nel “leggere” (leggi: saperne interpretare le dinamiche) il fumo, nel prevedere lo sviluppo dell’incendio, nell’ottimizzazione dell’uso dell’acqua, ecc… Ma con la recente evoluzione degli edifici (certificazioni energetiche e case passive) noi (Europa) abbiamo appurato che talvolta è necessario realizzare dei fori di ventilazione. Questo assieme al fatto che è abbiamo scoperto che è meglio entrare protetti con le pesanti manichette da 45 (al posto dell’alta pressione molto diffusa in Belgio e centro Europa ndt). Ma a questo punto siamo in grado di gestirle correttamente? Beh, i nostri colleghi oltre oceano sono talmente abituati a tali pesi e dimensioni che userebbero la nostra alta pressione solo per dare acqua ai fiori…

All’inizio RIT era sinonimo di una squadra che doveva permanere in standby. Ben addestrata, in ottima forma e con attrezzature speciali che permettessero di aiutare eventuali vigili che si dovessero trovare in difficoltà. Nel tempo vi è stato un mutamento: da squadra che interviene in caso di problemi a elemento di prevenzione. Il suo ruolo è quindi più attivo: monitorare costantemente la situazione alla ricerca di potenziali pericoli, creazione di eventuali uscite d’emergenza…

Approcciando il problema da un punto di vista scientifico, giungono questo tipo di critiche: non abbiamo bisogno del RIT, piuttosto impariamo a non metterci nei guai. Si è portati ad affermare che il RIT non è utile. Io credo che questo non sia del tutto vero. Ci sono una serie di variabili (il classico: dipende da…..) che influenzano lo sviluppo di un incendio. Lo studio dello sviluppo degli incendi è una scienza che è compresa abbastanza bene in Europa, in questi ultimi tempi lo sta diventando anche negli USA. Ma nel mondo reale, le situazioni non sono standardizzate e prevedibili al 100%. Nel frattempo leggiamo molti di questi rapporti sui fallimenti durante le operazioni dei RIT. Ma potrebbe essere che raramente abbiamo la possibilità di leggere i rapporti di quelle operazioni terminate con successo, o ancora meglio non abbiamo la possibilità di misurare (quantificare) il miglioramento delle capacità individuali apprese durante i corsi RIT. Forse è proprio questo cambiamento nell’approccio del RIT (da reattivo a preventivo) che sta comportando una diminuzione dei LODD. Non necessariamente attraverso salvataggi spettacolari, ma piuttosto grazie ad un addestramento migliore e una consapevolezza maggiore. E questo ci porta ad avere una buona predisposizione nei confronti di questo tipo di formazione. Se si considera di cominciare una formazione RIT si deve tener presente che tutto comincia dal formare ogni singolo vigile. È responsabilità dell’istruttore formare il vigile sull’importanza della propria sicurezza.

I sette moduli proposti sono:

  • Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  • Tecniche di salvataggio;
  • Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  • Uso della termocamera;
  • Tecniche di ricerca in grandi volume;
  • Autosoccorso;
  • Precetti del RIT.

 

Molti di questi argomenti non sono ben conosciuti dai vigili del fuoco europei. Quando vengono proposti nei corsi RIT, molto spesso vi sono persone che hanno delle perplessità. Ma se proponessimo ognuno di questi argomenti come singolo modulo, chi potrebbe essere contrario? La domanda successiva diventa quindi, da dove partiamo? Questo è il punto cruciale. In ogni tipo di formazione vi è un punto d’inizio, successivamente si prosegue passo-passo. L’ipotesi di fornire tutte le informazioni tutte assieme è foriera di un probabile insuccesso, abbiamo la necessità invece di dare solide basi (conoscenza, procedure, modalità addestrative…), solo così si potrà rendere questa formazione attuabile nella realtà.

Le basi per un buon RIT sono le fondamenta della formazione iniziale per ogni vigile del fuoco. Ogni vigile del fuoco (qualsivoglia sponda dell’oceano provenga) deve comprendere l’evoluzione dell’incendio per poter avanzare nella formazione. Egli deve essere in grado di comprendere cosa sta fronteggiando e quale potrà essere la sua evoluzione. Deve saper attuare le giuste contromisure in funzione dell’evento in corso, utilizzare un’attrezzatura piuttosto che l’altra (alta pressione, media pressione, ecc). Nel caso in cui non sia possibile affrontare direttamente la situazione, bisogna saperlo riconoscere ed approntare una strategia difensiva. Noi vogliamo dei vigili che siano in grado di leggere e interpretare le condizioni del contorno attuando così le opportune contromisure. Per poter essere in grado di farlo, determinate azioni devono essere degli automatismi. Non si deve pensare a come maneggiare la propria lancia quando si decide di effettuare il raffreddamento dei fumi (gas cooling). Lo si deve fare velocemente e correttamente senza pensarci. Deve essere un riflesso automatico, in altre parole bisogna spostare queste competenze dalla conoscenza-cosciente alla conoscenza-incosciente. Vi è un unico modo perché ciò avvenga, addestramento costante e continuo. Ve lo immaginate se doveste pensare come fermare la vostra macchina per non investire un pedone che vi attraversa la strada? No, perché istintivamente portate il piede sul pedale del freno e lo premete a fondo! E se siete ben addestrati farete anche una manovra evasiva. Un vigile del fuoco deve essere correttamente formato su come salvaguardare la propria sicurezza e le misure di autosoccorso altrettanto bene di come sa guidare la propria auto. E questo vale anche per i DPI e i sistemi di comunicazione. Un vigile del fuoco deve poter operare senza difficoltà con DPI completi e autorespiratore. Deve essere una cosa naturale. Quanti corpi possono ammettere di addestrare abbastanza i loro vigili per raggiungere questo livello? Quanti riescono a costruire degli automatismi nell’utilizzo della lancia? Vi è una difficoltà oggettiva per ogni formatore di rendere la formazione, interessante, motivante e divertente. Ad essere onesti, quale cosa salta immediatamente all’occhio quando si effettua la formazione nei container? La risposta è: una scarsa abilità nell’uso della lancia. Se si parte per la guerra, bisogna sapere come sparare, ricaricare e manutentare la propria arma ad occhi chiusi. Se i propri soldati non posseggono queste competenze, vi sono forti probabilità di perdere la guerra. Deve essere la stessa cosa con la lancia e le altre attrezzature che si utilizzano. L’uso dell’autorespiratore deve essere un automatismo. Bisogna poter contare sui propri riflessi condizionati in caso di problemi.

Per troppi vigili del fuoco si tratta ancora di qualcosa che li infastidisce. Perché è pesante, la respirazione non è così facile, la visione è limitata, risulta difficile comunicare… In altre parole, prima ancora di conoscere il proprio compito, la gran parte della nostra attenzione è occupata da come utilizzare la lancia, dall’autorespiratore e da aspetti pratici. Inoltre dal momento che in intervento vi è una grande scarica adrenalinica, quale “potenza di calcolo” rimane al nostro cervello per poter fronteggiare eventuali situazioni d’emergenza? Ed è esattamente questo quello che vogliamo incrementare. L’obbiettivo è di “liberare” parte della nostra attenzione cosciente, rendendo automatiche le azioni che possono diventarlo. Obbiettivo ambizioso ma perseguibile.

Anche con le migliori competenze disponibili l’incendio talvolta resta un evento imprevedibile. Sarebbe stupido non prepararsi ad affrontare un eventuale problema che potrebbe accadere ad un vigile. E questo non è detto che sia uno di quegli eventi ai quali è impossibile sopravvivere. Potrebbe benissimo essere uno di quegli incidenti che non entrano a far parte delle statistiche. Un incidente in cui l’implementazione delle tecniche e delle procedure RIT permetterebbero di trarre in salvo il collega in difficoltà. Poniamo il caso in cui durante un incendio di civile abitazione un vigile finisca in un buco del pavimento e cada in un seminterrato. Vi è la presenza di fumo, le scale sono inaccessibili e l’incendio sta avanzando verso dove giace il vigile. Per render le cose peggiori, nella caduta si è rotto una gamba. Come possiamo fare per aiutare il nostro collega? Alcune azioni devono essere intraprese; individuando esattamente questi pezzi di puzzle appare chiaro quale tipologia di formazione dobbiamo perseguire.

Prima di tutto il vigile in difficoltà deve sapere come mantenere la calma ed inviare una richiesta d’aiuto comprensibile. Appare chiaro quindi che la prima cosa da insegnare ai nostri vigili siano le tecniche di sopravvivenza. In questo modulo vengono insegnate le procedure di Mayday e di come posizionarsi nel posto migliore per aumentare le possibilità di essere rinvenuto. Inoltre vengono suggeriti degli accorgimenti per orientarsi e per aiutare le squadre RIT.

Successivamente il vigile ha la necessità di aumentare il tempo a disposizione prima di finire l’aria. Deve restare calmo il più possibile in modo da preservare quanta più aria possibile. L’unica cosa che la squadra RIT ha bisogno dopo aver ricevuto il Mayday è il tempo per raggiungere il vigile in difficoltà. L’unico che può agire su questo elemento è colui il quale ha lanciato il Mayday. La gestione dell’aria non è compatibile con azioni dispendiose (correre, saltare, ecc) ma con azioni effettuate con calma. La ricerca di una possibile via d’uscita, la decisione di attendere la squadra di soccorso, sono decisioni da prendere considerando la riserva d’aria. Si tratta di imparare cosa fare e cosa non fare.

È un fatto risaputo che il sapere come lanciare un “buon Mayday” fa letteralmente la differenza tra la vita e la morte per un vigile in difficoltà.

Ogni vigile del fuoco in servizio attivo dovrebbe effettuare questo training. Ogni IC (Incident Commander) dovrebbe essere formato su come rispondere ad un evento di questo tipo. Altrimenti le squadre RIT sarebbero inutili. Con le conoscenze imparate nei corsi di gestione dell’aria e di tecniche di sopravvivenza, i vigili del fuoco imparano ad incrementare il tempo a disposizione delle squadre di soccorso. La prima cosa che una squadra RIT deve portare con se è un “pacchetto di tempo”, cioè bombole d’aria per aumentare l’autonomia del vigile in difficoltà.

Altra cosa sulla quale addestrarsi è come arrivare alla vittima. Alcune tecniche individuali sono impartite durante il corso di tecniche di sopravvivenza. L’effettuarle in coordinazione assieme agli altri componenti la squadra è però un’altra cosa. Inoltre è utile portare con se una termocamera. Ultimo, ma non meno importante, vi potrebbe essere la necessità di forzare l’accesso al luogo dove si trova il vigile. Una volta individuato i componenti la squadra devono dimostrare capacità nelle seguenti competenze:

  • Approccio alla vittima;
  • Identificazione;
  • Controllo dei parametri vitali;
  • Fornire fornire aria se necessario;
  • Prepararsi per l’evacuazione.

 È molto improbabile che la prima squadra RIT sia quella che porterà all’esterno la vittima. Una volta che la squadra RIT è utilizzata per un SAR (Search & Rescue, ricerca e salvataggio ndt), l’IC abbisognerà di due o più RIT. Il primo comincerà le operazioni di ricerca mentre un secondo sarà necessario per le altre squadre che stanno operando sull’incendio[6]. In base alle ricerche effettuate a Phoenix e Seattle si può dire che il numero totale di componenti le squadre RIT è di 11 (Seattle) o di 12 (Phoenix)[7]. Una volta che la prima squadra RIT comincia la ricerca all’interno, un secondo team dovrà essere in standby. Quest’ultimo entrerà per preparare la vittima per l’evacuazione. Questo significa predisporre la vittima. L’autorespiratore può essere usato come appiglio per rimuovere l’infortunato.

Sulla base di queste considerazioni si possono approntare quattro moduli formativi:

  1. Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  2. Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  3. Tecniche di soccorso;
  4. Uso della termocamera.

 

Ogni singolo modulo in se, rappresenta un surplus per ogni vigile del fuoco. Ogni operatore deve avere un ottimo livello di confidenza con gli autorespiratori (1), essere abile nel forzare l’apertura di porte o nel creare vie d’uscita alternative(2). La termocamera è un attrezzatura disponibile in molti corpi, bisogna imparare ad usarla correttamente(4). Le tecniche di soccorso che si impareranno risulteranno molto utili in caso di soccorso di eventuali vittime civili (3).

Questo significa che questi 4 moduli possono essere visti come un estensione successiva alla formazione iniziale. Le competenze devono essere addestrate regolarmente, Le squadre RIT, non devono rappresentare il motivo principale, ma lo deve essere la volontà di diventare dei vigili migliori.

  [1]From NBC5, Dallas Fort Worth, “Close call for Highland Park firefighters” by Greg Janda, Jan 1 2014   [2]  http://www.firefighternearmiss.com report number: 07-0000890 [3] From NFPA, 2010 Firefighter Fatalities in the United States. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2011 [4] From 2011 LODD stats (The Secret List), January 3, 2012 Hey (USA). [5] From NFPA, Firefighter Fatalities in the United States, 2012. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2013 [6]  The development and use of rapid intervention teams for the Chelmsford, MA. Fire department. By John E. Parow, Fire Chief Chelmsford Fire Department Chelmsford, MA [7] From Too Little, Too Late by Gary Morris Thu, 2005-09-01

Tecniche di respirazione conservative dell’aria R-EBT parte 1

Nel post precedente abbiamo affermato che il parametro che incide di più sull’autonomia di una bombola é il consumo al minuto dell’operatore. Ci sono delle variabili, quali lo stato di forma fisica e lo stato di eccitazione legato all’intervento, facilmente individuabili per la loro importanza. Un aspetto che viene ingiustamente ignorato è:  la tipologia di respirazione adottata.
Se respirare con l’autorespiratore è fondamentalmente uguale che farlo all’aria aperta è altresì vero che alcuni atteggiamenti o comportamenti che normalmente non hanno importanza, con una riserva d’aria definita e limitata rivestono un’importanza notevole. Per esempio, dopo uno sforzo si sente il bisogno di richiamare all’interno dei polmoni una gran quantità d’aria, normalmente di quest’aria se ne ha a disposizione quanta se ne vuole e non si deve preoccuparsi di sfruttarla pienamente. Durante gli interventi con gli autorespiratori, invecie,  le cose cambiano radicalmente, non ci si può permettere di effettuare dei gran respiri senza utilizzare a fondo l’aria. Se si respira con una frequenza elevata, ventilando solo la parte superiore delle vie aeree non si riuscirà a “sfruttare” completamente l’aria inspirata, e per sopperire alla necessità di ossigeno del nostro organismo si è obbligati a richiamare dell’altra aria, questo a discapito dell’autonomia residua.
L’obbiettivo che ogni utilizzatore di autorespiratore deve porsi è di effettuare una respirazione efficiente.

Per comprendere appieno come respirare correttamente con l’autorespiratore è neccessario fare alcuni accenni alla fisiologia della respirazione.

Per compiere le sue funzioni l’atto respiratorio si svolge in due fasi: inspirazione ed espirazione. Durante l’inspirazione l’aria ricca di ossigeno entra attivamente nei polmoni grazie ad un movimento di espansione della cassa toracica, la quale aumenta di volume. A questo scopo il diaframma, che in posizione di riposo è a forma di cupola, si appiattisce e contemporaneamente i muscoli intercostali si contraggono e spingono in alto e in fuori la cassa toracica. L’espirazione, durante la quale l’aria povera d’ossigeno viene espulsa passivamente, avviene quando i muscoli e il diaframma, che hanno provocato l’inspirazione, si rilasciano.  Il ritmo della respirazione è automatico, ma i muscoli coinvolti sono volontari e ogni loro contrazione è stimolata da impulsi nervosi.
Questi impulsi si originano nel “centro respiratorio” presente nel midollo allungato. Il centro respiratorio è diviso in due parti addette rispettivamente all’inspirazione e all’espirazione. Il centro inspiratorio attiva i muscoli intercostali e il diaframma, fino a che esso non viene inibito dai recettori di distensione presenti nei polmoni. A questo punto interviene il centro espiratorio rendendo possibile l’espirazione. Inoltre, il midollo allungato, contiene neuroni recettori che controllano la concentrazione del biossido di carbonio nel sangue. Un livello elevato di CO2 segnala un aumento dell’attività cellulare e quindi un maggior fabbisogno di ossigeno. I recettori perciò reagiscono immediatamente ordinando un’intensificazione del ritmo e della profondità del respiro. Questi recettori sono molto sensibili: lo 0.3% in più di biossido di carbonio comporta un raddoppio delle inspirazioni e quindi di conseguenza delle espirazioni. La frequenza respiratoria, dunque, è determinata soprattutto dalla quantità di CO2 che è necessario espellere dall’organismo.
Questo è un aspetto molto importante e da tenere nella giusta considerazione. Significa che in caso di uno sforzo che comporta un aumento degli atti respiratori, per ridurre la frequenza bisogna agire sulla profondità e l’efficacia della fase di espirazione. Normalmente si è portati a privilegiare l’inspirazione accorciando la fase di scarico. Si ottiene però l’effetto contrario, perché aumentando la frequenza si svolge un lavoro maggiore che richiede più ossigeno e di conseguenza un maggiore prodotto di scarto che viene rilevato dai recettori del centro respiratorio che ordinano di aumentare la frequenza respiratoria…., si entra quindi in un circolo vizioso che potrebbe avere conseguenze pericolose.
Se invece si effettuano delle espirazioni lunghe e profonde si ottiene il risultato di “lavare” il sangue dal biossido di carbonio. Questo calo di concentrazione comporta un conseguente riduzione degli atti respiratori a tutto vantaggio dell’autonomia residua. Una espirazione più lunga e lenta della inspirazione impedisce un aumento eccessivo della concentrazione di anidride carbonica nel sangue e svuota gli alveoli polmonari in modo che il successivo riempimento di ossigeno sia ottimale.

Dobbiamo quindi imparare a respirare con l’autorespiratore sfruttando ogni singolo litro di aria contenuto nella bombola e non semplicemente farlo passare attraverso la valvola di esalazione della maschera.

Negli Stati Uniti sono state sviluppate delle tecniche di respirazione conservative dell’aria, ne prendiamo in esame una delle  più diffuse.
R-ebt, (adottabile senza restrizioni in qualsiasi  intervento)

Questa tecnica è stata sviluppata da KEVIN J. REILLY membro del consiglio del Fire Safety Directors Association of New York City;
R-ebt sta per: tecnica di respirazione in emergenza Reilly;

Essa consiste in:
– Inspirare normalmente con il naso;
– Espirare con la bocca, parzializzando l’apertura e prolungando l’espirazione;

Come si può notare non è richiesto nulla di complicato da realizzare. La particolarità consiste nel inspirare con il naso (scaldando e inumidendo l’aria) ed espirare con la bocca. Con la parzializzazione dell’apertura della bocca si ottiene il duplice scopo di forzare leggermente la fuoriuscita dell’aria e conseguentemente  prolungare la fase di scarico.

Nel prossimo post verranno pubblicati i risultati di alcuni test condotti utilizzando questa tecnica.

Luca