Simulatori a combustibile solido, obbiettivi formativi e layout

Quando si decide la realizzazione di un simulatore a combustibile solido bisogna chiedersi innanzitutto quali obbiettivi formativi si vogliono conseguire. Dopo aver risposto a questa domanda si può scegliere la struttura più indicata. E’ evidente che nel momento che si vorrebbe un simulatore completo, in grado cioè di soddisfare esigenze diverse, bisogna giungere ad un compromesso.

Il seguente documento elenca le diverse tipologie di simulatore con gli obbiettivi formativi che possono essere raggiunti.

Flat Straight Cell.

Questo simulatore permette di erogare dei corsi formativi che consentono di sviluppare le abilità tecniche (skill) del personale operativo e in parte le competenze tattiche. All’interno di questa struttura si possono erogare essenzialmente due tipologie di esercizio:

  • Osservazione. Tipologia di addestramento che permette di avvicinare il personale alla conoscenza del fenomeno incendio al chiuso. Il personale all’interno mantiene una posizione statica e passiva rispetto a quanto avviene. La conduzione è di pertinenza esclusiva degli istruttori, 2 all’interno + uno  all’esterno. Il ratio all’interno del container tra istruttori e allievi è di 1:3 elevabile fino a 1:5. La buona riuscita dell’esercizio è completamente nelle mani dei conduttori. Questa tipologia di container non è provvista di camini. Il fumo viene quindi gestito tramite le porte posteriori del container;
  • Attacco. Tipologia di addestramento che prevede una partecipazione attiva da parte degli allievi. Il personale all’interno si muove al fine di poter dar modo a tutti di operare con la lancia per apprendere le corrette tecniche. Il ratio tra istruttori e allievi è di 1:2 (tre istruttori con sei allievi).

Criticità:

  • gli allievi sono passivi rispetto all’incendio;
  • quando gli allievi sono attivi effettuano il “flame cooling” e non il più appropriato “smoke cooling”;
  • se il conduttore non è sufficientemente preparato il carico termico subito dagli allievi è notevole;
  • praticamente nulla la possibilità di allenare le competenze tattiche.

Flat Straight cell. Credit Pierre-Louis Lamballais

 

Split Level Cell.

Questa tipologia di simulatore permette di replicare le possibilità del container flat straight cell elevando il livello di sicurezza grazie alla modalità costruttiva specifica. La specificità di questo simulatore risiede nel fatto che la camera di combustione è posizionata ad un livello superiore rispetto alla quota del container dove sono posizionati allievi e conduttori. Questo è probabilmente il layout più diffuso da quando si è sviluppata la formazione CFBT. Questa tipologia di container è stata adottata dal Corpo Nazionale Vigili del Fuoco. Le tipologie di corso erogabili sono:

  • Osservazione. Tipologia di addestramento che permette di avvicinare il personale alla conoscenza del fenomeno incendio al chiuso. Il personale all’interno mantiene una posizione statica e solo osservatore rispetto a quanto avviene. La conduzione è di pertinenza esclusiva degli istruttori (2 all’interno + uno all’esterno). Il ratio all’interno del container tra istruttori e allievi è di 1:3 elevabile fino a 1:4. A differenza del Flat gli allievi subiscono un carico termico inferiore. Il simulatore è dotato di un camino che permette di modificare le condizioni dello strato di gas (sia la concentrazione rispetto al campo di infiammabilità che la temperatura). Adottando una giusta sequenza di apertura e chiusura si possono settare questi parametri al fine di avere una buona riproducibilità del fenomeno;
  • Attacco. Tipologia di addestramento che prevede una partecipazione attiva da parte degli allievi. Il personale all’interno si muove al fine di poter dar modo a tutti di operare con la lancia per apprendere le corrette tecniche. La rotazione degli allievi è diversa rispetto al container Flat. Il fatto poi che talvolta la camera di camera di combustione sia coibentata permette di mantenere per un tempo maggiore le condizioni necessarie per permettere a tutti di esercitarsi nelle giuste condizioni ambientali;
  • Simulatore Smoke explosion e Fire Gas Ignition. Con delle piccole modifiche possono essere riprodotti anche questi fenomeni.

Criticità:

  • la conduzione da parte dell’istruttore è più complessa;
  • non consente di formare un grande numero di allievi per sessione;
  • se utilizzato per riprodurre l’FGI richiede allievi che abbiano un’ottima conoscenza dello sviluppo dell’incendio, altrimenti rischia di passare dei falsi messaggi;
  • praticamente nulla la possibilità di allenare le competenze tattiche.

 

Container split level posizionati alla SFO di Montelibretti. Credit Antincendio-Italia.it

 

Multifloor Cell.

Il Multifloor Cell è un simulatore che permette di addestrare tutte e due le abilità, tecniche e tattiche. In un’unica struttura si possono realizzare diverse unità didattiche :

  • Prova di affaticamento: si deve tenere presente che anche in intervento si giunge sul luogo dell’incendio dopo essersi notevolmente affaticati: si fanno rampe di scale, si fa stendimento manichette ecc.; in container come in intervento si deve apprendere a saper dosare le proprie forze al fine di non arrivare esausti sul target;
  • Essere orientati nello spazio: è importante, soprattutto in intervento, avere coscienza degli ambienti che si attraversano e degli oggetti che ci circondano (in particolare anche con lo scopo di individuare eventuali fonti di pericolo che si potrebbero lasciare alle spalle). In intervento si deve sempre sapere dove ci si trova e avere coscienza di cosa sta attorno;
  • Finalità pedagogica del percorso a ritroso in uscita: sempre in funzione del saper dosare le proprie forze si deve tenere presente che in caso di necessità o a fine intervento si deve sempre essere in grado di ritornare in zona sicura senza difficoltà; anche in relazione al consumo di aria si deve poter tornare in zona sicura senza aver intaccato la riserva di aria.

A titolo esemplificativo si possono elencare:

  • Multifloor level 1. In questa unità didattica l’allievo si approccia per la prima volta ad una simulazione più complessa ed articolata rispetto al semplice container. In questa prima fase l’esplorazione principale sarà nei propri stessi confronti. Durante la progressione l’allievo sperimenterà condizioni che andranno via e via modificandosi man mano che si addentra nella struttura. Inizialmente si ha una sezione all’interno della quale la temperatura è relativamente bassa mentre è abbastanza impegnativo l’aspetto emotivo (buio e con passaggi tecnici) e quello fisico prestazionale. Una volta superata questa prima fase l’impegno fisico va un po’ scemando mentre aumenta la temperatura. La terza e ultima fase prevede nessun impegno fisico, visibilità migliore ma temperatura decisamente maggiore. L’esercizio termina uscendo direttamente all’esterno da quest’ultima sezione;
  • Mutlifloor level 2. Stesso esercizio rispetto a prima con la differenza che gli allievi non escono all’esterno direttamente dal container caldo ma tornano indietro ripercorrendo i propri passi. La valenza formativa risiede nella gestione dell’aria (Air management). Gli allievi saranno impegnati a calcolare la quantità d’aria residua in maniera tale da poter uscire da dove sono entrati senza intaccare la riserva d’aria di emergenza. Gli altri tasks sono medesimi rispetto all’esercizio base;
  • Mutlifloor level 3. In questa unità didattica gli allievi compiono una simulazione di attacco all’incendio. Dopo che tutto il personale ha conseguito le competenze di base sui fenomeni legati all’incendio al chiuso si può passare alla formazione sulle altre abilità necessarie in un intervento. Le competenze che si devono possedere sono definite in due grandi famiglie:
    • Competenze tattiche;
    • Competenze tecniche.

Nella esercitazioni precedenti si sono sviluppate essenzialmente quelle tecniche e poco quelle tattiche. Ora si provvederà a ricomporre tutte le competenze effettuando delle simulazioni di attacco all’incendio. Le esercitazioni pratiche consistono in sessioni realistiche di formazione con fuoco reale ed esercitazioni pratiche di utilizzo delle attrezzature.

  • Mutlifloor level 4. Incendio scantinato. Questa unità didattica permette di sviluppare tutte le abilità di cui sopra in un ambiente che in intervento rappresenta uno degli scenari più impegnativi e pericolosi per le squadre in intervento. Tutto questo mantenendo sempre uno standard elevato di sicurezza.

Criticità:

  • la qualità della formazione alla lettura dei fenomeni dell’incendio è mediocre;
  • dopo la prima squadra in entrata vi è difficoltà a mantenere l’altezza del piano neutro e consistenza del fumo.

 

Multifloor level Scuola Provinciale Antincendi di Trento. Credit Ing Gabriele Pilzer

 

T-Cell.

Il layout di questo simulatore permette di completare la formazione del personale operativo. Le caratteristiche principali sono:

  • Corrispondenza alla realtà per quanto riguarda la realtà interventistica in situazioni di incendio regolato dal comburente;
  • Un ambiente che permette di avere scenari multipli con finalità operative diverse;
  • Riproducibilità della formazione.

Per creare le giuste condizioni, l’istruttore deve avere sempre sotto controllo la combustione (che sta fornendo l’energia e il fumo). La comprensione di quali saranno le conseguenze a breve termine di quello che sta avvenendo e la capacità di mantenere il controllo determinano il successo dell’evoluzione.

  • Long Attack. Questa evoluzione è un evoluzione del container base Flat straight introducendo le seguenti caratteristiche aggiuntive:
    • Mandata di attacco molto più lunga;
    • Scarsa visibilità;
    • Passaggio di due porte (una in condizioni di visibilità quasi nulle);
    • Punti di attrito multipli;
    • Focolaio protetto (non attaccabile direttamente per errore dagli allievi).
  • Fire Attack e Search & Rescue. Questa evoluzione segue il Long Attack introducendo le seguenti caratteristiche aggiuntive:
    • Ricerca primaria e salvataggio (Primary Search & Rescue) nelle tre stanze di cui è dotato il simulatore;
    • Tecniche di ricerca;
    • Due squadre che operano allo stesso tempo;
    • Rimozione delle vittime.

Criticità

  • molto impegnativo per allievi alle prime armi;
  • richiede un gran numero di istruttori per sessione;
  • gli istruttori debbono possedere un bagaglio tecnico e d’esperienza notevole.

 

Conclusioni

Da quanto scritto sopra si evidenzia che le tipologie sopra descritte hanno degli aspetti positivi e alcuni meno. Per poter raggiungere tutti gli obbiettivi formativi auspicabili bisognerebbe averne a disposizione la maggior parte di essi. Vi è però una tipologia di simulatore che non è stata descritta sopra che è in grado di cogliere gli aspetti positivi di ciascuno di essi racchiudendoli in un unica struttura. La descrizione di questo simulatore sarà l’oggetto del prossimo articolo. Stay tuned

Il casco Dräger HPS 7000 dalla viva voce dei protagonisti

Quello che segue è uno stralcio dell’intervista rilasciata a Dräger.

Intervista a Luca Parisi, Vigile del fuoco del Comando Provinciale di Trento e istruttore della Scuola Provinciale Antincendi di Trento nell’ambito del CFBT (Compartment Fire Behavior Training)

Dräger: Corsico. „Dimmi e dimenticherò, mostrami e forse ricorderò, coinvolgimi e comprenderò”. Questa frase di Confucio ben si addice al suo ruolo di istruttore di Vigili del Fuoco, e molto si può capire dalla foto del casco Dräger HPS 7000 utilizzato in condizioni estreme: oltre 150 volte nella “casa a fuoco” per 25 minuti ogni volta, con una temperatura superiore ai 500°C! Ci parli della sua esperienza come istruttore dei Vigili del fuoco e quali sono i temi che affronta con gli allievi prima di una prova pratica.
LP : “Il nostro obiettivo è quello di far vivere ai nostri allievi un’esperienza più vicino possibile ad un incendio reale, mantenendo elevati standard di sicurezza. Questo richiede un impegno totale da parte degli istruttori. Nei nostri simulatori non vi è un pulsante di emergenza che possa spegnere l’incendio, ventilare i fumi e raffrescare l’ambiente. Abbiamo dei sistemi di evacuazione di calore e fumo che però richiedono un certo tempo. Vi è quindi la necessità di garantire la sicurezza basandosi sulle procedure di lavoro, sulla preparazione degli istruttori e sulla fiducia reciproca che si instaura tra allievo e istruttore. Nel tentativo di creare questo clima di fiducia, l’istruttore trascorre del tempo insieme agli allievi spiegando a grandi linee quello che avverrà all’interno del simulatore e cosa ci si aspetta da loro….per completare la lettura clicca qui.

 

                                     Simulatore a combustibile solido 

 

 

Seminario: Tattiche e tecnologie per l’attacco all’incendio.

 

 

Seminario divulgativo

Bolzano, sabato 24 marzo 2018 dalle ore 15.00 alle 17.00

 

Gli ultimi vent’anni hanno visto un cambiamento importante nell’evoluzione dell’incendio all’interno degli edifici. A questo cambiamento non sempre ha fatto eco un adeguamento della lotta all’incendio. Qual è lo stato dell’arte delle tattiche d’intervento? Quali tecnologie meglio rispondono a quest’evoluzione?

 

 

“Se lo sviluppo dell’incendio è cambiato così tanto in questi ultimi anni, le tecniche e le tattiche devono adeguarsi a questo cambiamento”
Steve Kerber Director of the UL Firefighter Safety Research Institute

 

           Credit: http://www.seganosa.com/

Cosa è cambiato

Edifici con volumi interni maggiori che in passato, coibentazioni molto più efficienti, serramenti che resistono più a lungo durante l’incendio, combustibili che producono molto più fumo e richiedono grandi quantità d’aria per bruciare. Questa in estrema sintesi la trasformazione che è avvenuta negli ultimi anni. Alla luce dei cambiamenti avvenuti non sempre vi è stata una risposta adeguata nella lotta agli incendi. Si vedono ancora ad oggi metodologie di attacco che si riferiscono ad incendi che di fatto non esistono più.

Le conseguenze sulla salute dei soccorritori

Oltre ai possibili problemi acuti che possono avvenire durante le fasi dell’attacco all’incendio, vi sono anche delle problematiche croniche. In questi ultimi tempi si è stabilito in alcuni casi un nesso causa effetto tra l’attività di spegnimento degli incendi e lo sviluppo nei vigili del fuoco di alcune forme tumorali. In altre nazioni alcune sentenze hanno stabilito una correlazione diretta. Numerosi sono gli studi che sempre più sottolineano che l’attività di lotta agli incendi può avere conseguenze dirette sulla salute dei vigili del fuoco nel medio e lungo termine.

Impatto ambientale

Da non dimenticare poi i problemi ambientali, quanto incidono le attività di spegnimento dell’incendio sull’ambiente? Ci si è mai chiesti se le scelte operate siano in linea con la difesa dell’ecosistema? Se in parte è giustificabile che durante l’emergenza delle operazioni di spegnimento altre priorità prendano il sopravvento, non è giustificabile una scarsa attenzione all’ambiente in “tempo di pace”. Quali azioni combinano l’efficacia di spegnimento con la riduzione del danno correlato? Quali decisioni sarebbero da prendere? Siamo pronti ad un approccio culturale che comprenda anche queste attenzioni per l’ambiente?

Le possibili soluzioni

Anche se la filiera completa ( scuole di formazione, reparti operativi e produttori di attrezzature) sta lentamente adeguandosi, vi è ancora molta strada da percorrere. Solo facendo rete, creando sinergie tra tutti gli attori interessati vi è la possibilità di affrontare la sfida e uscirne vincitori. In questo contesto si inseriscono alcune metodologie di attacco all’incendio che utilizzando delle tattiche adeguate e con il supporto delle nuove tecnologie sono in grado di meglio rispondere alle esigenze dei giorni nostri.

 

 

Iscrizioni mandando una mail a civilprotect@fierabolzano.it entro venerdì, 16 marzo.

Procedura di passaggio porta, la stiamo facendo bene?

Introduzione

Una delle pratiche utilizzate nella lotta agli incendi moderni (che a mio avviso si presta a mal-interpretazione) è la tecnica di passaggio porta. Vi è la tendenza a concentrarsi sull’aspetto più strettamente meccanico/tecnico perdendo di vista i veri obbiettivi. Parlando con quanti sono chiamati ad operare in caso di incendio (vigili del fuoco professionisti e volontari, componenti squadre aziendali, fire team imbarcati a bordo di navi o piattaforme petrolifere) ho molto spesso l’impressione che non si abbiano le idee chiare.

Quali i pericoli nell’aprire una porta?

Molti si aspettano e in alcuni casi temono, di trovare è un muro di fiamme che prorompe da dentro il locale non appena si apre la porta. E’ davvero questo un problema? E soprattutto è possibile che una porta dietro alla quale vi sia un incendio sufficientemente ventilato in post flashover non abbia mostrato alcun segnale premonitore?

Figura 1. L’incendio ha trovato in maniera naturale uno sfogo verso l’esterno. Da notare la ridotta produzione di fumo e il colore relativamente brillante delle fiamme. In questo caso l’apertura della porta interna non produrrebbe modifiche sostanziali nello sviluppo dell’incendio.

Per poter rispondere a queste domande devono essere chiare le differenze tra un incendio limitato dal combustibile (ILC) e uno dal comburente (ILV). Stabilire quali di questi due regimi è in atto permette di operare le giuste scelte. È bene dire subito che in caso di un ILC, anche se di potenza significativa, vi sono generalmente a disposizione sia gli strumenti che le competenze necessari. Salvo che per l’incendio generalizzato, i servizi antincendio sono strutturati per far fronte ad un incendio regolato dal combustibile. Le azioni che solitamente si attuano sono state pensate proprio per far fronte ad un incendio di questa tipologia. Normalmente si realizzano delle aperture per lo sfogo del calore e del fumo. Queste aperture fanno si che la visibilità aumenti e il calore sfoghi all’esterno migliorando così le condizioni. L’apporto d’aria che inevitabilmente avviene, non influenza la potenza dell’incendio. In questo modo si massimizzano gli effetti positivi senza di fatto averne di negativi.

Cosa avviene invece se si realizzano delle aperture in caso di un ILV? E quanto tempo può passare prima di vederne le conseguenze? Per prima cosa togliamoci dalla mente che gli effetti dell’apertura siano sempre immediati. Questo perché ciò che avviene dopo aver aperto questa famigerata porta ha bisogno di tempo per potersi innescare.Il tempo che occorre è in funzione di una serie di fattori tra loro collegati:

  • Da quanto tempo ha avuto origine l’incendio;
  • Da quanto tempo l’incendio è entrato in regime di ILV;
  • Il carico d’incendio e la disposizione dello stesso all’interno del compartimento;
  • Quantità d’aria entrata. Che è in funzione di:
    • Delta di pressione esistente;
    • Dimensione delle aperture realizzate;
    • Altezza delle aperture nel compartimento;
    • Sequenza di apertura nel caso siano più di una;
    • Tempo di apertura;
    • Direzione ed intensità del vento.

Viste le numerose variabili che concorrono a determinare il tempo che può trascorrere tra l’apertura e gli effetti seguenti, è praticamente impossibile stabilire una regola. Quello che si può rilevare è che in un locale di medie dimensioni è quasi impossibile che l’apertura di una porta comporti un immediato innesco dei fumi presenti. Vi può essere il rapido innesco dei gas che fuoriescono all’esterno ma non di quelli all’interno del compartimento.

Il timore che questo possa avvenire porta a distogliere l’attenzione da quello che conta veramente. Partiamo da un punto fermo e cioè le motivazioni di queste azioni. Per quale motivo si apre una porta? Essenzialmente perché non si è in grado di capire,direttamente dall’esterno, cosa sta avvenendo . Quindi lo scopo non è impedire che s’incendino i gas ma capire cosa avviene all’interno. Tutto questo per decidere se vi sono le condizioni per entrare. Non è una differenza di poco conto. Il focus deve rimanere sulla necessità di leggere la situazione, non sullo sparare acqua a casaccio fuori e dentro il compartimento. Quando si comprende bene questo aspetto ci si può concentrare sull’effettuare un passaggio porta efficace.

I segnali premonitori

Quando si apre una porta si è di fronte ad una situazione che impone delle scelte non facili da prendere. Ricordiamo innanzitutto i due elementi principali:

  • Si deve aprire la porta perché gli altri strumenti per capire cosa stia avvenendo all’interno hanno in qualche modo fallito. Quindi si deve aprire per vedere. Più tempo si tiene aperto, più a lungo si può vedere;
  • Bisogna evitare che entri dell’aria. Questo per scongiurare che in caso di un ILV l’apporto di aria abbia effetti sull’evoluzione dell’incendio. Più breve e limitata nel tempo l’apertura meno aria entra.

I punti sopra sembrano inconciliabili. Se a questo ci aggiungiamo che si effettuano delle operazioni in maniera robotica ci si accorge che si sta fallendo l’obbiettivo.

Un altro elemento che spesso risulta essere un aggravante, piuttosto che valido aiuto, è l’uso dell’acqua. Nella procedura di passaggio porta l’acqua (se usata bene) permette di:

  1. Inertizzare (quando la porta viene aperta) l’area all’esterno sopra gli operatori;
  2. Raffreddare il fumo all’interno del compartimento;
  3. Inertizzare piccoli volumi all’interno del compartimento grazie al passaggio di stato dell’acqua da liquido a vapore e alla concentrazione di gocce molto piccole.

Figura 2. Da notare le gocce che rimangono in sospensione per inertizzare l’eventuale fumo in uscita

L’utilizzo dell’acqua in questa prima fase è importante per incrementare la sicurezza dell’azione dei vigili del fuoco che aprono la porta per capire e intraprendere l’azione più corretta. Se si decide di aprire la porta è perché non si hanno a disposizione altre tecnologie come le lance piercing, il Fognail™ oppure il CCS Cobra™ che consento di mettere in sicurezza l’ambiente senza dover aprire.

Figura 3. I sistemi come il Cold Cut System Cobra™ permettono di rendere più sicuro l’accesso ad un compartimento prima dell’ingresso delle squadre.

L’obbiettivo è però sempre quello di crearsi un’immagine di quello che vi è all’interno. Tutto ruota attorno ad esso.  Come lo si realizzi è in funzione delle competenze acquisite, delle attrezzature a disposizione e dell’esperienza del personale.

Tecniche di passaggio porta

Tante sono le possibili combinazioni che si possono utilizzare. Ponendo come focus l’uso dell’acqua si possono prendere in esame:

  • due colpi di lancia al di fuori sopra la testa degli operatori ed uno dentro nel fumo;
  • Solo il colpo nel fumo;
  • una combinazione di questi.

Quando invece il focus è la posizione degli operatori:

  • lancista verso l’apertura e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso la maniglia protetto dalla parete.

Naturalmente bisogna tenere in considerazione anche se il verso di apertura della porta è:

  • porta a spingere;
  • porta a tirare.

Figura 4. Un esempio delle possibili tecniche adottabili. Per verificare la temperatura si può scostare leggermente il guanto, facendo attenzione a non toglierlo. In caso di portoncini blindati o isolati si può provare a toccare la maniglia. Da notare l’impugnatura della lancia specifica per bagnare leggermente la porta con la tecnica del painting.

Come si vede le variabili sono molte e a volte in apparente contrasto. Poco importa, la cosa che veramente conta è mettersi nelle condizioni di vedere cosa c’è all’interno del locale mantenendo un grado di sicurezza il più elevato possibile. La domanda corretta ora è: ma cosa si deve vedere? Domanda semplice con una risposta articolata. I segnali che si devono scorgere non sono nella maggior parte dei casi definiti e di semplice interpretazione. E qui risiede il vero problema. Nella formazione ci si concentra sulla meccanica dell’azione tralasciando gli elementi che la contraddistinguono: cosa si deve vedere? Questo, è quello che si dovrebbe affrontare nella formazione, dando degli elementi utili per definire se è possibile entrare o meno.

Cercando di dare una risposta a questa domanda si possono elencare questi elementi:

Prima di aprire la porta:

Prendere più informazioni possibili da parte dei presenti;
  • Da quanto tempo è cominciato l’incendio;
  • cosa contiene il compartimento;
  • quanto grande è il compartimento coinvolto;
Osservare la porta alla scoperta dei seguenti elementi:
  • temperatura elevata (la maniglia può rappresentare un ponte termico preferenziale);
  • cambiamenti di colore dovuti alla temperatura;
  • bolle nella vernice;
  • bagnando la porta l’acqua evapora;
  • fuoriuscita di piccoli sbuffi di fumo dal perimetro esterno;
  • se la porta è vetrata verificare se vi sono dei depositi oleosi sulla faccia interna. Questo è un indice che i fumi sono probabilmente al di sopra del loro campo di infiammabilità (fumi grassi).

Se nulla di tutto ciò è visibile non bisogna trarre conclusioni avventate. Se non si vede nulla non significa nulla!

All’apertura della porta:

Osservare l’eventuale fumo;
  • Fuoriuscita di fumo dal compartimento. Il fumo che all’esterno comincia a bruciare è un indicatore che all’interno del compartimento vi sono due dei tre elementi del triangolo del fuoco e cioè energia e combustibile. L’unica cosa che manca è il comburente che invece è presente in grandi quantità all’esterno;

Figura 5. All’interno del compartimento non vi è sufficiente comburente. Appena la pressione sospinge all’esterno il fumo vi è la comparsa delle fiamme. Il display indica la temperatura (588°C) presente all’interno del compartimento a circa 2 mt di altezza.

  • Altezza del piano neutro. Più è basso e più è indice di pericolosità. Bisogna però tenere in considerazione che un incendio ormai spento ed innocuo in un locale senza aperture ha il fumo fino a terra;
  • Pressione e velocità in uscita del fumo. Più il fumo esce in volute turbolenti e con buona velocità più l’incendio è in prossimità dell’apertura. Inoltre potrebbe essere indicatore di una certa vivacità dell’incendio;
  • Colore del fumo. Bisogna a stare attenti a non essere ingannati dal colore del fumo. Non sempre il fumo più è scuro più è pericoloso. Un fumo di colore nocciola scuro con riflessi violacei è un fumo ricco di gas della pirolisi scaturite da legno o derivati.

Figura 6. Questo colore contraddistingue i gas della pirolisi di un ILV. Da notare nell’angolo in basso a sinistra l’aria che si incunea al di sotto del fumo.

Stabilire la temperatura interna:
  • Utilizzando una termocamera è possibile avere un’idea di massima della temperatura del compartimento. Temperatura elevata significa che i fumi hanno una propensione ad infiammarsi visto l’alto livello energetico contenuto. D’altra parte temperatura elevata potrebbe indicare che l’incendio è un ILV da poco tempo;
  • L’acqua è un valido aiuto per stabilire l’ordine di grandezza della temperatura.
Entrata dell’aria:
  • La velocità alla quale l’aria si fa strada nel fumo è un chiaro segno del fatto che il focolare principale si sta riprendendo. Più aria entra e più la velocità relativa aumenta;
  • Volume di aria in entrata. Se la pressione all’interno del locale è simile a quella ambiente, sia il volume che la velocità dell’aria in entrata saranno minimi. Se invece la pressione è più elevata, la fuoriuscita iniziale abbatte la pressione creando i presupposti per l’entrata dell’aria. Quando si innesca la corrente di convezione (l’aria fresca richiamata dalla base del focolare principale) l’apporto d’aria si stabilizza se l’apertura rimane costante. Per contro l’innesco della corrente di convezione apre una finestra temporale che se sfruttata bene potrebbe permettere di arrivare sull’incendio guidati da essa.
Fiamme:
  • La presenza di fiamme in grande quantità esclude il fatto di essere nelle condizioni di incendio regolato dalla ventilazione;
  • Poche fiamme di colore scuro (rosso o arancione scuro) possono indicare un ILV al limite del 14% di ossigeno. La nostra apertura non farà altro che aumentarne la concentrazione con conseguenze facilmente immaginabili;
  • Fiamme languide, allungate e lente sono tipiche di un ILV. Mentre fiamme nervose, corte e veloci contraddistinguono un ILC.
Effetto dell’acqua:
  • L’acqua che entra all’interno del compartimento e si trasforma in vapore è indice del livello energetico del fumo;
  • La presenza di un sibilo durante il passaggio di stato dell’acqua è indice di temperatura elevata;
  • L’acqua che, seppur utilizzata correttamente (portata, cono di apertura e angolo della lancia verso il terreno), cade a terra, indica che il fumo non ha temperatura elevata. Questo che non esclude che possa essere egualmente pericoloso, indica solamente che il livello energetico è inferiore.

 

Conclusioni

Stabilire una procedura rigida che vada bene in tutte le occasioni non è semplice e probabilmente è anche contro produttivo. Quello che sicuramente si può fare è ragionare per obbiettivi piuttosto che in modalità “automatica”. Una volta che gli obbiettivi tattici sono ben chiari a tutti è molto più semplice agire di conseguenza. Questo però responsabilizza ancor di più i formatori e le strutture preposte alla formazione. È molto più facile insegnare un “compitino” da eseguire a memoria che spiegare i motivi del perché una determinata cosa succede. Purtroppo però, se ci si scorda una piccola parte di una sequenza imparata a “pappagallo” si rischia di non saper proseguire con l’azione. Nel caso contrario invece, avendo ben chiaro in mente cosa si vuole ottenere, non si rischia di fallire se ci si dimentica una parte della sequenza.

 

Figura 7. Il ruolo dei formatori è quello di rendere i propri allievi elementi pensanti. Solo così saranno in grado di affrontare tutte le possibili problematiche che l’interventistica riserva quotidianamente.

Intervista rilasciata al periodico Fire and Rescue

Nel mese di dicembre sono stato contattato da Ann-Marie Knegt direttore responsabile del periodico Fire & Rescue. La richiesta prevedeva di rispondere ad alcune domande in merito alla mia attività di istruttore. Preme sottolineare che la mia segnalazione è stata fatta da Anders Trewe e Christian Giuliani ai quali va il mio personale ringraziamento. Vorrei fosse ben chiaro che non ritengo questa nomination e la successiva pubblicazione dell’intervista come una mera affermazione personale. È invece la validazione di un percorso di crescita collettivo di un gruppo del quale sono fiero di far parte. E’ importante riconoscere i giusti meriti: non saremmo andati da nessuna parte se non ci fosse stato chi ha creduto in noi e chi, avendone il potere, non avesse preso la decisione di appoggiare le nostre proposte. Altrettanto fondamentale è il gruppo. Gruppo che ha condiviso l’impegno di credere in qualcosa di nuovo e con dei tratti di rottura rispetto al passato. Gruppo in costante crescita numerica e molto eterogeneo ma con una radice comune di passione e voglia di migliorare l’efficacia dei nostri interventi. Un altro aspetto fondamentale è che non possiamo permetterci il lusso di ritenerci “arrivati”. Se non si mantiene la fame di continuo miglioramento, la storia ci insegna che non si farà altro che imboccare la china in discesa. La barra deve rimanere dritta mantenendo bene in vista quelle che sono le esigenze di quanti si rivolgono a noi per ricevere la formazione che necessità. Nel momento in cui perdiamo di vista questo e ci concentriamo sull’appagare la nostra ambizione o peggio ancora mettiamo in primo piano l’interesse personale avremo fallito l’obbiettivo e tanti sforzi saranno stati vani.

Quella che segue è la traduzione in italiano dell’originale intervista in Inglese. La stessa la si può trovare al link inserito in fondo pagina.

F&R: Puoi descrivere una tipica giornata presso il campo prove?

LP: Il nostro ruolo nella scuola di formazione è di addestrare e formare sia nuove reclute che personale più esperto in merito allo sviluppo dell’incendio al chiuso. La giornata inizia con l’accoglienza degli allievi, la descrizione del programma giornaliero e la lettura delle raccomandazioni di sicurezza in essere. Dopo di che ci si cambia indossando il DPI e si realizzano alcune prove a freddo all’esterno con la lancia. Fatto questo si entra nel simulatore.

Ogni istruttore entra nel container, ambiente ostile per via del calore e della mancanza di visibilità, accompagnando un team composto da due allievi. Una volta dentro si devono perseguire più obbiettivi. Il nostro ruolo è quello di assicurarsi che si muovano correttamente all’interno. In questo primo ambiente vi sono alcuni ostacoli da superare che permettono di elevare, in tutta sicurezza, il livello di stress dell’allievo.

Successivamente ci si sposta nella sezione successiva del container che simula alcuni locali di un normale appartamento. Qui devono dimostrare di essere orientati nello spazio descrivendo lo scenario in cui si trovano. Fatto questo ci si porta nella sezione di container dove vi è l’incendio vero e proprio. Qui si faranno delle osservazioni sulla base di ciò che si vede. Colore della fiamme, tipologia di incendio in atto, modalità di trasmissione del calore, ecc.

Altro obbiettivo è la corretta gestione dell’aria. Gli allievi devono controllare costantemente il manometro del loro autorespiratore. In questo modo sanno quanta aria hanno utilizzato per arrivare al punto in cui sono e poter calcolare per quanto tempo possono restare all’interno.

Durante tutta l’esercitazione ci prefiggiamo di tenere gli allievi calmi, orientati e concentrati sulla gestione dell’aria.

All’uscita del simulatore si realizza un accurato debriefing su quanto visto ed avvenuto all’interno. Questo è un momento decisivo per fissare gli obbiettivi del corso. L’esercitazione si conclude con un’accurata procedura di svestizione e con la decontaminazione degli autorespiratori e DPI.

F&R: Cos’è la cosa migliore di essere un istruttore?

LP: Scorgere nei mie allievi accendersi la scintilla della curiosità e la volontà di incrementare le proprie conoscenze.

Io credo che dobbiamo favorire il desiderio di cambiamento e miglioramento così come dobbiamo fornire ai nostri allievi la conoscenza. Non vogliamo creare degli automi che agiscano con lo stesso approccio ad ogni incendio. Vogliamo piuttosto favorire la crescita di elementi pensanti che valutino la situazione prima di agire. Se ciò avviene possiamo dire di aver raggiunto il nostro scopo.

F&R: Qual è l’errore più frequente che vedi negli allievi?

LP: Io ritengo che l’errore principale sia il desiderio di conoscere esattamente ciò che succede durante un incendio. Purtroppo non è possibile. Ci sono troppi elementi che concorrono allo sviluppo di un incendio. L’unica risposta certa che possiamo dare è: “Tieni bene in mente che la situazione è in continua e costante evoluzione”. Quando, come vigile del fuoco, si comprende appieno questo concetto si potrà adattare l’approccio in maniera tale da affrontarlo nel miglior modo possibile.

F&R: C’è qualcosa di diverso che dovrebbe essere insegnato al posto di ciò che si fa adesso?

LP: Alle volte penso che si perdano di vista le reali necessità e gli obbiettivi che dovremmo darci. Talvolta si fa qualcosa non perché sia utile e funzionale ma semplicemente perché abbiamo sempre fatto così. Per esempio, perché non insegniamo ai nostri allievi a combattere l’incendio dall’esterno prima di entrare all’interno? Sappiamo perfettamente che il fumo contiene elementi carcinogeni e tossici. Nonostante questo perseveriamo nell’addestrare i nostri allievi a scegliere come prima opzione l’attacco dall’interno prima di considerare la possibilità di un attacco dall’esterno. Io ritengo che giochi un ruolo importante l’ego dell’istruttore in questo frangente.

F&R: Quale evoluzione strategica si profila nella formazione attuale?

LP: Seguendo quanto affermato sopra penso che dovremmo modificare la sequenza attraverso della formazione così come proposta da Lars Axelsson. Allo stato attuale il flusso degli argomenti è il seguente: Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco interno → attacco esterno → ventilazione. Questo riflette la sequenza attraverso la quale si eroga la formazione e questo è quello che si fissa nella mente dei nostri allievi. Tuttavia la sequenza corretta dovrebbe essere: Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco esterno → ventilazione → attacco interno. Dobbiamo passare il concetto che si deve effettuare un attacco interno solo dopo avere valutato l’opportunità e l’efficacia di un attacco esterno.

F&R: Qual è l’attrezzatura che preferisci e perché?

LP: La mia attrezzatura preferita è la lancia. Questo perché quando si parla della lancia molti dei miei studenti ritengono di “sapere già tutto quello che c’è da conoscere”, purtroppo molto spesso non è così. Noto a volte una mancanza nelle conoscenze di base. Si è così concentrati sugli equipaggiamenti in dotazione ad alto contenuto tecnologico che si perdono di vista gli strumenti di base. Quando parlo loro di come utilizzare correttamente la lancia colgo l’occasione di rinforzare concetti base.

F&R: Cosa distingue la struttura per la quale operi rispetto agli altri?

LP: La risposta è abbastanza semplice, siamo il primo (e al momento unico) centro di formazione in Italia ad usare più simulatori a caldo che utilizzano combustibile solido di classe A. Ve ne sono degli altri ma con solo un simulatore. Noi ne abbiamo alcuni a caldo ed una struttura per esercitazioni con fumo freddo.

Abbiamo cominciato circa dieci anni fa cercando di capire cosa si stava realizzando in Europa. Svezia, Germania, Francia, Portogallo, Belgio e Croazia sono stati le mete dei nostri viaggi per acquisire la necessaria conoscenza per condurre delle esercitazioni con fuoco reale sicure ed efficaci. Adesso abbiamo più di 30 istruttori abilitati con centinaia di allievi formati. Tra questi annoveriamo anche gli istruttori dell’Aeronautica Militare Italiana. Possiamo inoltre realizzare corsi tenuti in tedesco ed inglese combinando una formazione con fuoco reale di prima classe ad un territorio stupendo.

F&R: Qual è il tuo motto preferito quando si parla di lotta all’incendio?

LP: Non rovente da bruciare ma caldo per informare (Not hot to burn but warm to inform). Non è dimostrando quanto bravi siamo a resistere al calore che rendiamo il miglior servigio ai nostri studenti. Dimostriamo di essere bravi quando ricreiamo le condizioni migliori per l’apprendimento prefisso. (la paternità di questa frase è di Nisse Bergstrom of Sandö Fire college)

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Cliccando sull’immagine si apre un link per scaricare la rivista contenente l’intervista originale in inglese

Lance antincendio

Si nota sempre più in questi ultimi tempi una progressiva perdita di conoscenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le basi della competenza in ambito pompieristico. Le molteplici esigenze interventistiche portano a doversi concentrare su miriadi di attrezzature diverse. Alcune apparecchiature sono effettivamente complicate; Hanno è vero potenzialità notevoli, ma siamo sicuri che siano veramente fruibili? Al di là di queste considerazioni, condivisibili o meno, resta un problema di fondo, l’attività del vigile del fuoco prevede che vi sia un ottima manualità in merito all’utilizzo delle attrezzature base. Una di quelle che più diamo per scontata la conoscenza, è la lancia. In base alla mia esperienza di formatore, posso assicurare che il numero dei vigili che possono affermare di poter utilizzare una lancia “ad occhi chiusi” è una percentuale minima. In questo caso dicendo ad occhi chiusi non è un semplice modo di dire, nel nostro caso è un esigenza ben precisa legata all’attività interventistica.

La tipologia di incendi che siamo chiamati ad affrontare, fa sì che si debba effettuare un entrata aggressiva all’interno di edifici completamente invasi dal fumo. Le modalità di trattamento dei fumi prevedono un utilizzo della lancia in condizioni di visibilità nulle o quasi. Da questo si comprende l’importanza di conoscere a fondo questo strumento, in modo di poterlo utilizzare al massimo anche non potendolo vedere. Essendo la vista probabilmente il senso più sviluppato, o almeno quello che permette una familiarizzazione più veloce, per poter utilizzare un attrezzatura senza poterla vedere, vi è la necessità di dedicarci molto più tempo. Per facilitare questo compito, sarebbe importante che la tipologia di lance in uso presso la propria struttura di appartenenza venga standardizzata. Una volta individuato il modello che fa al caso proprio, lo si dovrebbe adottare su tutti i mezzi.

La tipologia di lance che sarà oggetto dello scritto sono le cosiddette lance americane o a getto cavo. La loro diffusione presso i vari comandi o corpi è cominciata da un paio di decenni e salvo alcuni casi attualmente hanno sostituito le lance cosiddette Italiane o a getto solido. Si potrebbe quindi pensare che esse sono il frutto di un evoluzione recente. Se però le si studia ci si accorge che risalgono ai primi anni del secolo scorso. La loro produzione avvenne in seguito alla meccanizzazione e alla conseguente diffusione di prodotti petroliferi. Di fatto ci si rese conto che queste lance erano più efficiente di quelle a getto solido nel combattere gli incendi di classe B. La prima campagna di test della quale si ha conoscenza venne realizzata tra il 1943 e il 1946 da parte del US Coast Guard Fire Fighting School. Vennero condotti più di 20 esperimenti a bordo di una nave trasporto Liberty. Allo scopo venne utilizzata la sala macchine. Sul fondo di essa (circa 170mq) vennero versati tra i 5000 e i 7000 galloni di olio combustibile (19.000-26.000 litri). L’incendio venne lasciato bruciare liberamente per 30’ per assicurare le condizioni peggiori possibili. Durante questi test vennero utilizzate alcune tipologie diverse di lance a getto cavo, con una portata compresa tra 435 e 635 lpm ad una pressione di 6.9 bar. Le lance vennero inserite dal soffitto del locale in fiamme limitando il più possibile l’apporto d’aria. Le termocoppie registrarono una costante riduzione di temperatura sino ad arrivare al di sotto della temperatura di infiammabilità dell’olio combustibile (ca 93°C). Il direttore della scuola chief Layman realizzò di aver creato un nuovo metodo di attacco all’incendio che venne chiamato “attacco indiretto”. Egli rimase stupito che la superficie in fiamme dell’olio venne spenta senza l’applicazione diretta dell’acqua sul combustibile in fiamme. Dopo numerosi studi egli arrivò alla conclusione che:

  • La rapida produzione di vapore all’interno di uno spazio confinato crea una perturbazione violenta all’interno dello spazio confinato;
  • Ogni m3 di vapore creato all’interno dello spazio confinato occupa uno spazio equivalente di tale spazio.[1]

L’importanza di questi esperimenti sta nel fatto che per la prima volta venne dimostrato che le lance a getto cavo possono essere proficuamente utilizzate adottando l’attacco indiretto.

Questi test diedero il là a molte altre verifiche e sperimentazioni. Negli anni successivi si contarono decine di esperimenti. La svolta nella diffusione di questa metodologia si ebbe nel 1950 durante il Fire Department Instructor’s Conference in Memphis. Chief Layman tenne una conferenza dal titolo “little drops of water” (piccole gocce d’acqua). A seguito di questo evento vennero pubblicati alcuni libri che consentirono di aumentare in maniera significativa il numero di vigili del fuoco a conoscenza di tale metodologia di attacco all’incendio.

Come si evince da quanto precedentemente scritto, l’uso di questa tipologia di lance  risale a parecchi decenni fa, sia negli USA che in Europa (primi anni ’80). Vien da chiedersi perché in Italia arriviamo sempre con “qualche” anno in ritardo. Ad ogni modo essendo perfettamente inutile recriminare sul passato, concentriamoci su quanto possiamo fare per colmare eventuali lacune o mancanze di conoscenza.

Innanzitutto vediamo perché è importante utilizzare la giusta lancia per essere efficaci se intendiamo raffreddare i fumi durante la progressione all’interno di un edificio invaso dal fumo. Le grandezze che influenzano la capacità di estrarre calore sono:

  • La massa dell’agente estinguente utilizzato;
  • La sua superficie d’esposizione con il fluido che si intende raffreddare;
  • La velocità dell’agente estinguente;
  • Il tempo di contatto tra l’estinguente e il fluido.

 

Le prove in laboratorio indicano che i risultati maggiori si hanno per gocce di diametro ca 0,3-0,5 mm con una portata di ca 130 lpm e un cono di apertura della lancia di ca 60°. Operando in tale modalità si massimizzano tutti i parametri precedentemente elencati. Per poter essere efficacie la goccia deve avere una vita utile sufficientemente lunga, prima di cadere a terra a causa della gravità, da permetterle di attraversare parte dello strato di fumo e passare di stato, da liquido a vapore. Non deve però essere troppo grande da farle attraversare tutto il fumo e colpire il soffitto o le pareti laterali. Inoltre la dimensione delle gocce deve essere tale da possedere una grande superficie d’esposizione, permettendo di fatto di assorbire energia dal fumo.

lanceTroppo piccole <0,1 mm                   dimensione ideale 0,3-0,5 mm                  troppo grandi >1mm   [2]

 

Il fatto che l’acqua evapori comporta una serie di eventi successivi. In primo luogo il fumo si raffredda perché ha ceduto energia per riscaldare l’acqua. Come risultato il fumo si ridurrà in volume. Nel contempo il suo volume aumenta a causa del vapore che è stato introdotto. Quale di questi due fattori avrà il sopravvento dipenderà da dove l’acqua evapora. L’energia utilizzata per evaporare l’acqua può essere prelevata dal fumo o dalla superfici del locale interessato. Se l’acqua evapora all’interno dello strato di fumo, l’energia che utilizza per passare di stato è prelevata direttamente dal fumo. Il fumo viene quindi raffreddato comportando una sua conseguente riduzione in volume che compensa il volume del vapore introdotto. In questo caso vi sarà una contrazione del volume finale del fumo di circa il 20%.[3]

Quando l’acqua evapora perché raffredda la superficie del combustibile o le pareti laterali, l’energia utilizzata proviene dalle superfici riscaldate. Il conseguente aumento di volume del fumo, in quanto non vi è alcuna contrazione di esso, sarà all’incirca del 50%.

Una indicazione di massima recita che: quando circa il 70% dell’acqua evapora sulle superfici e il restante 30% nel fumo (temperatura del fumo di 600°C) i due effetti si annullano e il volume iniziale del fumo resta inalterato[4]

L’operatore dovrà utilizzare la lancia in maniera tale da raggiungere l’obbiettivo prefissato. L’angolo di apertura del cono e l’inclinazione rispetto allo strato di fumo sono altrettanto importanti della regolazione della portata o della pressione di utilizzo. Queste ci fa capire quanto importante sia la formazione all’utilizzo di tali attrezzature. Questa considerazione ci riporta all’inizio, le attrezzature devono essere scelte in base alle esigenze interventistiche e poi devono essere conosciute sin nei minimi dettagli da tutto il personale operativo. La cosa peggiore che possiamo fare è dare per scontato che siano conosciute da tutti e che si prediligano certune rispetto ad altre perché “si è fatto sempre così”.

[1] The safe and effective use of fog nozzle. John E. Bertrand and John D. Wiseman

[2] Offensiver Löschangriff Jan Südmersen

[3] Water and other extinguishing agents. Stefan Sardqvist Raddinings Verket

[4] Water and other extinguishing agents op cit

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo? Di Pieter Maes

Come avevo anticipato nei mesi scorsi, sono felice di inaugurare la collaborazione  con autori diversi, pubblicando la traduzione del lavoro di Pieter Maes  FF / EMT Brussels FD.   http://pietermaes.zenfolio.com/

Ho avuto occasione di incontrare Pieter durante un corso di formazione per istruttori CFBT. Di lui posso dire che è una persona di grande competenza e passione, condita con una verve e brillantezza disarmanti. Condivido i concetti che esprime al riguardo delle squadre di soccorso.  La chiave di lettura che offre, una novità assoluta, permette di spogliare la tematica da gli aspetti più “scenici” scoprendo le implicazioni con l’interventistica di tutti i giorni.

Buona lettura!

 



 

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo?

1° gennaio 2014, mattina presto. I vigili del fuoco di Highland Park stanno intervenendo in un’abitazione in fiamme. La casa è completamente invasa dal fumo. Fa caldo. Ad un certo punto due vigili del fuoco perdono l’orientamento e non riescono ad individuare l’uscita. Immediatamente dichiarano Mayday alla radio che viene raccolto dagli altri vigili in intervento che si riconfigurano in modalità soccorso. Il team in difficoltà viene raggiunto in pochi minuti e accompagnato all’esterno dell’abitazione.[1]

1° gennaio 2007, intervento in civile abitazione per incendio. In posto opera un team RIT (Rescue Intervention Team, squadra di soccorso ndt). Al termine delle operazioni il responsabile del team RIT compila il seguente rapporto e lo inserisce nella banca dati del “National Firefighter Near Miss Report System”[2] (una banca dati dove vengono raccolte tutte le segnalazioni di “quasi incidenti” accorsi durante l’attività interventistica ndt)

“Il RIT una volta in posto si radunò nei pressi dell’angolo A/D dell’edificio. Venne effettuata una ricognizione di tutto il perimetro (quello che viene definito un 360 ndt), vennero controllate le scale e venne monitorata e tracciata la posizione delle squadre operanti all’interno. Dopo circa 20’ si ebbe un problema con l’approvvigionamento dell’acqua e le squadre furono costrette a ritirarsi. Al ritorno dell’acqua venne effettuata una seconda entrata. Dopo circa 10’ le condizioni all’interno peggiorarono rapidamente. In seguito ad un veloce consulto tra l’IC (Incident Commander, l’equivalente del ROS ndt) e chi operava all’interno, venne ordinata un evacuazione dell’edificio. Le squadre si stavano ritirando quando vi fu un flashover. Il RIT venne attivato a causa del mancato rientro di due componenti. Il RIT entrò al primo piano effettuando una perlustrazione individuando in breve tempo uno dei due dispersi in stato confusionale. IL vigile venne accompagnato fino all’uscita per essere consegnato al personale all’esterno. Successivamente il RIT fece rientro nell’edificio, salì al secondo piano seguendo la linea d’attacco sino alla lancia senza trovare il secondo vigile. A questo punto l’incendio sempre più intenso chiuse la via d’uscita alla squadra di soccorso che poté ritirarsi solo grazie al posizionamento di una seconda lancia da parte di un ulteriore RIT. Solo all’uscita di tutte le squadre di soccorso si stabilì che il disperso era già al sicuro all’esterno dell’edificio.”

In Europa, e in Belgio più specificatamente, alcuni comandi vigili del fuoco e scuole di formazione stanno considerando di implementare la formazione di squadre di soccorso (RIT). Ma i RIT hanno tanti estimatori quanti detrattori. Entrambi hanno argomentazioni in parte condivisibili. Prima di tutto i RIT devono essere inquadrati nel giusto contesto e poi il training deve seguire un processo formativo corretto. Tutto questo deve essere condiviso con ogni singolo vigile del fuoco e ogni potenziale componente di una squadra RIT.

Il concetto di RIT, nato nei primi anni 90 negli Stati Uniti, è in primo luogo una responsabilità personale per ogni vigile del fuoco. Con l’introduzione dei RIT il numero dei morti in intervento (LODD Line-of-duty-deaths) non ha evidenziato drastiche riduzioni. Negli ultimi 36 anni ci sono stati una media di 100 vittime all’anno negli Stati Uniti. Recentemente tra il 2003-2012, la media a 10 anni è scesa costantemente sotto i 100 (minimo 88). Solo però negli ultimi anni i numeri evidenziano un calo significativo. Minimi record sono il 2010 (72 vittime)[3], 2011 (81)[4] e 2012 (64)[5]. Nel 2013 il numeroè tornato a salire (ben più di 100). La speranza è che la tendenza rimanga in costante calo. Diverse ipotesi spiegano il calo negli ultimi anni. Dal momento che la formazione delle squadre RIT è iniziata nei primi anni 90, verrebbe da dire che in base alle statistiche non ha avuto alcun effetto sino al 2009. Una chiave di lettura potrebbe essere che la formazione ha evidenziato i suoi effetti benefici in un quadro più ampio di maggiore formazione ai singoli vigili del fuoco (incremento della sicurezza personale).

Negli Stati Uniti la maggiore attenzione è stata posta sulle tattiche, sugli strumenti e sulle competenze. In Europa invece si è indagato e studiato il comportamento dell’incendio per poi insegnarlo ai vigili. L’idea generale è che per battere il tuo nemico, è necessario conoscerlo e capirne le dinamiche. Su ogni lato dell’Atlantico i vigili del fuoco hanno seguito il percorso che si credeva essere l’unico e il migliore. Ma recentemente stiamo assistendo, su entrambe le sponde, a dei passi per combinare alcune elementi di entrambi gli approcci. Credo che questo approccio più completo, “il meglio dei due mondi”, sia il migliore. Con buone opportunità di apprendimento per entrambi i continenti. Negli USA i vigili del fuoco sono spesso meglio addestrati ad effettuare i fori di ventilazione, nella realizzazione di ingressi forzati, nella movimentazione di manichette in media pressione ecc…

Noi (Europa), d’altra parte siamo più esperti nel “leggere” (leggi: saperne interpretare le dinamiche) il fumo, nel prevedere lo sviluppo dell’incendio, nell’ottimizzazione dell’uso dell’acqua, ecc… Ma con la recente evoluzione degli edifici (certificazioni energetiche e case passive) noi (Europa) abbiamo appurato che talvolta è necessario realizzare dei fori di ventilazione. Questo assieme al fatto che è abbiamo scoperto che è meglio entrare protetti con le pesanti manichette da 45 (al posto dell’alta pressione molto diffusa in Belgio e centro Europa ndt). Ma a questo punto siamo in grado di gestirle correttamente? Beh, i nostri colleghi oltre oceano sono talmente abituati a tali pesi e dimensioni che userebbero la nostra alta pressione solo per dare acqua ai fiori…

All’inizio RIT era sinonimo di una squadra che doveva permanere in standby. Ben addestrata, in ottima forma e con attrezzature speciali che permettessero di aiutare eventuali vigili che si dovessero trovare in difficoltà. Nel tempo vi è stato un mutamento: da squadra che interviene in caso di problemi a elemento di prevenzione. Il suo ruolo è quindi più attivo: monitorare costantemente la situazione alla ricerca di potenziali pericoli, creazione di eventuali uscite d’emergenza…

Approcciando il problema da un punto di vista scientifico, giungono questo tipo di critiche: non abbiamo bisogno del RIT, piuttosto impariamo a non metterci nei guai. Si è portati ad affermare che il RIT non è utile. Io credo che questo non sia del tutto vero. Ci sono una serie di variabili (il classico: dipende da…..) che influenzano lo sviluppo di un incendio. Lo studio dello sviluppo degli incendi è una scienza che è compresa abbastanza bene in Europa, in questi ultimi tempi lo sta diventando anche negli USA. Ma nel mondo reale, le situazioni non sono standardizzate e prevedibili al 100%. Nel frattempo leggiamo molti di questi rapporti sui fallimenti durante le operazioni dei RIT. Ma potrebbe essere che raramente abbiamo la possibilità di leggere i rapporti di quelle operazioni terminate con successo, o ancora meglio non abbiamo la possibilità di misurare (quantificare) il miglioramento delle capacità individuali apprese durante i corsi RIT. Forse è proprio questo cambiamento nell’approccio del RIT (da reattivo a preventivo) che sta comportando una diminuzione dei LODD. Non necessariamente attraverso salvataggi spettacolari, ma piuttosto grazie ad un addestramento migliore e una consapevolezza maggiore. E questo ci porta ad avere una buona predisposizione nei confronti di questo tipo di formazione. Se si considera di cominciare una formazione RIT si deve tener presente che tutto comincia dal formare ogni singolo vigile. È responsabilità dell’istruttore formare il vigile sull’importanza della propria sicurezza.

I sette moduli proposti sono:

  • Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  • Tecniche di salvataggio;
  • Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  • Uso della termocamera;
  • Tecniche di ricerca in grandi volume;
  • Autosoccorso;
  • Precetti del RIT.

 

Molti di questi argomenti non sono ben conosciuti dai vigili del fuoco europei. Quando vengono proposti nei corsi RIT, molto spesso vi sono persone che hanno delle perplessità. Ma se proponessimo ognuno di questi argomenti come singolo modulo, chi potrebbe essere contrario? La domanda successiva diventa quindi, da dove partiamo? Questo è il punto cruciale. In ogni tipo di formazione vi è un punto d’inizio, successivamente si prosegue passo-passo. L’ipotesi di fornire tutte le informazioni tutte assieme è foriera di un probabile insuccesso, abbiamo la necessità invece di dare solide basi (conoscenza, procedure, modalità addestrative…), solo così si potrà rendere questa formazione attuabile nella realtà.

Le basi per un buon RIT sono le fondamenta della formazione iniziale per ogni vigile del fuoco. Ogni vigile del fuoco (qualsivoglia sponda dell’oceano provenga) deve comprendere l’evoluzione dell’incendio per poter avanzare nella formazione. Egli deve essere in grado di comprendere cosa sta fronteggiando e quale potrà essere la sua evoluzione. Deve saper attuare le giuste contromisure in funzione dell’evento in corso, utilizzare un’attrezzatura piuttosto che l’altra (alta pressione, media pressione, ecc). Nel caso in cui non sia possibile affrontare direttamente la situazione, bisogna saperlo riconoscere ed approntare una strategia difensiva. Noi vogliamo dei vigili che siano in grado di leggere e interpretare le condizioni del contorno attuando così le opportune contromisure. Per poter essere in grado di farlo, determinate azioni devono essere degli automatismi. Non si deve pensare a come maneggiare la propria lancia quando si decide di effettuare il raffreddamento dei fumi (gas cooling). Lo si deve fare velocemente e correttamente senza pensarci. Deve essere un riflesso automatico, in altre parole bisogna spostare queste competenze dalla conoscenza-cosciente alla conoscenza-incosciente. Vi è un unico modo perché ciò avvenga, addestramento costante e continuo. Ve lo immaginate se doveste pensare come fermare la vostra macchina per non investire un pedone che vi attraversa la strada? No, perché istintivamente portate il piede sul pedale del freno e lo premete a fondo! E se siete ben addestrati farete anche una manovra evasiva. Un vigile del fuoco deve essere correttamente formato su come salvaguardare la propria sicurezza e le misure di autosoccorso altrettanto bene di come sa guidare la propria auto. E questo vale anche per i DPI e i sistemi di comunicazione. Un vigile del fuoco deve poter operare senza difficoltà con DPI completi e autorespiratore. Deve essere una cosa naturale. Quanti corpi possono ammettere di addestrare abbastanza i loro vigili per raggiungere questo livello? Quanti riescono a costruire degli automatismi nell’utilizzo della lancia? Vi è una difficoltà oggettiva per ogni formatore di rendere la formazione, interessante, motivante e divertente. Ad essere onesti, quale cosa salta immediatamente all’occhio quando si effettua la formazione nei container? La risposta è: una scarsa abilità nell’uso della lancia. Se si parte per la guerra, bisogna sapere come sparare, ricaricare e manutentare la propria arma ad occhi chiusi. Se i propri soldati non posseggono queste competenze, vi sono forti probabilità di perdere la guerra. Deve essere la stessa cosa con la lancia e le altre attrezzature che si utilizzano. L’uso dell’autorespiratore deve essere un automatismo. Bisogna poter contare sui propri riflessi condizionati in caso di problemi.

Per troppi vigili del fuoco si tratta ancora di qualcosa che li infastidisce. Perché è pesante, la respirazione non è così facile, la visione è limitata, risulta difficile comunicare… In altre parole, prima ancora di conoscere il proprio compito, la gran parte della nostra attenzione è occupata da come utilizzare la lancia, dall’autorespiratore e da aspetti pratici. Inoltre dal momento che in intervento vi è una grande scarica adrenalinica, quale “potenza di calcolo” rimane al nostro cervello per poter fronteggiare eventuali situazioni d’emergenza? Ed è esattamente questo quello che vogliamo incrementare. L’obbiettivo è di “liberare” parte della nostra attenzione cosciente, rendendo automatiche le azioni che possono diventarlo. Obbiettivo ambizioso ma perseguibile.

Anche con le migliori competenze disponibili l’incendio talvolta resta un evento imprevedibile. Sarebbe stupido non prepararsi ad affrontare un eventuale problema che potrebbe accadere ad un vigile. E questo non è detto che sia uno di quegli eventi ai quali è impossibile sopravvivere. Potrebbe benissimo essere uno di quegli incidenti che non entrano a far parte delle statistiche. Un incidente in cui l’implementazione delle tecniche e delle procedure RIT permetterebbero di trarre in salvo il collega in difficoltà. Poniamo il caso in cui durante un incendio di civile abitazione un vigile finisca in un buco del pavimento e cada in un seminterrato. Vi è la presenza di fumo, le scale sono inaccessibili e l’incendio sta avanzando verso dove giace il vigile. Per render le cose peggiori, nella caduta si è rotto una gamba. Come possiamo fare per aiutare il nostro collega? Alcune azioni devono essere intraprese; individuando esattamente questi pezzi di puzzle appare chiaro quale tipologia di formazione dobbiamo perseguire.

Prima di tutto il vigile in difficoltà deve sapere come mantenere la calma ed inviare una richiesta d’aiuto comprensibile. Appare chiaro quindi che la prima cosa da insegnare ai nostri vigili siano le tecniche di sopravvivenza. In questo modulo vengono insegnate le procedure di Mayday e di come posizionarsi nel posto migliore per aumentare le possibilità di essere rinvenuto. Inoltre vengono suggeriti degli accorgimenti per orientarsi e per aiutare le squadre RIT.

Successivamente il vigile ha la necessità di aumentare il tempo a disposizione prima di finire l’aria. Deve restare calmo il più possibile in modo da preservare quanta più aria possibile. L’unica cosa che la squadra RIT ha bisogno dopo aver ricevuto il Mayday è il tempo per raggiungere il vigile in difficoltà. L’unico che può agire su questo elemento è colui il quale ha lanciato il Mayday. La gestione dell’aria non è compatibile con azioni dispendiose (correre, saltare, ecc) ma con azioni effettuate con calma. La ricerca di una possibile via d’uscita, la decisione di attendere la squadra di soccorso, sono decisioni da prendere considerando la riserva d’aria. Si tratta di imparare cosa fare e cosa non fare.

È un fatto risaputo che il sapere come lanciare un “buon Mayday” fa letteralmente la differenza tra la vita e la morte per un vigile in difficoltà.

Ogni vigile del fuoco in servizio attivo dovrebbe effettuare questo training. Ogni IC (Incident Commander) dovrebbe essere formato su come rispondere ad un evento di questo tipo. Altrimenti le squadre RIT sarebbero inutili. Con le conoscenze imparate nei corsi di gestione dell’aria e di tecniche di sopravvivenza, i vigili del fuoco imparano ad incrementare il tempo a disposizione delle squadre di soccorso. La prima cosa che una squadra RIT deve portare con se è un “pacchetto di tempo”, cioè bombole d’aria per aumentare l’autonomia del vigile in difficoltà.

Altra cosa sulla quale addestrarsi è come arrivare alla vittima. Alcune tecniche individuali sono impartite durante il corso di tecniche di sopravvivenza. L’effettuarle in coordinazione assieme agli altri componenti la squadra è però un’altra cosa. Inoltre è utile portare con se una termocamera. Ultimo, ma non meno importante, vi potrebbe essere la necessità di forzare l’accesso al luogo dove si trova il vigile. Una volta individuato i componenti la squadra devono dimostrare capacità nelle seguenti competenze:

  • Approccio alla vittima;
  • Identificazione;
  • Controllo dei parametri vitali;
  • Fornire fornire aria se necessario;
  • Prepararsi per l’evacuazione.

 È molto improbabile che la prima squadra RIT sia quella che porterà all’esterno la vittima. Una volta che la squadra RIT è utilizzata per un SAR (Search & Rescue, ricerca e salvataggio ndt), l’IC abbisognerà di due o più RIT. Il primo comincerà le operazioni di ricerca mentre un secondo sarà necessario per le altre squadre che stanno operando sull’incendio[6]. In base alle ricerche effettuate a Phoenix e Seattle si può dire che il numero totale di componenti le squadre RIT è di 11 (Seattle) o di 12 (Phoenix)[7]. Una volta che la prima squadra RIT comincia la ricerca all’interno, un secondo team dovrà essere in standby. Quest’ultimo entrerà per preparare la vittima per l’evacuazione. Questo significa predisporre la vittima. L’autorespiratore può essere usato come appiglio per rimuovere l’infortunato.

Sulla base di queste considerazioni si possono approntare quattro moduli formativi:

  1. Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  2. Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  3. Tecniche di soccorso;
  4. Uso della termocamera.

 

Ogni singolo modulo in se, rappresenta un surplus per ogni vigile del fuoco. Ogni operatore deve avere un ottimo livello di confidenza con gli autorespiratori (1), essere abile nel forzare l’apertura di porte o nel creare vie d’uscita alternative(2). La termocamera è un attrezzatura disponibile in molti corpi, bisogna imparare ad usarla correttamente(4). Le tecniche di soccorso che si impareranno risulteranno molto utili in caso di soccorso di eventuali vittime civili (3).

Questo significa che questi 4 moduli possono essere visti come un estensione successiva alla formazione iniziale. Le competenze devono essere addestrate regolarmente, Le squadre RIT, non devono rappresentare il motivo principale, ma lo deve essere la volontà di diventare dei vigili migliori.

  [1]From NBC5, Dallas Fort Worth, “Close call for Highland Park firefighters” by Greg Janda, Jan 1 2014   [2]  http://www.firefighternearmiss.com report number: 07-0000890 [3] From NFPA, 2010 Firefighter Fatalities in the United States. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2011 [4] From 2011 LODD stats (The Secret List), January 3, 2012 Hey (USA). [5] From NFPA, Firefighter Fatalities in the United States, 2012. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2013 [6]  The development and use of rapid intervention teams for the Chelmsford, MA. Fire department. By John E. Parow, Fire Chief Chelmsford Fire Department Chelmsford, MA [7] From Too Little, Too Late by Gary Morris Thu, 2005-09-01