Tattiche e tecnologie per l’attacco all’incendio: come rispondere al cambiamento dei moderni scenari. Atti del convegno

“La qualità delle nostre decisioni è la misura del nostro coraggio”

          Presentazione utilizzata durante il seminario

 

Procedura di passaggio porta, la stiamo facendo bene?

Introduzione

Una delle pratiche utilizzate nella lotta agli incendi moderni (che a mio avviso si presta a mal-interpretazione) è la tecnica di passaggio porta. Vi è la tendenza a concentrarsi sull’aspetto più strettamente meccanico/tecnico perdendo di vista i veri obbiettivi. Parlando con quanti sono chiamati ad operare in caso di incendio (vigili del fuoco professionisti e volontari, componenti squadre aziendali, fire team imbarcati a bordo di navi o piattaforme petrolifere) ho molto spesso l’impressione che non si abbiano le idee chiare.

Quali i pericoli nell’aprire una porta?

Molti si aspettano e in alcuni casi temono, di trovare è un muro di fiamme che prorompe da dentro il locale non appena si apre la porta. E’ davvero questo un problema? E soprattutto è possibile che una porta dietro alla quale vi sia un incendio sufficientemente ventilato in post flashover non abbia mostrato alcun segnale premonitore?

Figura 1. L’incendio ha trovato in maniera naturale uno sfogo verso l’esterno. Da notare la ridotta produzione di fumo e il colore relativamente brillante delle fiamme. In questo caso l’apertura della porta interna non produrrebbe modifiche sostanziali nello sviluppo dell’incendio.

Per poter rispondere a queste domande devono essere chiare le differenze tra un incendio limitato dal combustibile (ILC) e uno dal comburente (ILV). Stabilire quali di questi due regimi è in atto permette di operare le giuste scelte. È bene dire subito che in caso di un ILC, anche se di potenza significativa, vi sono generalmente a disposizione sia gli strumenti che le competenze necessari. Salvo che per l’incendio generalizzato, i servizi antincendio sono strutturati per far fronte ad un incendio regolato dal combustibile. Le azioni che solitamente si attuano sono state pensate proprio per far fronte ad un incendio di questa tipologia. Normalmente si realizzano delle aperture per lo sfogo del calore e del fumo. Queste aperture fanno si che la visibilità aumenti e il calore sfoghi all’esterno migliorando così le condizioni. L’apporto d’aria che inevitabilmente avviene, non influenza la potenza dell’incendio. In questo modo si massimizzano gli effetti positivi senza di fatto averne di negativi.

Cosa avviene invece se si realizzano delle aperture in caso di un ILV? E quanto tempo può passare prima di vederne le conseguenze? Per prima cosa togliamoci dalla mente che gli effetti dell’apertura siano sempre immediati. Questo perché ciò che avviene dopo aver aperto questa famigerata porta ha bisogno di tempo per potersi innescare.Il tempo che occorre è in funzione di una serie di fattori tra loro collegati:

  • Da quanto tempo ha avuto origine l’incendio;
  • Da quanto tempo l’incendio è entrato in regime di ILV;
  • Il carico d’incendio e la disposizione dello stesso all’interno del compartimento;
  • Quantità d’aria entrata. Che è in funzione di:
    • Delta di pressione esistente;
    • Dimensione delle aperture realizzate;
    • Altezza delle aperture nel compartimento;
    • Sequenza di apertura nel caso siano più di una;
    • Tempo di apertura;
    • Direzione ed intensità del vento.

Viste le numerose variabili che concorrono a determinare il tempo che può trascorrere tra l’apertura e gli effetti seguenti, è praticamente impossibile stabilire una regola. Quello che si può rilevare è che in un locale di medie dimensioni è quasi impossibile che l’apertura di una porta comporti un immediato innesco dei fumi presenti. Vi può essere il rapido innesco dei gas che fuoriescono all’esterno ma non di quelli all’interno del compartimento.

Il timore che questo possa avvenire porta a distogliere l’attenzione da quello che conta veramente. Partiamo da un punto fermo e cioè le motivazioni di queste azioni. Per quale motivo si apre una porta? Essenzialmente perché non si è in grado di capire,direttamente dall’esterno, cosa sta avvenendo . Quindi lo scopo non è impedire che s’incendino i gas ma capire cosa avviene all’interno. Tutto questo per decidere se vi sono le condizioni per entrare. Non è una differenza di poco conto. Il focus deve rimanere sulla necessità di leggere la situazione, non sullo sparare acqua a casaccio fuori e dentro il compartimento. Quando si comprende bene questo aspetto ci si può concentrare sull’effettuare un passaggio porta efficace.

I segnali premonitori

Quando si apre una porta si è di fronte ad una situazione che impone delle scelte non facili da prendere. Ricordiamo innanzitutto i due elementi principali:

  • Si deve aprire la porta perché gli altri strumenti per capire cosa stia avvenendo all’interno hanno in qualche modo fallito. Quindi si deve aprire per vedere. Più tempo si tiene aperto, più a lungo si può vedere;
  • Bisogna evitare che entri dell’aria. Questo per scongiurare che in caso di un ILV l’apporto di aria abbia effetti sull’evoluzione dell’incendio. Più breve e limitata nel tempo l’apertura meno aria entra.

I punti sopra sembrano inconciliabili. Se a questo ci aggiungiamo che si effettuano delle operazioni in maniera robotica ci si accorge che si sta fallendo l’obbiettivo.

Un altro elemento che spesso risulta essere un aggravante, piuttosto che valido aiuto, è l’uso dell’acqua. Nella procedura di passaggio porta l’acqua (se usata bene) permette di:

  1. Inertizzare (quando la porta viene aperta) l’area all’esterno sopra gli operatori;
  2. Raffreddare il fumo all’interno del compartimento;
  3. Inertizzare piccoli volumi all’interno del compartimento grazie al passaggio di stato dell’acqua da liquido a vapore e alla concentrazione di gocce molto piccole.

Figura 2. Da notare le gocce che rimangono in sospensione per inertizzare l’eventuale fumo in uscita

L’utilizzo dell’acqua in questa prima fase è importante per incrementare la sicurezza dell’azione dei vigili del fuoco che aprono la porta per capire e intraprendere l’azione più corretta. Se si decide di aprire la porta è perché non si hanno a disposizione altre tecnologie come le lance piercing, il Fognail™ oppure il CCS Cobra™ che consento di mettere in sicurezza l’ambiente senza dover aprire.

Figura 3. I sistemi come il Cold Cut System Cobra™ permettono di rendere più sicuro l’accesso ad un compartimento prima dell’ingresso delle squadre.

L’obbiettivo è però sempre quello di crearsi un’immagine di quello che vi è all’interno. Tutto ruota attorno ad esso.  Come lo si realizzi è in funzione delle competenze acquisite, delle attrezzature a disposizione e dell’esperienza del personale.

Tecniche di passaggio porta

Tante sono le possibili combinazioni che si possono utilizzare. Ponendo come focus l’uso dell’acqua si possono prendere in esame:

  • due colpi di lancia al di fuori sopra la testa degli operatori ed uno dentro nel fumo;
  • Solo il colpo nel fumo;
  • una combinazione di questi.

Quando invece il focus è la posizione degli operatori:

  • lancista verso l’apertura e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso la maniglia protetto dalla parete.

Naturalmente bisogna tenere in considerazione anche se il verso di apertura della porta è:

  • porta a spingere;
  • porta a tirare.

Figura 4. Un esempio delle possibili tecniche adottabili. Per verificare la temperatura si può scostare leggermente il guanto, facendo attenzione a non toglierlo. In caso di portoncini blindati o isolati si può provare a toccare la maniglia. Da notare l’impugnatura della lancia specifica per bagnare leggermente la porta con la tecnica del painting.

Come si vede le variabili sono molte e a volte in apparente contrasto. Poco importa, la cosa che veramente conta è mettersi nelle condizioni di vedere cosa c’è all’interno del locale mantenendo un grado di sicurezza il più elevato possibile. La domanda corretta ora è: ma cosa si deve vedere? Domanda semplice con una risposta articolata. I segnali che si devono scorgere non sono nella maggior parte dei casi definiti e di semplice interpretazione. E qui risiede il vero problema. Nella formazione ci si concentra sulla meccanica dell’azione tralasciando gli elementi che la contraddistinguono: cosa si deve vedere? Questo, è quello che si dovrebbe affrontare nella formazione, dando degli elementi utili per definire se è possibile entrare o meno.

Cercando di dare una risposta a questa domanda si possono elencare questi elementi:

Prima di aprire la porta:

Prendere più informazioni possibili da parte dei presenti;
  • Da quanto tempo è cominciato l’incendio;
  • cosa contiene il compartimento;
  • quanto grande è il compartimento coinvolto;
Osservare la porta alla scoperta dei seguenti elementi:
  • temperatura elevata (la maniglia può rappresentare un ponte termico preferenziale);
  • cambiamenti di colore dovuti alla temperatura;
  • bolle nella vernice;
  • bagnando la porta l’acqua evapora;
  • fuoriuscita di piccoli sbuffi di fumo dal perimetro esterno;
  • se la porta è vetrata verificare se vi sono dei depositi oleosi sulla faccia interna. Questo è un indice che i fumi sono probabilmente al di sopra del loro campo di infiammabilità (fumi grassi).

Se nulla di tutto ciò è visibile non bisogna trarre conclusioni avventate. Se non si vede nulla non significa nulla!

All’apertura della porta:

Osservare l’eventuale fumo;
  • Fuoriuscita di fumo dal compartimento. Il fumo che all’esterno comincia a bruciare è un indicatore che all’interno del compartimento vi sono due dei tre elementi del triangolo del fuoco e cioè energia e combustibile. L’unica cosa che manca è il comburente che invece è presente in grandi quantità all’esterno;

Figura 5. All’interno del compartimento non vi è sufficiente comburente. Appena la pressione sospinge all’esterno il fumo vi è la comparsa delle fiamme. Il display indica la temperatura (588°C) presente all’interno del compartimento a circa 2 mt di altezza.

  • Altezza del piano neutro. Più è basso e più è indice di pericolosità. Bisogna però tenere in considerazione che un incendio ormai spento ed innocuo in un locale senza aperture ha il fumo fino a terra;
  • Pressione e velocità in uscita del fumo. Più il fumo esce in volute turbolenti e con buona velocità più l’incendio è in prossimità dell’apertura. Inoltre potrebbe essere indicatore di una certa vivacità dell’incendio;
  • Colore del fumo. Bisogna a stare attenti a non essere ingannati dal colore del fumo. Non sempre il fumo più è scuro più è pericoloso. Un fumo di colore nocciola scuro con riflessi violacei è un fumo ricco di gas della pirolisi scaturite da legno o derivati.

Figura 6. Questo colore contraddistingue i gas della pirolisi di un ILV. Da notare nell’angolo in basso a sinistra l’aria che si incunea al di sotto del fumo.

Stabilire la temperatura interna:
  • Utilizzando una termocamera è possibile avere un’idea di massima della temperatura del compartimento. Temperatura elevata significa che i fumi hanno una propensione ad infiammarsi visto l’alto livello energetico contenuto. D’altra parte temperatura elevata potrebbe indicare che l’incendio è un ILV da poco tempo;
  • L’acqua è un valido aiuto per stabilire l’ordine di grandezza della temperatura.
Entrata dell’aria:
  • La velocità alla quale l’aria si fa strada nel fumo è un chiaro segno del fatto che il focolare principale si sta riprendendo. Più aria entra e più la velocità relativa aumenta;
  • Volume di aria in entrata. Se la pressione all’interno del locale è simile a quella ambiente, sia il volume che la velocità dell’aria in entrata saranno minimi. Se invece la pressione è più elevata, la fuoriuscita iniziale abbatte la pressione creando i presupposti per l’entrata dell’aria. Quando si innesca la corrente di convezione (l’aria fresca richiamata dalla base del focolare principale) l’apporto d’aria si stabilizza se l’apertura rimane costante. Per contro l’innesco della corrente di convezione apre una finestra temporale che se sfruttata bene potrebbe permettere di arrivare sull’incendio guidati da essa.
Fiamme:
  • La presenza di fiamme in grande quantità esclude il fatto di essere nelle condizioni di incendio regolato dalla ventilazione;
  • Poche fiamme di colore scuro (rosso o arancione scuro) possono indicare un ILV al limite del 14% di ossigeno. La nostra apertura non farà altro che aumentarne la concentrazione con conseguenze facilmente immaginabili;
  • Fiamme languide, allungate e lente sono tipiche di un ILV. Mentre fiamme nervose, corte e veloci contraddistinguono un ILC.
Effetto dell’acqua:
  • L’acqua che entra all’interno del compartimento e si trasforma in vapore è indice del livello energetico del fumo;
  • La presenza di un sibilo durante il passaggio di stato dell’acqua è indice di temperatura elevata;
  • L’acqua che, seppur utilizzata correttamente (portata, cono di apertura e angolo della lancia verso il terreno), cade a terra, indica che il fumo non ha temperatura elevata. Questo che non esclude che possa essere egualmente pericoloso, indica solamente che il livello energetico è inferiore.

 

Conclusioni

Stabilire una procedura rigida che vada bene in tutte le occasioni non è semplice e probabilmente è anche contro produttivo. Quello che sicuramente si può fare è ragionare per obbiettivi piuttosto che in modalità “automatica”. Una volta che gli obbiettivi tattici sono ben chiari a tutti è molto più semplice agire di conseguenza. Questo però responsabilizza ancor di più i formatori e le strutture preposte alla formazione. È molto più facile insegnare un “compitino” da eseguire a memoria che spiegare i motivi del perché una determinata cosa succede. Purtroppo però, se ci si scorda una piccola parte di una sequenza imparata a “pappagallo” si rischia di non saper proseguire con l’azione. Nel caso contrario invece, avendo ben chiaro in mente cosa si vuole ottenere, non si rischia di fallire se ci si dimentica una parte della sequenza.

 

Figura 7. Il ruolo dei formatori è quello di rendere i propri allievi elementi pensanti. Solo così saranno in grado di affrontare tutte le possibili problematiche che l’interventistica riserva quotidianamente.

SEMINARIO SULLE TECNICHE D’ATTACCO DELL’INCENDIO AL CHIUSO-seconda parte

Seminario Brescia 2014

Di seguito la seconda parte del video ripreso durante il seminario di Brescia. L’oggetto del video è: dove indirizzare l’acqua all’interno del compartimento interessato e la sua efficacia in funzione degli obbiettivi prefissi. I dati espressi nel video saranno oggetto di un articolo che verrà pubblicato a breve.

Lance antincendio

Si nota sempre più in questi ultimi tempi una progressiva perdita di conoscenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le basi della competenza in ambito pompieristico. Le molteplici esigenze interventistiche portano a doversi concentrare su miriadi di attrezzature diverse. Alcune apparecchiature sono effettivamente complicate; Hanno è vero potenzialità notevoli, ma siamo sicuri che siano veramente fruibili? Al di là di queste considerazioni, condivisibili o meno, resta un problema di fondo, l’attività del vigile del fuoco prevede che vi sia un ottima manualità in merito all’utilizzo delle attrezzature base. Una di quelle che più diamo per scontata la conoscenza, è la lancia. In base alla mia esperienza di formatore, posso assicurare che il numero dei vigili che possono affermare di poter utilizzare una lancia “ad occhi chiusi” è una percentuale minima. In questo caso dicendo ad occhi chiusi non è un semplice modo di dire, nel nostro caso è un esigenza ben precisa legata all’attività interventistica.

La tipologia di incendi che siamo chiamati ad affrontare, fa sì che si debba effettuare un entrata aggressiva all’interno di edifici completamente invasi dal fumo. Le modalità di trattamento dei fumi prevedono un utilizzo della lancia in condizioni di visibilità nulle o quasi. Da questo si comprende l’importanza di conoscere a fondo questo strumento, in modo di poterlo utilizzare al massimo anche non potendolo vedere. Essendo la vista probabilmente il senso più sviluppato, o almeno quello che permette una familiarizzazione più veloce, per poter utilizzare un attrezzatura senza poterla vedere, vi è la necessità di dedicarci molto più tempo. Per facilitare questo compito, sarebbe importante che la tipologia di lance in uso presso la propria struttura di appartenenza venga standardizzata. Una volta individuato il modello che fa al caso proprio, lo si dovrebbe adottare su tutti i mezzi.

La tipologia di lance che sarà oggetto dello scritto sono le cosiddette lance americane o a getto cavo. La loro diffusione presso i vari comandi o corpi è cominciata da un paio di decenni e salvo alcuni casi attualmente hanno sostituito le lance cosiddette Italiane o a getto solido. Si potrebbe quindi pensare che esse sono il frutto di un evoluzione recente. Se però le si studia ci si accorge che risalgono ai primi anni del secolo scorso. La loro produzione avvenne in seguito alla meccanizzazione e alla conseguente diffusione di prodotti petroliferi. Di fatto ci si rese conto che queste lance erano più efficiente di quelle a getto solido nel combattere gli incendi di classe B. La prima campagna di test della quale si ha conoscenza venne realizzata tra il 1943 e il 1946 da parte del US Coast Guard Fire Fighting School. Vennero condotti più di 20 esperimenti a bordo di una nave trasporto Liberty. Allo scopo venne utilizzata la sala macchine. Sul fondo di essa (circa 170mq) vennero versati tra i 5000 e i 7000 galloni di olio combustibile (19.000-26.000 litri). L’incendio venne lasciato bruciare liberamente per 30’ per assicurare le condizioni peggiori possibili. Durante questi test vennero utilizzate alcune tipologie diverse di lance a getto cavo, con una portata compresa tra 435 e 635 lpm ad una pressione di 6.9 bar. Le lance vennero inserite dal soffitto del locale in fiamme limitando il più possibile l’apporto d’aria. Le termocoppie registrarono una costante riduzione di temperatura sino ad arrivare al di sotto della temperatura di infiammabilità dell’olio combustibile (ca 93°C). Il direttore della scuola chief Layman realizzò di aver creato un nuovo metodo di attacco all’incendio che venne chiamato “attacco indiretto”. Egli rimase stupito che la superficie in fiamme dell’olio venne spenta senza l’applicazione diretta dell’acqua sul combustibile in fiamme. Dopo numerosi studi egli arrivò alla conclusione che:

  • La rapida produzione di vapore all’interno di uno spazio confinato crea una perturbazione violenta all’interno dello spazio confinato;
  • Ogni m3 di vapore creato all’interno dello spazio confinato occupa uno spazio equivalente di tale spazio.[1]

L’importanza di questi esperimenti sta nel fatto che per la prima volta venne dimostrato che le lance a getto cavo possono essere proficuamente utilizzate adottando l’attacco indiretto.

Questi test diedero il là a molte altre verifiche e sperimentazioni. Negli anni successivi si contarono decine di esperimenti. La svolta nella diffusione di questa metodologia si ebbe nel 1950 durante il Fire Department Instructor’s Conference in Memphis. Chief Layman tenne una conferenza dal titolo “little drops of water” (piccole gocce d’acqua). A seguito di questo evento vennero pubblicati alcuni libri che consentirono di aumentare in maniera significativa il numero di vigili del fuoco a conoscenza di tale metodologia di attacco all’incendio.

Come si evince da quanto precedentemente scritto, l’uso di questa tipologia di lance  risale a parecchi decenni fa, sia negli USA che in Europa (primi anni ’80). Vien da chiedersi perché in Italia arriviamo sempre con “qualche” anno in ritardo. Ad ogni modo essendo perfettamente inutile recriminare sul passato, concentriamoci su quanto possiamo fare per colmare eventuali lacune o mancanze di conoscenza.

Innanzitutto vediamo perché è importante utilizzare la giusta lancia per essere efficaci se intendiamo raffreddare i fumi durante la progressione all’interno di un edificio invaso dal fumo. Le grandezze che influenzano la capacità di estrarre calore sono:

  • La massa dell’agente estinguente utilizzato;
  • La sua superficie d’esposizione con il fluido che si intende raffreddare;
  • La velocità dell’agente estinguente;
  • Il tempo di contatto tra l’estinguente e il fluido.

 

Le prove in laboratorio indicano che i risultati maggiori si hanno per gocce di diametro ca 0,3-0,5 mm con una portata di ca 130 lpm e un cono di apertura della lancia di ca 60°. Operando in tale modalità si massimizzano tutti i parametri precedentemente elencati. Per poter essere efficacie la goccia deve avere una vita utile sufficientemente lunga, prima di cadere a terra a causa della gravità, da permetterle di attraversare parte dello strato di fumo e passare di stato, da liquido a vapore. Non deve però essere troppo grande da farle attraversare tutto il fumo e colpire il soffitto o le pareti laterali. Inoltre la dimensione delle gocce deve essere tale da possedere una grande superficie d’esposizione, permettendo di fatto di assorbire energia dal fumo.

lanceTroppo piccole <0,1 mm                   dimensione ideale 0,3-0,5 mm                  troppo grandi >1mm   [2]

 

Il fatto che l’acqua evapori comporta una serie di eventi successivi. In primo luogo il fumo si raffredda perché ha ceduto energia per riscaldare l’acqua. Come risultato il fumo si ridurrà in volume. Nel contempo il suo volume aumenta a causa del vapore che è stato introdotto. Quale di questi due fattori avrà il sopravvento dipenderà da dove l’acqua evapora. L’energia utilizzata per evaporare l’acqua può essere prelevata dal fumo o dalla superfici del locale interessato. Se l’acqua evapora all’interno dello strato di fumo, l’energia che utilizza per passare di stato è prelevata direttamente dal fumo. Il fumo viene quindi raffreddato comportando una sua conseguente riduzione in volume che compensa il volume del vapore introdotto. In questo caso vi sarà una contrazione del volume finale del fumo di circa il 20%.[3]

Quando l’acqua evapora perché raffredda la superficie del combustibile o le pareti laterali, l’energia utilizzata proviene dalle superfici riscaldate. Il conseguente aumento di volume del fumo, in quanto non vi è alcuna contrazione di esso, sarà all’incirca del 50%.

Una indicazione di massima recita che: quando circa il 70% dell’acqua evapora sulle superfici e il restante 30% nel fumo (temperatura del fumo di 600°C) i due effetti si annullano e il volume iniziale del fumo resta inalterato[4]

L’operatore dovrà utilizzare la lancia in maniera tale da raggiungere l’obbiettivo prefissato. L’angolo di apertura del cono e l’inclinazione rispetto allo strato di fumo sono altrettanto importanti della regolazione della portata o della pressione di utilizzo. Queste ci fa capire quanto importante sia la formazione all’utilizzo di tali attrezzature. Questa considerazione ci riporta all’inizio, le attrezzature devono essere scelte in base alle esigenze interventistiche e poi devono essere conosciute sin nei minimi dettagli da tutto il personale operativo. La cosa peggiore che possiamo fare è dare per scontato che siano conosciute da tutti e che si prediligano certune rispetto ad altre perché “si è fatto sempre così”.

[1] The safe and effective use of fog nozzle. John E. Bertrand and John D. Wiseman

[2] Offensiver Löschangriff Jan Südmersen

[3] Water and other extinguishing agents. Stefan Sardqvist Raddinings Verket

[4] Water and other extinguishing agents op cit

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo? Di Pieter Maes

Come avevo anticipato nei mesi scorsi, sono felice di inaugurare la collaborazione  con autori diversi, pubblicando la traduzione del lavoro di Pieter Maes  FF / EMT Brussels FD.   http://pietermaes.zenfolio.com/

Ho avuto occasione di incontrare Pieter durante un corso di formazione per istruttori CFBT. Di lui posso dire che è una persona di grande competenza e passione, condita con una verve e brillantezza disarmanti. Condivido i concetti che esprime al riguardo delle squadre di soccorso.  La chiave di lettura che offre, una novità assoluta, permette di spogliare la tematica da gli aspetti più “scenici” scoprendo le implicazioni con l’interventistica di tutti i giorni.

Buona lettura!

 



 

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo?

1° gennaio 2014, mattina presto. I vigili del fuoco di Highland Park stanno intervenendo in un’abitazione in fiamme. La casa è completamente invasa dal fumo. Fa caldo. Ad un certo punto due vigili del fuoco perdono l’orientamento e non riescono ad individuare l’uscita. Immediatamente dichiarano Mayday alla radio che viene raccolto dagli altri vigili in intervento che si riconfigurano in modalità soccorso. Il team in difficoltà viene raggiunto in pochi minuti e accompagnato all’esterno dell’abitazione.[1]

1° gennaio 2007, intervento in civile abitazione per incendio. In posto opera un team RIT (Rescue Intervention Team, squadra di soccorso ndt). Al termine delle operazioni il responsabile del team RIT compila il seguente rapporto e lo inserisce nella banca dati del “National Firefighter Near Miss Report System”[2] (una banca dati dove vengono raccolte tutte le segnalazioni di “quasi incidenti” accorsi durante l’attività interventistica ndt)

“Il RIT una volta in posto si radunò nei pressi dell’angolo A/D dell’edificio. Venne effettuata una ricognizione di tutto il perimetro (quello che viene definito un 360 ndt), vennero controllate le scale e venne monitorata e tracciata la posizione delle squadre operanti all’interno. Dopo circa 20’ si ebbe un problema con l’approvvigionamento dell’acqua e le squadre furono costrette a ritirarsi. Al ritorno dell’acqua venne effettuata una seconda entrata. Dopo circa 10’ le condizioni all’interno peggiorarono rapidamente. In seguito ad un veloce consulto tra l’IC (Incident Commander, l’equivalente del ROS ndt) e chi operava all’interno, venne ordinata un evacuazione dell’edificio. Le squadre si stavano ritirando quando vi fu un flashover. Il RIT venne attivato a causa del mancato rientro di due componenti. Il RIT entrò al primo piano effettuando una perlustrazione individuando in breve tempo uno dei due dispersi in stato confusionale. IL vigile venne accompagnato fino all’uscita per essere consegnato al personale all’esterno. Successivamente il RIT fece rientro nell’edificio, salì al secondo piano seguendo la linea d’attacco sino alla lancia senza trovare il secondo vigile. A questo punto l’incendio sempre più intenso chiuse la via d’uscita alla squadra di soccorso che poté ritirarsi solo grazie al posizionamento di una seconda lancia da parte di un ulteriore RIT. Solo all’uscita di tutte le squadre di soccorso si stabilì che il disperso era già al sicuro all’esterno dell’edificio.”

In Europa, e in Belgio più specificatamente, alcuni comandi vigili del fuoco e scuole di formazione stanno considerando di implementare la formazione di squadre di soccorso (RIT). Ma i RIT hanno tanti estimatori quanti detrattori. Entrambi hanno argomentazioni in parte condivisibili. Prima di tutto i RIT devono essere inquadrati nel giusto contesto e poi il training deve seguire un processo formativo corretto. Tutto questo deve essere condiviso con ogni singolo vigile del fuoco e ogni potenziale componente di una squadra RIT.

Il concetto di RIT, nato nei primi anni 90 negli Stati Uniti, è in primo luogo una responsabilità personale per ogni vigile del fuoco. Con l’introduzione dei RIT il numero dei morti in intervento (LODD Line-of-duty-deaths) non ha evidenziato drastiche riduzioni. Negli ultimi 36 anni ci sono stati una media di 100 vittime all’anno negli Stati Uniti. Recentemente tra il 2003-2012, la media a 10 anni è scesa costantemente sotto i 100 (minimo 88). Solo però negli ultimi anni i numeri evidenziano un calo significativo. Minimi record sono il 2010 (72 vittime)[3], 2011 (81)[4] e 2012 (64)[5]. Nel 2013 il numeroè tornato a salire (ben più di 100). La speranza è che la tendenza rimanga in costante calo. Diverse ipotesi spiegano il calo negli ultimi anni. Dal momento che la formazione delle squadre RIT è iniziata nei primi anni 90, verrebbe da dire che in base alle statistiche non ha avuto alcun effetto sino al 2009. Una chiave di lettura potrebbe essere che la formazione ha evidenziato i suoi effetti benefici in un quadro più ampio di maggiore formazione ai singoli vigili del fuoco (incremento della sicurezza personale).

Negli Stati Uniti la maggiore attenzione è stata posta sulle tattiche, sugli strumenti e sulle competenze. In Europa invece si è indagato e studiato il comportamento dell’incendio per poi insegnarlo ai vigili. L’idea generale è che per battere il tuo nemico, è necessario conoscerlo e capirne le dinamiche. Su ogni lato dell’Atlantico i vigili del fuoco hanno seguito il percorso che si credeva essere l’unico e il migliore. Ma recentemente stiamo assistendo, su entrambe le sponde, a dei passi per combinare alcune elementi di entrambi gli approcci. Credo che questo approccio più completo, “il meglio dei due mondi”, sia il migliore. Con buone opportunità di apprendimento per entrambi i continenti. Negli USA i vigili del fuoco sono spesso meglio addestrati ad effettuare i fori di ventilazione, nella realizzazione di ingressi forzati, nella movimentazione di manichette in media pressione ecc…

Noi (Europa), d’altra parte siamo più esperti nel “leggere” (leggi: saperne interpretare le dinamiche) il fumo, nel prevedere lo sviluppo dell’incendio, nell’ottimizzazione dell’uso dell’acqua, ecc… Ma con la recente evoluzione degli edifici (certificazioni energetiche e case passive) noi (Europa) abbiamo appurato che talvolta è necessario realizzare dei fori di ventilazione. Questo assieme al fatto che è abbiamo scoperto che è meglio entrare protetti con le pesanti manichette da 45 (al posto dell’alta pressione molto diffusa in Belgio e centro Europa ndt). Ma a questo punto siamo in grado di gestirle correttamente? Beh, i nostri colleghi oltre oceano sono talmente abituati a tali pesi e dimensioni che userebbero la nostra alta pressione solo per dare acqua ai fiori…

All’inizio RIT era sinonimo di una squadra che doveva permanere in standby. Ben addestrata, in ottima forma e con attrezzature speciali che permettessero di aiutare eventuali vigili che si dovessero trovare in difficoltà. Nel tempo vi è stato un mutamento: da squadra che interviene in caso di problemi a elemento di prevenzione. Il suo ruolo è quindi più attivo: monitorare costantemente la situazione alla ricerca di potenziali pericoli, creazione di eventuali uscite d’emergenza…

Approcciando il problema da un punto di vista scientifico, giungono questo tipo di critiche: non abbiamo bisogno del RIT, piuttosto impariamo a non metterci nei guai. Si è portati ad affermare che il RIT non è utile. Io credo che questo non sia del tutto vero. Ci sono una serie di variabili (il classico: dipende da…..) che influenzano lo sviluppo di un incendio. Lo studio dello sviluppo degli incendi è una scienza che è compresa abbastanza bene in Europa, in questi ultimi tempi lo sta diventando anche negli USA. Ma nel mondo reale, le situazioni non sono standardizzate e prevedibili al 100%. Nel frattempo leggiamo molti di questi rapporti sui fallimenti durante le operazioni dei RIT. Ma potrebbe essere che raramente abbiamo la possibilità di leggere i rapporti di quelle operazioni terminate con successo, o ancora meglio non abbiamo la possibilità di misurare (quantificare) il miglioramento delle capacità individuali apprese durante i corsi RIT. Forse è proprio questo cambiamento nell’approccio del RIT (da reattivo a preventivo) che sta comportando una diminuzione dei LODD. Non necessariamente attraverso salvataggi spettacolari, ma piuttosto grazie ad un addestramento migliore e una consapevolezza maggiore. E questo ci porta ad avere una buona predisposizione nei confronti di questo tipo di formazione. Se si considera di cominciare una formazione RIT si deve tener presente che tutto comincia dal formare ogni singolo vigile. È responsabilità dell’istruttore formare il vigile sull’importanza della propria sicurezza.

I sette moduli proposti sono:

  • Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  • Tecniche di salvataggio;
  • Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  • Uso della termocamera;
  • Tecniche di ricerca in grandi volume;
  • Autosoccorso;
  • Precetti del RIT.

 

Molti di questi argomenti non sono ben conosciuti dai vigili del fuoco europei. Quando vengono proposti nei corsi RIT, molto spesso vi sono persone che hanno delle perplessità. Ma se proponessimo ognuno di questi argomenti come singolo modulo, chi potrebbe essere contrario? La domanda successiva diventa quindi, da dove partiamo? Questo è il punto cruciale. In ogni tipo di formazione vi è un punto d’inizio, successivamente si prosegue passo-passo. L’ipotesi di fornire tutte le informazioni tutte assieme è foriera di un probabile insuccesso, abbiamo la necessità invece di dare solide basi (conoscenza, procedure, modalità addestrative…), solo così si potrà rendere questa formazione attuabile nella realtà.

Le basi per un buon RIT sono le fondamenta della formazione iniziale per ogni vigile del fuoco. Ogni vigile del fuoco (qualsivoglia sponda dell’oceano provenga) deve comprendere l’evoluzione dell’incendio per poter avanzare nella formazione. Egli deve essere in grado di comprendere cosa sta fronteggiando e quale potrà essere la sua evoluzione. Deve saper attuare le giuste contromisure in funzione dell’evento in corso, utilizzare un’attrezzatura piuttosto che l’altra (alta pressione, media pressione, ecc). Nel caso in cui non sia possibile affrontare direttamente la situazione, bisogna saperlo riconoscere ed approntare una strategia difensiva. Noi vogliamo dei vigili che siano in grado di leggere e interpretare le condizioni del contorno attuando così le opportune contromisure. Per poter essere in grado di farlo, determinate azioni devono essere degli automatismi. Non si deve pensare a come maneggiare la propria lancia quando si decide di effettuare il raffreddamento dei fumi (gas cooling). Lo si deve fare velocemente e correttamente senza pensarci. Deve essere un riflesso automatico, in altre parole bisogna spostare queste competenze dalla conoscenza-cosciente alla conoscenza-incosciente. Vi è un unico modo perché ciò avvenga, addestramento costante e continuo. Ve lo immaginate se doveste pensare come fermare la vostra macchina per non investire un pedone che vi attraversa la strada? No, perché istintivamente portate il piede sul pedale del freno e lo premete a fondo! E se siete ben addestrati farete anche una manovra evasiva. Un vigile del fuoco deve essere correttamente formato su come salvaguardare la propria sicurezza e le misure di autosoccorso altrettanto bene di come sa guidare la propria auto. E questo vale anche per i DPI e i sistemi di comunicazione. Un vigile del fuoco deve poter operare senza difficoltà con DPI completi e autorespiratore. Deve essere una cosa naturale. Quanti corpi possono ammettere di addestrare abbastanza i loro vigili per raggiungere questo livello? Quanti riescono a costruire degli automatismi nell’utilizzo della lancia? Vi è una difficoltà oggettiva per ogni formatore di rendere la formazione, interessante, motivante e divertente. Ad essere onesti, quale cosa salta immediatamente all’occhio quando si effettua la formazione nei container? La risposta è: una scarsa abilità nell’uso della lancia. Se si parte per la guerra, bisogna sapere come sparare, ricaricare e manutentare la propria arma ad occhi chiusi. Se i propri soldati non posseggono queste competenze, vi sono forti probabilità di perdere la guerra. Deve essere la stessa cosa con la lancia e le altre attrezzature che si utilizzano. L’uso dell’autorespiratore deve essere un automatismo. Bisogna poter contare sui propri riflessi condizionati in caso di problemi.

Per troppi vigili del fuoco si tratta ancora di qualcosa che li infastidisce. Perché è pesante, la respirazione non è così facile, la visione è limitata, risulta difficile comunicare… In altre parole, prima ancora di conoscere il proprio compito, la gran parte della nostra attenzione è occupata da come utilizzare la lancia, dall’autorespiratore e da aspetti pratici. Inoltre dal momento che in intervento vi è una grande scarica adrenalinica, quale “potenza di calcolo” rimane al nostro cervello per poter fronteggiare eventuali situazioni d’emergenza? Ed è esattamente questo quello che vogliamo incrementare. L’obbiettivo è di “liberare” parte della nostra attenzione cosciente, rendendo automatiche le azioni che possono diventarlo. Obbiettivo ambizioso ma perseguibile.

Anche con le migliori competenze disponibili l’incendio talvolta resta un evento imprevedibile. Sarebbe stupido non prepararsi ad affrontare un eventuale problema che potrebbe accadere ad un vigile. E questo non è detto che sia uno di quegli eventi ai quali è impossibile sopravvivere. Potrebbe benissimo essere uno di quegli incidenti che non entrano a far parte delle statistiche. Un incidente in cui l’implementazione delle tecniche e delle procedure RIT permetterebbero di trarre in salvo il collega in difficoltà. Poniamo il caso in cui durante un incendio di civile abitazione un vigile finisca in un buco del pavimento e cada in un seminterrato. Vi è la presenza di fumo, le scale sono inaccessibili e l’incendio sta avanzando verso dove giace il vigile. Per render le cose peggiori, nella caduta si è rotto una gamba. Come possiamo fare per aiutare il nostro collega? Alcune azioni devono essere intraprese; individuando esattamente questi pezzi di puzzle appare chiaro quale tipologia di formazione dobbiamo perseguire.

Prima di tutto il vigile in difficoltà deve sapere come mantenere la calma ed inviare una richiesta d’aiuto comprensibile. Appare chiaro quindi che la prima cosa da insegnare ai nostri vigili siano le tecniche di sopravvivenza. In questo modulo vengono insegnate le procedure di Mayday e di come posizionarsi nel posto migliore per aumentare le possibilità di essere rinvenuto. Inoltre vengono suggeriti degli accorgimenti per orientarsi e per aiutare le squadre RIT.

Successivamente il vigile ha la necessità di aumentare il tempo a disposizione prima di finire l’aria. Deve restare calmo il più possibile in modo da preservare quanta più aria possibile. L’unica cosa che la squadra RIT ha bisogno dopo aver ricevuto il Mayday è il tempo per raggiungere il vigile in difficoltà. L’unico che può agire su questo elemento è colui il quale ha lanciato il Mayday. La gestione dell’aria non è compatibile con azioni dispendiose (correre, saltare, ecc) ma con azioni effettuate con calma. La ricerca di una possibile via d’uscita, la decisione di attendere la squadra di soccorso, sono decisioni da prendere considerando la riserva d’aria. Si tratta di imparare cosa fare e cosa non fare.

È un fatto risaputo che il sapere come lanciare un “buon Mayday” fa letteralmente la differenza tra la vita e la morte per un vigile in difficoltà.

Ogni vigile del fuoco in servizio attivo dovrebbe effettuare questo training. Ogni IC (Incident Commander) dovrebbe essere formato su come rispondere ad un evento di questo tipo. Altrimenti le squadre RIT sarebbero inutili. Con le conoscenze imparate nei corsi di gestione dell’aria e di tecniche di sopravvivenza, i vigili del fuoco imparano ad incrementare il tempo a disposizione delle squadre di soccorso. La prima cosa che una squadra RIT deve portare con se è un “pacchetto di tempo”, cioè bombole d’aria per aumentare l’autonomia del vigile in difficoltà.

Altra cosa sulla quale addestrarsi è come arrivare alla vittima. Alcune tecniche individuali sono impartite durante il corso di tecniche di sopravvivenza. L’effettuarle in coordinazione assieme agli altri componenti la squadra è però un’altra cosa. Inoltre è utile portare con se una termocamera. Ultimo, ma non meno importante, vi potrebbe essere la necessità di forzare l’accesso al luogo dove si trova il vigile. Una volta individuato i componenti la squadra devono dimostrare capacità nelle seguenti competenze:

  • Approccio alla vittima;
  • Identificazione;
  • Controllo dei parametri vitali;
  • Fornire fornire aria se necessario;
  • Prepararsi per l’evacuazione.

 È molto improbabile che la prima squadra RIT sia quella che porterà all’esterno la vittima. Una volta che la squadra RIT è utilizzata per un SAR (Search & Rescue, ricerca e salvataggio ndt), l’IC abbisognerà di due o più RIT. Il primo comincerà le operazioni di ricerca mentre un secondo sarà necessario per le altre squadre che stanno operando sull’incendio[6]. In base alle ricerche effettuate a Phoenix e Seattle si può dire che il numero totale di componenti le squadre RIT è di 11 (Seattle) o di 12 (Phoenix)[7]. Una volta che la prima squadra RIT comincia la ricerca all’interno, un secondo team dovrà essere in standby. Quest’ultimo entrerà per preparare la vittima per l’evacuazione. Questo significa predisporre la vittima. L’autorespiratore può essere usato come appiglio per rimuovere l’infortunato.

Sulla base di queste considerazioni si possono approntare quattro moduli formativi:

  1. Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  2. Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  3. Tecniche di soccorso;
  4. Uso della termocamera.

 

Ogni singolo modulo in se, rappresenta un surplus per ogni vigile del fuoco. Ogni operatore deve avere un ottimo livello di confidenza con gli autorespiratori (1), essere abile nel forzare l’apertura di porte o nel creare vie d’uscita alternative(2). La termocamera è un attrezzatura disponibile in molti corpi, bisogna imparare ad usarla correttamente(4). Le tecniche di soccorso che si impareranno risulteranno molto utili in caso di soccorso di eventuali vittime civili (3).

Questo significa che questi 4 moduli possono essere visti come un estensione successiva alla formazione iniziale. Le competenze devono essere addestrate regolarmente, Le squadre RIT, non devono rappresentare il motivo principale, ma lo deve essere la volontà di diventare dei vigili migliori.

  [1]From NBC5, Dallas Fort Worth, “Close call for Highland Park firefighters” by Greg Janda, Jan 1 2014   [2]  http://www.firefighternearmiss.com report number: 07-0000890 [3] From NFPA, 2010 Firefighter Fatalities in the United States. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2011 [4] From 2011 LODD stats (The Secret List), January 3, 2012 Hey (USA). [5] From NFPA, Firefighter Fatalities in the United States, 2012. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2013 [6]  The development and use of rapid intervention teams for the Chelmsford, MA. Fire department. By John E. Parow, Fire Chief Chelmsford Fire Department Chelmsford, MA [7] From Too Little, Too Late by Gary Morris Thu, 2005-09-01

Stiamo facendo la cosa giusta?

Azioni volte ad elevare in maniera omogenea il livello di formazione di un gruppo

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un incremento esponenziale dell’offerta formativa. Vi sono decine di corsi (delle più disparate tipologie) ai quali si può prendere parte. Un breve, e non esaustivo elenco, comprende il corso SAF (1b, 2a, 2b), NBCR (1, 2, 3, 3 direttivo), BLS-D, ATP, patenti categorie superiori, movimento terra, conduzione motoslitta, moto d’acqua, ecc. Oltre a questi vi sono quelli che sono patrimonio di tutti e che sono realizzati durante il corso di formazione iniziale, quindi SAF 1a, NBCR livello 0, autorespiratori base, elettrotecnica, idraulica, ecc.

Tutto questo ha portato ad avere dei vigili che, presi singolarmente, sono probabilmente più preparati che alcuni anni fa. Qual è il problema, verrebbe da dire allora? Il problema, per me gravissimo, è che si è perso il valore del gruppo in quanto elemento dispensatore di formazione congiunta e condivisa. Questo ha portato ad un disallineamento del livello tra i singoli componenti. Vi possono essere delle eccellenze riguardo uno specifico argomento, ma al contempo delle lacune importanti sul medesimo argomento da parte degli altri componenti.

Una volta grazie al fatto che il grosso della formazione era realizzato direttamente presso le strutture di appartenenza, si riusciva a cementare la coesione dei singoli all’interno del gruppo. Vi sono delle ragioni oggettive che permettevano di realizzare ciò. Per esempio fino ad un paio di decenni fa la formazione era su base esperienziale. I più anziani trasmettevano ai più giovani il loro sapere. I quali avevano poi la possibilità di provare in intervento quanto gli era stato insegnato. Avevamo quindi una realtà in cui “anziano” equivaleva ad “esperto”. Inoltre, potendo metter in pratica subito quanto imparato, non si rischiava di dubitare di quanto appreso, perché gli insegnamenti erano messi subito alla prova dei fatti. Una realtà di questo tipo è legata ad un gran numero di interventi. Poche tipologie in numero elevato. Ora non è più così, avviene l’esatto contrario, basso numero d’interventi di molte tipologie diverse. La formazione non può più essere a base esperienziale, perché difetterebbe sia nella parte d’insegnamento sia nella parte di messa in pratica di quanto imparato. Purtroppo ora avviene che molto spesso “anziano” equivale a….”vecchio”. Per ovviare a questo si è provveduto a migrare la formazione, dalla trasmissione orale dei più anziani in servizio, verso strutture formative esterne al corpo. La formazione è diventata quindi su base ingegneristica. Si dovrà quindi  realizzare queste sequenza di azioni:

  1.          Analisi della realtà interventistica;
  2.          Iindividuazione delle esigenze formative;
  3.          Progettazione dei moduli che sia conforme agli obbiettivi;
  4.          Programmazione della tempistica entro la quale si vuole raggiungere il risultato;
  5.          Formazione dei formatori;
  6.          Realizzazione dei corsi.

Questo processo è logico e in teoria funziona. Il problema nasce quando si afferma che questo tipo di formazione non può essere direttamente dispensata a tutti, per una serie di ragioni che sono le più disparate:

  •          Costi insostenibili;
  •          Difficoltà nel organizzare il servizio per permettere a tutti di partecipare;
  •          Difficoltà a mettere a disposizione un’importante parte del proprio tempo libero per la formazione;
  •          Attitudini personali;
  •          Aspettative diverse;

La contromisura che si addotta è quindi: formare un selezionato numero di singoli che una volta terminata la formazione provvederanno a riversarla presso le proprie strutture. Peccato che non funzioni…..

Una persona che osservasse in maniera distaccata potrebbe chiedersi perché non dovrebbe funzionare, dal momento che si sono ricreate le medesime condizioni che in passato, un piccolo gruppo di persone esperte (gli anziani) che formavano gli altri (i nuovi). Le ragioni sono molteplici e di varia natura. Innanzitutto una volta vi erano tanti anziani esperti che insegnavano a pochi giovani inesperti. I numeri in questo caso erano assolutamente a favore dell’effettiva trasmissione delle informazioni. In secondo luogo gli “anziani esperti” erano riconosciuti e accettati dal gruppo, era così punto! Nessuno metteva in discussione la loro competenza in quanto dimostrata dai fatti nel corso degli anni. Terzo, ma non meno importante, le informazioni da trasmettere si riferivano ad un numero ridotto di tipologie d’evento.

Cosa avviene invece ora? Chi sono le persone che sono scelte per partecipare ai corsi di formazione? Molto spesso i criteri di scelta sono esterni all’obbiettivo principale che è quello di far crescere tutto il gruppo. Molto spesso partecipa chi ne ha voglia, chi vuole crescere professionalmente, chi ha tempo. Queste motivazioni sono tutte rispettabili e ragionevoli, ma non rispondono a quella che dovrebbe essere la motivazione cardinale. Il prescelto dovrebbe possedere le qualità necessarie per riversare sui propri colleghi le informazioni ricevute. Dovrà quindi essere:

  •          Motivato nelle giuste ragioni;
  •          Deputato a partecipare;
  •          Riconosciuto dai colleghi come deputato a parteciparvi.

Se vi sono queste premesse allora vi è la possibilità che al suo ritorno ci sia un travaso di conoscenze verso tutti. Il fatto che questo avvenga o meno dipende da un altro fattore fondamentale: la coesione del gruppo.

Il ruolo vincente del gruppo

Dovremmo avere un gruppo eterogeneo, non competitivo all’interno, ma con obbiettivo comune dove il successo del singolo sia il successo del gruppo.

L’apprendimento cooperativo o il lavoro cooperativo dovrebbe portare a saper e poter lavorare in gruppo in modo costruttivo, con altruismo, sviluppando la capacità di comprendere ciò che gli altri esprimono, bisogna sapersi ritagliare un ruolo all’interno del gruppo, comunicare e gestire le differenze. Gli appartenenti al gruppo devono avere una sorta di interdipendenza positiva.

Le diversità all’interno del gruppo sono risorse. Ognuno ha le proprie possibilità, deve prendere le proprie decisioni ma tutti con lo stesso obbiettivo che singolarmente non potrebbero ottenere. Ciò porta ad imparare a discutere senza litigare, aiutare gli altri. Tutti devono avere la certezza di apportare qualcosa di utile al gruppo, vuoi per conoscenze, vuoi per ruolo da coordinatore e/o da paciere, vuoi per parte pratica e meno intellettuale.

Il ruolo del leader del gruppo è motivare tutti ed evidenziare le finalità del lavoro, l’obbiettivo comune da raggiungere.

Leggendo queste righe mi sembra di aver descritto un mondo ideale. Quanto questo sia vero o meno non lo so. Ognuno saprà se opera in una realtà che si possa definire gruppo (e quindi con le caratteristiche sopra descritte), o se è solamente un insieme di persone. Il conseguimento di tale situazione ideale è un processo lungo e difficile da raggiungere, non impossibile ma…difficoltoso.

Alla luce di ciò premesso, cosa possiamo fare per rispondere alla domanda originale, cioè come elevare il livello di formazione di un gruppo? A mio parere ci sono delle azioni che competono all’organizzazione che ci guida ed altre che possono essere realizzate dal singolo. Vediamole nel dettaglio.

Criteri di scelta dei candidati alla partecipazione ai corsi di formazione

Io sono fermamente convinto che il candidato ideale, con le caratteristiche che sono state descritte precedentemente, è praticamente impossibile da individuare. Le persone con un carisma tale che al loro ritorno ai corpi di appartenenza possano trasmettere le informazioni apprese, si contano sulle dita di una mano. Inoltre, queste stesse persone possono sì essere carismatiche, ma non possedere le altre caratteristiche (capacità di formatore, disponibilità, entusiasmo, ecc). Avviene quindi che quanto appreso non sarà condiviso. Il fatto che non sia condiviso, che siano in pochi singoli a detenere tale conoscenza, equivale a vanificare completamente la filiera della formazione (se a questo aggiungiamo che non abbiamo più la possibilità di crescere su base esperienziale, possiamo comprendere che falla si stia creando all’interno della nostra organizzazione di soccorso). La capacità di trasmettere il sapere può essere una cosa innata, alcuni posseggono questa dote. Molto più frequentemente però, è dovuta alla progettazione del modulo formativo, alla tecnica di insegnamento. Queste caratteristiche non possono essere improvvisate, sono il frutto di un processo lungo e complesso.

Ok, ma quali possono essere le contromisure? L’unica soluzione che vedo all’orizzonte che ci garantisce in un tempo medio lungo il successo, è quella di realizzare la formazione per gruppi di lavoro omogenei (leggi per corpo di appartenenza, per turno di lavoro, ecc.). Solo quando la maggior parte dei componenti un gruppo avranno accesso alla stessa formazione, avremo un incremento nel livello medio. Effettuare la formazione a spot sui singoli elementi equivale a gettare alle ortiche il lavoro dei formatori!

 

Porto come esempio un esperienza personale. Nel 2005-06 il Corpo Permanente di Trento ha realizzato una formazione a tutto il personale definito “Tecniche d’intervento”. Per molti di noi si affrontarono per la prima volta certi argomenti come: il pericolo rappresentato dal fumo, tecniche di lancia, PPA, ecc. Per la realizzazione del corso fummo divisi in cinque gruppi. Il modulo aveva una durata di due settimane. Ogni turno di circa 25 persone, assegnava cinque persone per volta. Al rientro in turno dei primi cinque, gli stessi cercarono di condividere le nuove nozioni apprese. Furono immediatamente etichettati come “quelli che tornano da un corso e pretendono di cambiare quello che abbiamo fatto per anni….”. Con il secondo gruppo, gli eretici aumentarono, ma erano pur sempre in minoranza. Con il terzo gruppo i rapporti si ribaltarono, il numero di quanti avevano partecipato al corso di formazione era ormai diventato la maggioranza. E mai come in questo caso (dove vengono ribaltate delle consuetudini decennali) il numero di quanti affermano il nuovo verbo è l’elemento vincente. La lungimiranza di quanti disposero la realizzazione di questo corso fu di renderlo obbligatorio a tutto il personale operativo. La cosa interessante che si nota è che l’effettivo impatto sull’operatività avvenne quando si raggiunse una massa critica di partecipanti.

Come sempre bisogna effettuare delle scelte. Le decisioni devono essere prese sulla base di approfondite valutazioni. Si potrebbe prendere in considerazione l’effettiva possibilità a mettere in pratica le conoscenze apprese. Per esempio, “Interventi in ambito industriale”. La partecipazione a questo modulo è più indicata a quanti hanno nel proprio territorio realtà di questo tipo, piuttosto di chi ha un terreno montagnoso e a prevalente vocazione turistica.

Sono d’accordo che fin tanto che i corsi sono specifici, come l’esempio presentato, le scelte sono semplici. Cosa avviene quando invece parliamo di competenze che dovrebbe essere patrimonio di tutti? Per esempio, come affrontare un incendio civile?

Esiste una sola risposta indubbiamente corretta: deve essere perpetuato ogni ragionevole sforzo affinché tutti ricevano questo tipo di formazione. Fissato quest’obbiettivo come primario e indifferibile, bisogna però fare i conti con la realtà. Prima azione è stabilire delle priorità sulle esigenze formative. Quali sono gli ambiti d’intervento esclusivi dei vigili del fuoco? Quali e quante situazioni ci vedono come unici attori? Queste sono le domande che ci permettono di individuare la scaletta degli interventi formativi. Personalmente ritengo che non ci devono essere dubbi sul scegliere se finanziare un corso di conduzione motoslitta, moto d’acqua, macchine operatrici oppure un corso “tecniche d’intervento”. La risposta deriva dal fatto che se ci chiediamo quante motoslitte, moto d’acqua o escavatrici riusciamo a trovare nel mondo esterno ai vigili del fuoco, vedremo che altre organizzazioni del soccorso o aziende private ne sono dotate. Per contro ci siamo mai resi conto veramente che in certi casi siamo solo noi che intervengono (incendi, NBCR su tutti). Penso non servano altre spiegazioni su quali devono essere le priorità…..

Anche prendendo le decisioni corrette, non tutti però vi potranno prendere parte nello stesso momento, vi è la necessità di adottare dei criteri di scelta su chi avrà la precedenza rispetto agli altri. I parametri potrebbero essere:

  •          Partecipazione attiva ad iniziative comuni;
  •          Utilizzo delle risorse a disposizione;
  •          Numero di interventi;
  •          Tasso di frequenza ai corsi precedenti;
  •          Dimensioni ambito di operazione primario;
  •          Disponibilità ad investire proprie risorse nella formazione.

Come si può notare gli elementi per poter operare una scelta sono numerosi. Non necessariamente privilegiano i gruppi più grandi, più ricchi o con più interventi.

Potremmo anche ottenere un risultato secondario, ma a mio giudizio importantissimo, e cioè incrementare lo spirito di appartenenza all’interno dei gruppi. Attenzione sto parlando di elementi di unione nel solco di un obbiettivo comune, che è e sarà sempre, fornire il miglior servizio possibile al cittadino. Tutto ciò è agli antipodi rispetto alle lotte di “campanile” o tra diversi attori del soccorso organizzato.

Azioni virtuose che ognuno può realizzare

Ogni singolo componente può attuare degli atteggiamenti che avranno risvolti positivi su tutto il gruppo. Il principale è quello di non arrendersi di fronte all’ignoranza. Ignoranza intesa a 360°, propria e altrui. Esiste il problema concreto che quanti non si vogliono aggiornare e restare al passo con i tempi, attuino delle azioni che sono volte rendere il livello medio omogeneo. L’aspetto negativo è che non si omogeneizza al rialzo, ma al ribasso. Questo è uno dei mali della nostra società, specialmente in ambito pubblico. Non si devono sottolineare le eccellenze perché queste metterebbero in cattiva luce, quanti non raggiungono tali livelli. Ma questa è un’enorme stupidaggine. Dal momento che a tutti vengono riservate le medesime opportunità, perché giustificare simili atteggiamenti? La colpa è anche dei singoli che accettano questa situazione senza proseguire a testa alta. Quindi primo atteggiamento virtuoso: mai cedere all’appiattimento al ribasso ma perseguire un continuo incremento delle proprie competenze.

Altra azione positiva è l’essere orgogliosi di quanto si sta facendo. Se lo si fa con passione e senso di appartenenza, bisogna dimostrarlo. Non arrendersi a quanti dicono che è un lavoro come un altro, che è un’associazione come tante altre. Ma questo non deve portare nella direzione opposta che è altrettanto sbagliata, quella che siamo tutti eroi, quella delle medaglie e delle mostrine. Quella che ti fa dire, dal momento che siamo bravi e ammirati, non serve tenersi informati, non serve essere efficienti fisicamente (come se l’incendio ti risparmiasse dal momento che sei un presunto eroe….). No l’atteggiamento corretto è (secondo atteggiamento virtuoso): essere fiero di quanto si sta facendo ma ben consapevole di dover essere preparato ad affrontare gli interventi. Mi fa ridere chi parla dell’incendio come un nemico da combattere, una sfida epica tra il bene e il male….sciocchezze. L’incendio è un fenomeno naturale regolato da leggi fisiche ben definite, non è nemico di nessuno, infatti si comporta nello stesso modo sia con i buoni che con i cattivi.

Un altro comportamento con risvolti concreti è vedere gli aspetti positivi e non sempre quelli negativi. È molto più semplice elencare le cose che non vanno rispetto a quelle che funzionano. Esiste una forma di autogiustificazione che recita: ma perché devo impegnarmi se tanto le cose non vanno bene? È proprio quando le cose non vanno come dovrebbero, che ci si dovrebbe impegnare di più. Terzo atteggiamento virtuoso: non chiederti cosa gli altri possono fare a te, ma cosa tu puoi fare per gli altri (adattamento di una citazione di John F. Kennedy).

Conclusioni

La formazione in competenze che devono essere patrimonio di tutti, deve essere diffusa alla base direttamente dalle strutture deputate. Non può essere demandata a terzi che non hanno ricevuto la formazione da formatore. Solo quando la maggioranza dei componenti un gruppo avranno ricevuto la medesima preparazione, si potranno utilizzare le tecniche apprese in intervento. Tutti i livelli della gerarchia di comando devono possedere le stesse informazioni di base. Solo conoscendo il lavoro del lancista un responsabile d’intervento può disporre le azioni da compiere.

Ogni singolo componente il gruppo ha un impatto positivo maggiore di quanto si possa ipotizzare, dal momento che le azioni positive innescano un circolo virtuoso.

Quale simulatore risponde meglio alle esigenze formative del vigile del fuoco?

Sulla base dei ragionamenti sviluppati nel precedente articolo, e cioè l’importanza assoluta di fornire una formazione realistica, vediamo quali possono essere i simulatori più funzionali per l’addestramento dei vigili del fuoco.

L’offerta è piuttosto variegata. Possiamo trovare:

  1.        Container a combustibile solido;
  2.        Container a gas;
  3.        Strutture in cemento a combustibile solido;
  4.        Strutture estemporanee in latero cemento (edifici prossimi alla demolizione);
  5.        Strutture in cemento alimentate a gas.

Ognuno di essi presenta degli aspetti positivi, sia in termini di sicurezza che in termine di efficacia dell’addestramento.

Quali sono le normative che regolano la realizzazione, ma soprattutto la conduzione delle esercitazioni in tali strutture? Bella domanda….. In base alle mie conoscenze, esistono due norme che ci sono d’aiuto, una americana -NFPA 1403[i]– e una tedesca –DIN 14097[ii]-. Entrambe sono utili per stabilire quali sono gli atteggiamenti virtuosi che ci permettono di incrementare la nostra sicurezza. La NFPA 1403, è maggiormente orientata nel stabilire le procedure per condurre le esercitazioni, mentre la norma DIN entra nel dettaglio di come devono essere realizzati i simulatori. Nel preambolo della norma NFPA, viene sottolineata l’importanza di questa tipologia di addestramenti, che devono essere condotti con il massimo degli standard di sicurezza. Vi troviamo infatti scritto: – La pratica della formazione “live fire training”, è la base per fornire un servizio efficiente al giorno d’oggi. Tuttavia i benefici che si traggono, sono annullati in caso di infortuni subiti dai vigili del fuoco in condizioni di formazione non sicure e/o poco controllate[iii]

Sgombro subito il campo giocando a carte scoperte, dichiarando che a mio giudizio (per sua natura un blog riflette le opinioni personali dell’autore. In quanto tali, le opinioni personali sono il frutto del proprio vissuto) le strutture migliori sono i container a combustibile solido. Con questi simulatori si riesce a riprodurre con buona approssimazione la realtà, mantenendo al contempo un ottimo livello di sicurezza. Oltretutto, hanno dalla loro parte un costo sia di realizzazione, che di mantenimento estremamente bassi (cosa da non sottovalutare in questo momento storico di contrazione delle risorse).

I container a gas sono delle strutture funzionali a quanti si approcciano per la prima volta ad un incendio. Offrono buoni livelli di sicurezza, ottima riproducibilità e bassi livelli di contaminazione ambientale. Per contro sono inutili per addestrarsi su come si evolve un incendio e hanno dei costi di acquisto e di mantenimento elevati.

Le strutture in cemento a combustibile solido offrono un buon livello di riproduzione della realtà, ma una scarsa riproducibilità in caso di più esercitazioni nello stesso giorno (una volta scaldato il cemento ci mette molto a raffreddarsi, quindi l’evoluzione dell’incendio è completamente diversa da inizio a fine sessione). Hanno costi di realizzazione  elevati, ma con costi di gestione moderati. Sono caratterizzati da un basso livello di sicurezza da un punto di vista della contaminazione ambientale. Da una ricerca Finlandese si evince che i livelli più alti di agenti cancerogeni che impregnano i DPI dei partecipanti si sono registrati in queste strutture[iv].

Gli edifici che talvolta si reperiscono (strutture estemporanee) per poter effettuare delle prove a fuoco, sono quelli che sicuramente offrono il maggior grado di aderenza alla realtà, ma al contempo il minor livello di sicurezza. Nelle prescrizioni della NFPA ci sono delle misure aggiuntive in caso di addestramenti in tali strutture. Per esempio per quanto riguarda il presidio sanitario di sicurezza, non solo deve essere presente del personale abilitato alla rianimazione cardio polmonare (BLS), come in tutti gli altri casi d’altronde, ma in più deve essere fisicamente presente un veicolo idoneo al trasporto sanitario[v], cosa che non è necessaria negli altri simulatori. Questo ci dà una misura delle precarie condizioni di sicurezza.

Le strutture più controverse sono quelle in cemento alimentate a gas. A mio giudizio gli unici aspetti positivi sono: la sicurezza e il basso livello di contaminazione. Aspetti che vengono mitigati dai costi elevatissimi, ma soprattutto dalla mancanza di utilità per formare il personale a come si evolve un incendio. La concezione che vi è alla base non è confacente alle necessità addestrative.  Nelle strutture alimentate a gas non abbiamo nessuno degli elementi caratterizzanti un incendio quali: il calore (radiante e convettivo), la mancanza di visibilità legata alla presenza del fumo e i moti convettivi creati dalla combustione (eccetto un po’ di calore radiante e una riduzione di visibilità, realizzata tramite fumo freddo). Per quanto riguarda l’azione dei getti d’acqua sui focolai è assolutamente fuorviante, in quanto non si riesce a valutare l’efficacia degli stessi, dovendo agire su di un fornello a gas. E sto parlando di azione diretta sul focolaio, non di “smoke cooling”. Questa mancata adesione alla realtà mi porta ad interrogarmi sull’efficacia di questa tipologia di esercitazioni.

Sulla base di quanto dichiarato dai fautori di questa tipologia di simulatore, le motivazioni  alla base della loro scelta sono:

  •          Maggiore sicurezza per gli operatori;
  •          Riproducibilità dei training;
  •          Ambiente “pulito”.

Sono condivisibili queste affermazioni?  Vediamole punto per punto, considerando quanto avviene nei container a combustibile solido.

Maggiore sicurezza. Esiste la convinzione che, se non è presente un fungo rosso che congeli il tutto, non vi siano le necessarie condizioni di sicurezza. A mio parere non è vero. Il problema principale è che si rimanda tutto alla tecnologia, non valorizzando il fattore umano. “Io posso entrare lì dentro in sicurezza, perché tanto basta schiacciare un bottone e finisce tutto”. E’ quanto di peggio possa pensare una persona che si addestra ad una realtà completamente diversa. Questo non significa che chi sbaglia debba pagarne le conseguenze, ma che la predisposizione mentale e l’attenzione devono essere maggiori. Da un punto di vista ingegneristico, le strutture alimentate da combustibile di classe A, debbono sopperire alla mancanza del fungo. Ecco quindi che le uscite di sicurezza sono più vicine, l’evacuatore di fumo e calore è maggiorato. Dal punto di vista degli addestramenti, i conduttori della struttura debbono avere una preparazione molto più approfondita e devono essere presenti in numero maggiore. Possiamo affermare senza tema di smentita che, un container a combustibile solido costruito secondo le normative vigenti e condotto da istruttori qualificati, possiede i medesimi livelli di sicurezza di uno a gas.

Riproducibilità del training. Nelle case a fuoco alimentate a gas, dal momento che il combustibile esce da un ugello con una portata specifica nota, l’HRR (Heat Release Rate) è conosciuto e costante. Gli edifici in cemento risentono molto poco delle condizioni atmosferiche. La temperatura esterna, il periodo dell’anno e l’umidità influenzano in maniera lieve le condizioni all’interno. Nelle strutture che funzionano con combustibile di classe A, per ovviare alla possibile variabilità della potenza dell’incendio, bisogna attenersi ad un carico standard (esiste una bibliografia esaustiva sull’argomento). Inoltre si devono adottare delle procedure ben definite. Le condizioni ambientali esterne hanno un impatto più pronunciato. I container hanno per contro un inerzia termica praticamente nulla. Dalla prima all’ultima esercitazione della giornata le differenze non sono così marcate come in una struttura in cemento, che una volta scaldata abbisogna di un tempo notevole per raffreddarsi.

Ambiente “pulito”. Questo è l’unico, certo, punto a favore del gas. Dopo un addestramento in tali strutture si può asciugare il DPI e riutilizzarlo senza preoccuparsi di doverlo lavare. Nei simulatori a combustibile solido invece, vi è la necessità di adottare delle procedure per la tutela della salute degli operatori. Ecco quindi che vi sarà una suddivisione in aree “sporche” e “pulite”. I DPI verranno trattati come contaminati e all’interno del simulatore si entrerà solo con gli APVR. Per tutelare la nostra salute all’interno di queste aree contaminate, ci vengono in aiuto alcune linee guida (Svedesi[vi], Australiane[vii]). A questo punto però sorge una domanda, se i vigili in addestramento si abituano ad operare in un ambiente sporco (ma non così pericoloso che in caso di errore vi siano delle conseguenze catastrofiche) non gli risulterà naturale adottare le medesime cautele e procedure durante gli interventi reali? (dove un eventuale errore può avere degli effetti funesti). Quest’aspetto è sicuramente un valore aggiunto per i simulatori a combustibile solido.

 

Aderenza alla realtà

Riproducibilità del training

Sicurezza

Contaminazione

Costi

Container a gas

x

xxx

xxxx

x

xxx

Strutture in cemento alimentate a gas

xx

xx

xxxx

x

xxxx

Container a combustibile solido

xxx

xxx

xxxx

xx

xx

Strutture in cemento a combustibile solido

xxx

x

xx

xxxx

xxx

Strutture estemporanee in latero cemento

xxxx

x

x

xxx

x

Livello minimo: x; Livello massimo: xxxx.

Conclusioni

  1. Sono fermamente convinto che i simulatori a gas (sia container che edifici di dimensioni maggiori), eccetto che per il primo approccio all’incendio, non possono essere l’unica offerta formativa per realizzare la preparazione di un vigile del fuoco;
  2. A differenza dei simulatori a gas, quelli a combustibile solido possono essere funzionali all’intero ciclo di addestramento dei vigili del fuoco, siano essi dei novizi oppure dei pompieri navigati con anni di esperienza interventistica alle spalle. Sarà compito degli istruttori in carica settare le condizioni in maniera tale da customizzarle in funzione degli allievi che stanno addestrando;
  3. Deve ben essere chiaro a tutti che la formazione nei simulatori a combustibile solido non è un’attività riservata a “superpompieri” o squadre speciali, bensì l’ABC per tutti.

[i] NFPA 1403-2012 Standard of live fire training evolutions;

[ii] DIN 14097-1:2005-05  This standard will allow architects, designers, firefighters and administrators to design, build and run firefighter training facilities in a practical manner and according to the relevant safety regulations.

DIN 14097 comprises the following parts:

— Part 1: General requirements

— Part 2: Gas-fuelled simulation devices

— Part 3: Wood-fired training facilities

— Part 4: Firefighter training houses

[iii] Origin and development of NFPA 1403: The ongoing training of firefighters is the cornerstone of good fire protection today’s world. However the benefits derived from live fire training can be negated by the injuries and deaths suffered by firefighters under unsafe and poorly supervised training conditions.

[iv] Fire fighting trainers’ exposure to carcinogenic agents in smoke diving simulators

Juha Laitinena, Mauri Mäkeläb, Jouni Mikkolac, Ismo Huttud

[v] NFPA 1403 4.10 Emergency Medical Services.

4.10.1 Basic life support emergency medical services shall be available on site to handle injuries.

4.10.1.1 For acquired structures, BLS emercency medical services with transportation capabilities shall be avaliable on site to handle injuries

[vi] Healthy firefighters, Skellefteå Model a collaborative project

[vii] Occupational health and safety manual and training standard. Relative to safe use of the  aus-rescue hybrid flashover simulator for compartment fire behaviour training (cfbt). Shan Raffel AFSM EngTech CFIFireE for Aus-Rescue Pty Ltd