Procedura di passaggio porta, la stiamo facendo bene?

Introduzione

Una delle pratiche utilizzate nella lotta agli incendi moderni (che a mio avviso si presta a mal-interpretazione) è la tecnica di passaggio porta. Vi è la tendenza a concentrarsi sull’aspetto più strettamente meccanico/tecnico perdendo di vista i veri obbiettivi. Parlando con quanti sono chiamati ad operare in caso di incendio (vigili del fuoco professionisti e volontari, componenti squadre aziendali, fire team imbarcati a bordo di navi o piattaforme petrolifere) ho molto spesso l’impressione che non si abbiano le idee chiare.

Quali i pericoli nell’aprire una porta?

Molti si aspettano e in alcuni casi temono, di trovare è un muro di fiamme che prorompe da dentro il locale non appena si apre la porta. E’ davvero questo un problema? E soprattutto è possibile che una porta dietro alla quale vi sia un incendio sufficientemente ventilato in post flashover non abbia mostrato alcun segnale premonitore?

Figura 1. L’incendio ha trovato in maniera naturale uno sfogo verso l’esterno. Da notare la ridotta produzione di fumo e il colore relativamente brillante delle fiamme. In questo caso l’apertura della porta interna non produrrebbe modifiche sostanziali nello sviluppo dell’incendio.

Per poter rispondere a queste domande devono essere chiare le differenze tra un incendio limitato dal combustibile (ILC) e uno dal comburente (ILV). Stabilire quali di questi due regimi è in atto permette di operare le giuste scelte. È bene dire subito che in caso di un ILC, anche se di potenza significativa, vi sono generalmente a disposizione sia gli strumenti che le competenze necessari. Salvo che per l’incendio generalizzato, i servizi antincendio sono strutturati per far fronte ad un incendio regolato dal combustibile. Le azioni che solitamente si attuano sono state pensate proprio per far fronte ad un incendio di questa tipologia. Normalmente si realizzano delle aperture per lo sfogo del calore e del fumo. Queste aperture fanno si che la visibilità aumenti e il calore sfoghi all’esterno migliorando così le condizioni. L’apporto d’aria che inevitabilmente avviene, non influenza la potenza dell’incendio. In questo modo si massimizzano gli effetti positivi senza di fatto averne di negativi.

Cosa avviene invece se si realizzano delle aperture in caso di un ILV? E quanto tempo può passare prima di vederne le conseguenze? Per prima cosa togliamoci dalla mente che gli effetti dell’apertura siano sempre immediati. Questo perché ciò che avviene dopo aver aperto questa famigerata porta ha bisogno di tempo per potersi innescare.Il tempo che occorre è in funzione di una serie di fattori tra loro collegati:

  • Da quanto tempo ha avuto origine l’incendio;
  • Da quanto tempo l’incendio è entrato in regime di ILV;
  • Il carico d’incendio e la disposizione dello stesso all’interno del compartimento;
  • Quantità d’aria entrata. Che è in funzione di:
    • Delta di pressione esistente;
    • Dimensione delle aperture realizzate;
    • Altezza delle aperture nel compartimento;
    • Sequenza di apertura nel caso siano più di una;
    • Tempo di apertura;
    • Direzione ed intensità del vento.

Viste le numerose variabili che concorrono a determinare il tempo che può trascorrere tra l’apertura e gli effetti seguenti, è praticamente impossibile stabilire una regola. Quello che si può rilevare è che in un locale di medie dimensioni è quasi impossibile che l’apertura di una porta comporti un immediato innesco dei fumi presenti. Vi può essere il rapido innesco dei gas che fuoriescono all’esterno ma non di quelli all’interno del compartimento.

Il timore che questo possa avvenire porta a distogliere l’attenzione da quello che conta veramente. Partiamo da un punto fermo e cioè le motivazioni di queste azioni. Per quale motivo si apre una porta? Essenzialmente perché non si è in grado di capire,direttamente dall’esterno, cosa sta avvenendo . Quindi lo scopo non è impedire che s’incendino i gas ma capire cosa avviene all’interno. Tutto questo per decidere se vi sono le condizioni per entrare. Non è una differenza di poco conto. Il focus deve rimanere sulla necessità di leggere la situazione, non sullo sparare acqua a casaccio fuori e dentro il compartimento. Quando si comprende bene questo aspetto ci si può concentrare sull’effettuare un passaggio porta efficace.

I segnali premonitori

Quando si apre una porta si è di fronte ad una situazione che impone delle scelte non facili da prendere. Ricordiamo innanzitutto i due elementi principali:

  • Si deve aprire la porta perché gli altri strumenti per capire cosa stia avvenendo all’interno hanno in qualche modo fallito. Quindi si deve aprire per vedere. Più tempo si tiene aperto, più a lungo si può vedere;
  • Bisogna evitare che entri dell’aria. Questo per scongiurare che in caso di un ILV l’apporto di aria abbia effetti sull’evoluzione dell’incendio. Più breve e limitata nel tempo l’apertura meno aria entra.

I punti sopra sembrano inconciliabili. Se a questo ci aggiungiamo che si effettuano delle operazioni in maniera robotica ci si accorge che si sta fallendo l’obbiettivo.

Un altro elemento che spesso risulta essere un aggravante, piuttosto che valido aiuto, è l’uso dell’acqua. Nella procedura di passaggio porta l’acqua (se usata bene) permette di:

  1. Inertizzare (quando la porta viene aperta) l’area all’esterno sopra gli operatori;
  2. Raffreddare il fumo all’interno del compartimento;
  3. Inertizzare piccoli volumi all’interno del compartimento grazie al passaggio di stato dell’acqua da liquido a vapore e alla concentrazione di gocce molto piccole.

Figura 2. Da notare le gocce che rimangono in sospensione per inertizzare l’eventuale fumo in uscita

L’utilizzo dell’acqua in questa prima fase è importante per incrementare la sicurezza dell’azione dei vigili del fuoco che aprono la porta per capire e intraprendere l’azione più corretta. Se si decide di aprire la porta è perché non si hanno a disposizione altre tecnologie come le lance piercing, il Fognail™ oppure il CCS Cobra™ che consento di mettere in sicurezza l’ambiente senza dover aprire.

Figura 3. I sistemi come il Cold Cut System Cobra™ permettono di rendere più sicuro l’accesso ad un compartimento prima dell’ingresso delle squadre.

L’obbiettivo è però sempre quello di crearsi un’immagine di quello che vi è all’interno. Tutto ruota attorno ad esso.  Come lo si realizzi è in funzione delle competenze acquisite, delle attrezzature a disposizione e dell’esperienza del personale.

Tecniche di passaggio porta

Tante sono le possibili combinazioni che si possono utilizzare. Ponendo come focus l’uso dell’acqua si possono prendere in esame:

  • due colpi di lancia al di fuori sopra la testa degli operatori ed uno dentro nel fumo;
  • Solo il colpo nel fumo;
  • una combinazione di questi.

Quando invece il focus è la posizione degli operatori:

  • lancista verso l’apertura e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso la maniglia protetto dalla parete.

Naturalmente bisogna tenere in considerazione anche se il verso di apertura della porta è:

  • porta a spingere;
  • porta a tirare.

Figura 4. Un esempio delle possibili tecniche adottabili. Per verificare la temperatura si può scostare leggermente il guanto, facendo attenzione a non toglierlo. In caso di portoncini blindati o isolati si può provare a toccare la maniglia. Da notare l’impugnatura della lancia specifica per bagnare leggermente la porta con la tecnica del painting.

Come si vede le variabili sono molte e a volte in apparente contrasto. Poco importa, la cosa che veramente conta è mettersi nelle condizioni di vedere cosa c’è all’interno del locale mantenendo un grado di sicurezza il più elevato possibile. La domanda corretta ora è: ma cosa si deve vedere? Domanda semplice con una risposta articolata. I segnali che si devono scorgere non sono nella maggior parte dei casi definiti e di semplice interpretazione. E qui risiede il vero problema. Nella formazione ci si concentra sulla meccanica dell’azione tralasciando gli elementi che la contraddistinguono: cosa si deve vedere? Questo, è quello che si dovrebbe affrontare nella formazione, dando degli elementi utili per definire se è possibile entrare o meno.

Cercando di dare una risposta a questa domanda si possono elencare questi elementi:

Prima di aprire la porta:

Prendere più informazioni possibili da parte dei presenti;
  • Da quanto tempo è cominciato l’incendio;
  • cosa contiene il compartimento;
  • quanto grande è il compartimento coinvolto;
Osservare la porta alla scoperta dei seguenti elementi:
  • temperatura elevata (la maniglia può rappresentare un ponte termico preferenziale);
  • cambiamenti di colore dovuti alla temperatura;
  • bolle nella vernice;
  • bagnando la porta l’acqua evapora;
  • fuoriuscita di piccoli sbuffi di fumo dal perimetro esterno;
  • se la porta è vetrata verificare se vi sono dei depositi oleosi sulla faccia interna. Questo è un indice che i fumi sono probabilmente al di sopra del loro campo di infiammabilità (fumi grassi).

Se nulla di tutto ciò è visibile non bisogna trarre conclusioni avventate. Se non si vede nulla non significa nulla!

All’apertura della porta:

Osservare l’eventuale fumo;
  • Fuoriuscita di fumo dal compartimento. Il fumo che all’esterno comincia a bruciare è un indicatore che all’interno del compartimento vi sono due dei tre elementi del triangolo del fuoco e cioè energia e combustibile. L’unica cosa che manca è il comburente che invece è presente in grandi quantità all’esterno;

Figura 5. All’interno del compartimento non vi è sufficiente comburente. Appena la pressione sospinge all’esterno il fumo vi è la comparsa delle fiamme. Il display indica la temperatura (588°C) presente all’interno del compartimento a circa 2 mt di altezza.

  • Altezza del piano neutro. Più è basso e più è indice di pericolosità. Bisogna però tenere in considerazione che un incendio ormai spento ed innocuo in un locale senza aperture ha il fumo fino a terra;
  • Pressione e velocità in uscita del fumo. Più il fumo esce in volute turbolenti e con buona velocità più l’incendio è in prossimità dell’apertura. Inoltre potrebbe essere indicatore di una certa vivacità dell’incendio;
  • Colore del fumo. Bisogna a stare attenti a non essere ingannati dal colore del fumo. Non sempre il fumo più è scuro più è pericoloso. Un fumo di colore nocciola scuro con riflessi violacei è un fumo ricco di gas della pirolisi scaturite da legno o derivati.

Figura 6. Questo colore contraddistingue i gas della pirolisi di un ILV. Da notare nell’angolo in basso a sinistra l’aria che si incunea al di sotto del fumo.

Stabilire la temperatura interna:
  • Utilizzando una termocamera è possibile avere un’idea di massima della temperatura del compartimento. Temperatura elevata significa che i fumi hanno una propensione ad infiammarsi visto l’alto livello energetico contenuto. D’altra parte temperatura elevata potrebbe indicare che l’incendio è un ILV da poco tempo;
  • L’acqua è un valido aiuto per stabilire l’ordine di grandezza della temperatura.
Entrata dell’aria:
  • La velocità alla quale l’aria si fa strada nel fumo è un chiaro segno del fatto che il focolare principale si sta riprendendo. Più aria entra e più la velocità relativa aumenta;
  • Volume di aria in entrata. Se la pressione all’interno del locale è simile a quella ambiente, sia il volume che la velocità dell’aria in entrata saranno minimi. Se invece la pressione è più elevata, la fuoriuscita iniziale abbatte la pressione creando i presupposti per l’entrata dell’aria. Quando si innesca la corrente di convezione (l’aria fresca richiamata dalla base del focolare principale) l’apporto d’aria si stabilizza se l’apertura rimane costante. Per contro l’innesco della corrente di convezione apre una finestra temporale che se sfruttata bene potrebbe permettere di arrivare sull’incendio guidati da essa.
Fiamme:
  • La presenza di fiamme in grande quantità esclude il fatto di essere nelle condizioni di incendio regolato dalla ventilazione;
  • Poche fiamme di colore scuro (rosso o arancione scuro) possono indicare un ILV al limite del 14% di ossigeno. La nostra apertura non farà altro che aumentarne la concentrazione con conseguenze facilmente immaginabili;
  • Fiamme languide, allungate e lente sono tipiche di un ILV. Mentre fiamme nervose, corte e veloci contraddistinguono un ILC.
Effetto dell’acqua:
  • L’acqua che entra all’interno del compartimento e si trasforma in vapore è indice del livello energetico del fumo;
  • La presenza di un sibilo durante il passaggio di stato dell’acqua è indice di temperatura elevata;
  • L’acqua che, seppur utilizzata correttamente (portata, cono di apertura e angolo della lancia verso il terreno), cade a terra, indica che il fumo non ha temperatura elevata. Questo che non esclude che possa essere egualmente pericoloso, indica solamente che il livello energetico è inferiore.

 

Conclusioni

Stabilire una procedura rigida che vada bene in tutte le occasioni non è semplice e probabilmente è anche contro produttivo. Quello che sicuramente si può fare è ragionare per obbiettivi piuttosto che in modalità “automatica”. Una volta che gli obbiettivi tattici sono ben chiari a tutti è molto più semplice agire di conseguenza. Questo però responsabilizza ancor di più i formatori e le strutture preposte alla formazione. È molto più facile insegnare un “compitino” da eseguire a memoria che spiegare i motivi del perché una determinata cosa succede. Purtroppo però, se ci si scorda una piccola parte di una sequenza imparata a “pappagallo” si rischia di non saper proseguire con l’azione. Nel caso contrario invece, avendo ben chiaro in mente cosa si vuole ottenere, non si rischia di fallire se ci si dimentica una parte della sequenza.

 

Figura 7. Il ruolo dei formatori è quello di rendere i propri allievi elementi pensanti. Solo così saranno in grado di affrontare tutte le possibili problematiche che l’interventistica riserva quotidianamente.

CAFS e incendi di classe B

La Scuola Provinciale Antincendi della Provincia Autonoma di Trento ha organizzato una giornata studio sui sistemi di spegnimento CAFS (compressed air foam system). Scopo della giornata era quello di verificare l’efficacia dei sistemi CAFS in caso di intervento su incendi di idrocarburi. Le informazioni rilasciate dai costruttori sono per lo più incentrate sull’efficacia nello spegnimento di incendi di solidi, mentre per i liquidi le informazioni sono molto deficitarie. Sulla scorta di queste considerazioni si è deciso pertanto di finanziare il progetto di studio. L’esigenza di disporre di un adeguato campo prove con le necessarie autorizzazioni ad accendere fuochi, anche di notevoli dimensioni, ha fatto propendere la scelta nei confronti dell’APT di Pavia. L’APT è una realtà molto nota nel campo dell’antincendio in Italia, quotidianamente vi vengono svolte prove a fuoco, essa dispone quindi anche del necessario know-how per poter portare a termine i test in sicurezza.
In generale nella lotta antincendio è molto importante che gli operatori conoscano molto bene l’attrezzatura che sono chiamati ad utilizzare durante le operazioni di spegnimento. Questa conoscenza si può ottenere con l’addestramento e con la frequenza all’uso dell’equipaggiamento nell’attività interventistica. La casistica degli interventi coinvolgenti spandimenti e conseguente incendio di liquidi infiammabili è, fortunatamente per la collettività e per l’ambiente, molto bassa. Questo si traduce però in un handicap per chi è chiamato a fronteggiare tali eventi, perché  viene a mancare l’esperienza interventistica e poi perché la formazione agli interventi che si ritengono improbabili pian piano scema. L’attrezzatura specifica per fronteggiare incendi coinvolgenti liquidi infiammabili è conosciuta da tutti i vigili del fuoco, ma se si pensa alla frequenza con la quale essa viene provata, ritengo che gli intervalli di tempo siano molto ampi. Il fatto di conoscere il principio di funzionamento, perché lo si è studiato all’inizio della propria carriera di vigile, non necessariamente comporta che si riesca a metterlo in pratica in maniera efficace sotto la pressione di un intervento, magari di grandi dimensioni.

Le “regole” da seguire per un corretto utilizzo degli strumenti idonei ad affrontare gli incendi di idrocarburi non sono molte in verità ma è indispensabile soddisfarle tutte pienamente:

  • il premescolatore deve avere la medesima portata della lancia schiuma ;
  • la perdita di carico del premescolatore va fissata in circa tre bar;
  • per produrre schiuma la lancia abbisogna di cinque bar;
  • il sistema va alimentato con almeno otto bar in uscita dalla pompa;
  • bisogna evitare sia i dislivelli fra il premescolatore e la lancia sia le strozzature nella manichetta che impediscono il processo di formazione della miscela acqua-schiumogeno.

I sistemi di miscelazione della schiuma in pompa ovviano alla maggior parte dei possibili inconvenienti elencati, ma hanno il difetto di essere potenzialmente soggetti a problemi dovuti alla cattiva manutenzione o alla non familiarità degli operatori, che ne compromettono l’efficacia. Quante volte abbiamo visto le incrostazioni formate dallo schiumogeno vecchio che ostruiscono i fori calibrati. Ancora peggio, per produrre la miscela alcuni veicoli richiedono una notevole dimistichezza con lo stesso.

La formazione continua e sistematica sulle attrezzature specifiche ma anche sulle tecniche di spegnimento da adottare rappresentano la soluzione a molti inconvenienti, ma sappiamo che questo è difficile da realizzare in quanto il ventaglio di interventi che i vigili del fuoco devono affrontare è estremamente ampio e in continua evoluzione.

Ecco quindi la necessità di avere in dotazione un sistema di spegnimento che sia realmente efficace nella maggior parte degli interventi; un sistema familiare, utilizzato in molte circostanze e che non lasci spazi a errori dovuti allo scarse occasioni di impiego.  Che mantenga la stessa struttura di base per contenere e bloccare l’incendio limitando il pericolo.

Le premesse che il CAFS risponda a queste esigenze ci sono, si tratta di verificarle sul campo. Scopo della giornata studio promossa è di verificare la reale consistenza di queste possibilità.
Le prova effettuata riguarda, come abbiamo detto, lo spegnimento di idrocarburi liquidi.
I test sui liquidi hanno previsto l’incendio di petrolio lampante in una vasca dell’area di 50mq con tempo di preaccensione di 60 secondi. Gli spegnimenti sono stati effettuati utilizzando due CAFS diversi (Ziegler e Rosenbauer) con tre diversi schiumogeni (Profoam, Dr Sthamer e One Seven Gimaex), mantenendo però costanti gli operatori e l’attrezzatura. Per quest’ultima è stato scelto di utilizzare la lancia tipo che viene usata nei comuni incendi di solidi la cosiddetta “lancia americana”, nello specifico una AWG Turbo-Nozzle 2400 impostata su una portata di 400 l/min e cono d’apertura finale a 60° circa. L’alimentazione dalla pompa era effettuata attraverso un’uscita tipo B, divisore e due tubazioni tipo C.

Risultati spegnimento vasca petrolio lampante

Risultati spegnimento vasca petrolio lampante

L’uso di una lancia standard, dello stendimento tipo, e delle impostazioni CAFS abituali ha permesso agli operatori di poter essere da subito efficaci. Le quantità di estinguente utilizzate (pur se diverse tra una prova e l’altra) sono decisamente limitate. Le prove nr 1;2;4 hanno previsto l’uso dello schiumogeno per gli incendi di classe A, combustibili solidi, dimostrando che possono essere utilizzati anche su questo tipo di incendi. Un’accortezza da usare è quella di aumentare la concentrazione consigliata. Per esempio da 0.5 a 1 %. Così facendo anche uno schiumogeno per classe A risulta idoneo allo spegnimeto di incendi di classe B.  Nella prova nr 3 è stato utilizzato uno schiumogeno per CAF specificatamente studiato per incendi di idrocarburi. Il totale di acqua e schiumogeno necessari per lo spegnimento, rispettivamente 142 e 0,9, sono indice di un’efficacia notevole.

Le prove effettuate hanno dimostrato l’efficacia dei sistemi CAFS anche in incendi di classe B, coinvolgenti idrocarburi liquidi.

Luca