Seminario: Tattiche e tecnologie per l’attacco all’incendio.

 

 

Seminario divulgativo

Bolzano, sabato 24 marzo 2018 dalle ore 15.00 alle 17.00

 

Gli ultimi vent’anni hanno visto un cambiamento importante nell’evoluzione dell’incendio all’interno degli edifici. A questo cambiamento non sempre ha fatto eco un adeguamento della lotta all’incendio. Qual è lo stato dell’arte delle tattiche d’intervento? Quali tecnologie meglio rispondono a quest’evoluzione?

 

 

“Se lo sviluppo dell’incendio è cambiato così tanto in questi ultimi anni, le tecniche e le tattiche devono adeguarsi a questo cambiamento”
Steve Kerber Director of the UL Firefighter Safety Research Institute

 

           Credit: http://www.seganosa.com/

Cosa è cambiato

Edifici con volumi interni maggiori che in passato, coibentazioni molto più efficienti, serramenti che resistono più a lungo durante l’incendio, combustibili che producono molto più fumo e richiedono grandi quantità d’aria per bruciare. Questa in estrema sintesi la trasformazione che è avvenuta negli ultimi anni. Alla luce dei cambiamenti avvenuti non sempre vi è stata una risposta adeguata nella lotta agli incendi. Si vedono ancora ad oggi metodologie di attacco che si riferiscono ad incendi che di fatto non esistono più.

Le conseguenze sulla salute dei soccorritori

Oltre ai possibili problemi acuti che possono avvenire durante le fasi dell’attacco all’incendio, vi sono anche delle problematiche croniche. In questi ultimi tempi si è stabilito in alcuni casi un nesso causa effetto tra l’attività di spegnimento degli incendi e lo sviluppo nei vigili del fuoco di alcune forme tumorali. In altre nazioni alcune sentenze hanno stabilito una correlazione diretta. Numerosi sono gli studi che sempre più sottolineano che l’attività di lotta agli incendi può avere conseguenze dirette sulla salute dei vigili del fuoco nel medio e lungo termine.

Impatto ambientale

Da non dimenticare poi i problemi ambientali, quanto incidono le attività di spegnimento dell’incendio sull’ambiente? Ci si è mai chiesti se le scelte operate siano in linea con la difesa dell’ecosistema? Se in parte è giustificabile che durante l’emergenza delle operazioni di spegnimento altre priorità prendano il sopravvento, non è giustificabile una scarsa attenzione all’ambiente in “tempo di pace”. Quali azioni combinano l’efficacia di spegnimento con la riduzione del danno correlato? Quali decisioni sarebbero da prendere? Siamo pronti ad un approccio culturale che comprenda anche queste attenzioni per l’ambiente?

Le possibili soluzioni

Anche se la filiera completa ( scuole di formazione, reparti operativi e produttori di attrezzature) sta lentamente adeguandosi, vi è ancora molta strada da percorrere. Solo facendo rete, creando sinergie tra tutti gli attori interessati vi è la possibilità di affrontare la sfida e uscirne vincitori. In questo contesto si inseriscono alcune metodologie di attacco all’incendio che utilizzando delle tattiche adeguate e con il supporto delle nuove tecnologie sono in grado di meglio rispondere alle esigenze dei giorni nostri.

 

 

Iscrizioni mandando una mail a civilprotect@fierabolzano.it entro venerdì, 16 marzo.

Procedura di passaggio porta, la stiamo facendo bene?

Introduzione

Una delle pratiche utilizzate nella lotta agli incendi moderni (che a mio avviso si presta a mal-interpretazione) è la tecnica di passaggio porta. Vi è la tendenza a concentrarsi sull’aspetto più strettamente meccanico/tecnico perdendo di vista i veri obbiettivi. Parlando con quanti sono chiamati ad operare in caso di incendio (vigili del fuoco professionisti e volontari, componenti squadre aziendali, fire team imbarcati a bordo di navi o piattaforme petrolifere) ho molto spesso l’impressione che non si abbiano le idee chiare.

Quali i pericoli nell’aprire una porta?

Molti si aspettano e in alcuni casi temono, di trovare è un muro di fiamme che prorompe da dentro il locale non appena si apre la porta. E’ davvero questo un problema? E soprattutto è possibile che una porta dietro alla quale vi sia un incendio sufficientemente ventilato in post flashover non abbia mostrato alcun segnale premonitore?

Figura 1. L’incendio ha trovato in maniera naturale uno sfogo verso l’esterno. Da notare la ridotta produzione di fumo e il colore relativamente brillante delle fiamme. In questo caso l’apertura della porta interna non produrrebbe modifiche sostanziali nello sviluppo dell’incendio.

Per poter rispondere a queste domande devono essere chiare le differenze tra un incendio limitato dal combustibile (ILC) e uno dal comburente (ILV). Stabilire quali di questi due regimi è in atto permette di operare le giuste scelte. È bene dire subito che in caso di un ILC, anche se di potenza significativa, vi sono generalmente a disposizione sia gli strumenti che le competenze necessari. Salvo che per l’incendio generalizzato, i servizi antincendio sono strutturati per far fronte ad un incendio regolato dal combustibile. Le azioni che solitamente si attuano sono state pensate proprio per far fronte ad un incendio di questa tipologia. Normalmente si realizzano delle aperture per lo sfogo del calore e del fumo. Queste aperture fanno si che la visibilità aumenti e il calore sfoghi all’esterno migliorando così le condizioni. L’apporto d’aria che inevitabilmente avviene, non influenza la potenza dell’incendio. In questo modo si massimizzano gli effetti positivi senza di fatto averne di negativi.

Cosa avviene invece se si realizzano delle aperture in caso di un ILV? E quanto tempo può passare prima di vederne le conseguenze? Per prima cosa togliamoci dalla mente che gli effetti dell’apertura siano sempre immediati. Questo perché ciò che avviene dopo aver aperto questa famigerata porta ha bisogno di tempo per potersi innescare.Il tempo che occorre è in funzione di una serie di fattori tra loro collegati:

  • Da quanto tempo ha avuto origine l’incendio;
  • Da quanto tempo l’incendio è entrato in regime di ILV;
  • Il carico d’incendio e la disposizione dello stesso all’interno del compartimento;
  • Quantità d’aria entrata. Che è in funzione di:
    • Delta di pressione esistente;
    • Dimensione delle aperture realizzate;
    • Altezza delle aperture nel compartimento;
    • Sequenza di apertura nel caso siano più di una;
    • Tempo di apertura;
    • Direzione ed intensità del vento.

Viste le numerose variabili che concorrono a determinare il tempo che può trascorrere tra l’apertura e gli effetti seguenti, è praticamente impossibile stabilire una regola. Quello che si può rilevare è che in un locale di medie dimensioni è quasi impossibile che l’apertura di una porta comporti un immediato innesco dei fumi presenti. Vi può essere il rapido innesco dei gas che fuoriescono all’esterno ma non di quelli all’interno del compartimento.

Il timore che questo possa avvenire porta a distogliere l’attenzione da quello che conta veramente. Partiamo da un punto fermo e cioè le motivazioni di queste azioni. Per quale motivo si apre una porta? Essenzialmente perché non si è in grado di capire,direttamente dall’esterno, cosa sta avvenendo . Quindi lo scopo non è impedire che s’incendino i gas ma capire cosa avviene all’interno. Tutto questo per decidere se vi sono le condizioni per entrare. Non è una differenza di poco conto. Il focus deve rimanere sulla necessità di leggere la situazione, non sullo sparare acqua a casaccio fuori e dentro il compartimento. Quando si comprende bene questo aspetto ci si può concentrare sull’effettuare un passaggio porta efficace.

I segnali premonitori

Quando si apre una porta si è di fronte ad una situazione che impone delle scelte non facili da prendere. Ricordiamo innanzitutto i due elementi principali:

  • Si deve aprire la porta perché gli altri strumenti per capire cosa stia avvenendo all’interno hanno in qualche modo fallito. Quindi si deve aprire per vedere. Più tempo si tiene aperto, più a lungo si può vedere;
  • Bisogna evitare che entri dell’aria. Questo per scongiurare che in caso di un ILV l’apporto di aria abbia effetti sull’evoluzione dell’incendio. Più breve e limitata nel tempo l’apertura meno aria entra.

I punti sopra sembrano inconciliabili. Se a questo ci aggiungiamo che si effettuano delle operazioni in maniera robotica ci si accorge che si sta fallendo l’obbiettivo.

Un altro elemento che spesso risulta essere un aggravante, piuttosto che valido aiuto, è l’uso dell’acqua. Nella procedura di passaggio porta l’acqua (se usata bene) permette di:

  1. Inertizzare (quando la porta viene aperta) l’area all’esterno sopra gli operatori;
  2. Raffreddare il fumo all’interno del compartimento;
  3. Inertizzare piccoli volumi all’interno del compartimento grazie al passaggio di stato dell’acqua da liquido a vapore e alla concentrazione di gocce molto piccole.

Figura 2. Da notare le gocce che rimangono in sospensione per inertizzare l’eventuale fumo in uscita

L’utilizzo dell’acqua in questa prima fase è importante per incrementare la sicurezza dell’azione dei vigili del fuoco che aprono la porta per capire e intraprendere l’azione più corretta. Se si decide di aprire la porta è perché non si hanno a disposizione altre tecnologie come le lance piercing, il Fognail™ oppure il CCS Cobra™ che consento di mettere in sicurezza l’ambiente senza dover aprire.

Figura 3. I sistemi come il Cold Cut System Cobra™ permettono di rendere più sicuro l’accesso ad un compartimento prima dell’ingresso delle squadre.

L’obbiettivo è però sempre quello di crearsi un’immagine di quello che vi è all’interno. Tutto ruota attorno ad esso.  Come lo si realizzi è in funzione delle competenze acquisite, delle attrezzature a disposizione e dell’esperienza del personale.

Tecniche di passaggio porta

Tante sono le possibili combinazioni che si possono utilizzare. Ponendo come focus l’uso dell’acqua si possono prendere in esame:

  • due colpi di lancia al di fuori sopra la testa degli operatori ed uno dentro nel fumo;
  • Solo il colpo nel fumo;
  • una combinazione di questi.

Quando invece il focus è la posizione degli operatori:

  • lancista verso l’apertura e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso i cardini della porta;
  • lancista in posizione centrale e servente verso la maniglia protetto dalla parete.

Naturalmente bisogna tenere in considerazione anche se il verso di apertura della porta è:

  • porta a spingere;
  • porta a tirare.

Figura 4. Un esempio delle possibili tecniche adottabili. Per verificare la temperatura si può scostare leggermente il guanto, facendo attenzione a non toglierlo. In caso di portoncini blindati o isolati si può provare a toccare la maniglia. Da notare l’impugnatura della lancia specifica per bagnare leggermente la porta con la tecnica del painting.

Come si vede le variabili sono molte e a volte in apparente contrasto. Poco importa, la cosa che veramente conta è mettersi nelle condizioni di vedere cosa c’è all’interno del locale mantenendo un grado di sicurezza il più elevato possibile. La domanda corretta ora è: ma cosa si deve vedere? Domanda semplice con una risposta articolata. I segnali che si devono scorgere non sono nella maggior parte dei casi definiti e di semplice interpretazione. E qui risiede il vero problema. Nella formazione ci si concentra sulla meccanica dell’azione tralasciando gli elementi che la contraddistinguono: cosa si deve vedere? Questo, è quello che si dovrebbe affrontare nella formazione, dando degli elementi utili per definire se è possibile entrare o meno.

Cercando di dare una risposta a questa domanda si possono elencare questi elementi:

Prima di aprire la porta:

Prendere più informazioni possibili da parte dei presenti;
  • Da quanto tempo è cominciato l’incendio;
  • cosa contiene il compartimento;
  • quanto grande è il compartimento coinvolto;
Osservare la porta alla scoperta dei seguenti elementi:
  • temperatura elevata (la maniglia può rappresentare un ponte termico preferenziale);
  • cambiamenti di colore dovuti alla temperatura;
  • bolle nella vernice;
  • bagnando la porta l’acqua evapora;
  • fuoriuscita di piccoli sbuffi di fumo dal perimetro esterno;
  • se la porta è vetrata verificare se vi sono dei depositi oleosi sulla faccia interna. Questo è un indice che i fumi sono probabilmente al di sopra del loro campo di infiammabilità (fumi grassi).

Se nulla di tutto ciò è visibile non bisogna trarre conclusioni avventate. Se non si vede nulla non significa nulla!

All’apertura della porta:

Osservare l’eventuale fumo;
  • Fuoriuscita di fumo dal compartimento. Il fumo che all’esterno comincia a bruciare è un indicatore che all’interno del compartimento vi sono due dei tre elementi del triangolo del fuoco e cioè energia e combustibile. L’unica cosa che manca è il comburente che invece è presente in grandi quantità all’esterno;

Figura 5. All’interno del compartimento non vi è sufficiente comburente. Appena la pressione sospinge all’esterno il fumo vi è la comparsa delle fiamme. Il display indica la temperatura (588°C) presente all’interno del compartimento a circa 2 mt di altezza.

  • Altezza del piano neutro. Più è basso e più è indice di pericolosità. Bisogna però tenere in considerazione che un incendio ormai spento ed innocuo in un locale senza aperture ha il fumo fino a terra;
  • Pressione e velocità in uscita del fumo. Più il fumo esce in volute turbolenti e con buona velocità più l’incendio è in prossimità dell’apertura. Inoltre potrebbe essere indicatore di una certa vivacità dell’incendio;
  • Colore del fumo. Bisogna a stare attenti a non essere ingannati dal colore del fumo. Non sempre il fumo più è scuro più è pericoloso. Un fumo di colore nocciola scuro con riflessi violacei è un fumo ricco di gas della pirolisi scaturite da legno o derivati.

Figura 6. Questo colore contraddistingue i gas della pirolisi di un ILV. Da notare nell’angolo in basso a sinistra l’aria che si incunea al di sotto del fumo.

Stabilire la temperatura interna:
  • Utilizzando una termocamera è possibile avere un’idea di massima della temperatura del compartimento. Temperatura elevata significa che i fumi hanno una propensione ad infiammarsi visto l’alto livello energetico contenuto. D’altra parte temperatura elevata potrebbe indicare che l’incendio è un ILV da poco tempo;
  • L’acqua è un valido aiuto per stabilire l’ordine di grandezza della temperatura.
Entrata dell’aria:
  • La velocità alla quale l’aria si fa strada nel fumo è un chiaro segno del fatto che il focolare principale si sta riprendendo. Più aria entra e più la velocità relativa aumenta;
  • Volume di aria in entrata. Se la pressione all’interno del locale è simile a quella ambiente, sia il volume che la velocità dell’aria in entrata saranno minimi. Se invece la pressione è più elevata, la fuoriuscita iniziale abbatte la pressione creando i presupposti per l’entrata dell’aria. Quando si innesca la corrente di convezione (l’aria fresca richiamata dalla base del focolare principale) l’apporto d’aria si stabilizza se l’apertura rimane costante. Per contro l’innesco della corrente di convezione apre una finestra temporale che se sfruttata bene potrebbe permettere di arrivare sull’incendio guidati da essa.
Fiamme:
  • La presenza di fiamme in grande quantità esclude il fatto di essere nelle condizioni di incendio regolato dalla ventilazione;
  • Poche fiamme di colore scuro (rosso o arancione scuro) possono indicare un ILV al limite del 14% di ossigeno. La nostra apertura non farà altro che aumentarne la concentrazione con conseguenze facilmente immaginabili;
  • Fiamme languide, allungate e lente sono tipiche di un ILV. Mentre fiamme nervose, corte e veloci contraddistinguono un ILC.
Effetto dell’acqua:
  • L’acqua che entra all’interno del compartimento e si trasforma in vapore è indice del livello energetico del fumo;
  • La presenza di un sibilo durante il passaggio di stato dell’acqua è indice di temperatura elevata;
  • L’acqua che, seppur utilizzata correttamente (portata, cono di apertura e angolo della lancia verso il terreno), cade a terra, indica che il fumo non ha temperatura elevata. Questo che non esclude che possa essere egualmente pericoloso, indica solamente che il livello energetico è inferiore.

 

Conclusioni

Stabilire una procedura rigida che vada bene in tutte le occasioni non è semplice e probabilmente è anche contro produttivo. Quello che sicuramente si può fare è ragionare per obbiettivi piuttosto che in modalità “automatica”. Una volta che gli obbiettivi tattici sono ben chiari a tutti è molto più semplice agire di conseguenza. Questo però responsabilizza ancor di più i formatori e le strutture preposte alla formazione. È molto più facile insegnare un “compitino” da eseguire a memoria che spiegare i motivi del perché una determinata cosa succede. Purtroppo però, se ci si scorda una piccola parte di una sequenza imparata a “pappagallo” si rischia di non saper proseguire con l’azione. Nel caso contrario invece, avendo ben chiaro in mente cosa si vuole ottenere, non si rischia di fallire se ci si dimentica una parte della sequenza.

 

Figura 7. Il ruolo dei formatori è quello di rendere i propri allievi elementi pensanti. Solo così saranno in grado di affrontare tutte le possibili problematiche che l’interventistica riserva quotidianamente.

Schiume antincendio e sistemi CAFS caratteristiche e modalità d’uso.

L’11 ed il 12 di ottobre si è tenuto presso il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Brescia un seminario dal titolo: Utilizzo delle schiume antincendio.

Il tutto organizzato dal Comando di Brescia con il placet del Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco che ha altresì delegato il personale del Centro di Documentazione del Piemonte di redigere i documenti filmati che potranno essere utilizzati dalla Direzione Centrale della Formazione.

Il comando di Trento ha risposto positivamente alla richiesta di inviare due rappresentanti per fare da relatori e portare la propra esperienza.

Il seminario ha visto il ripetersi nei due giorni dello stesso programma al fine di favorire la partecipazione del maggior numero  possibile di personale operativo con l’aggiunta, nella sola giornata di giovedì 12 ottobre, di un momento di confronto dedicato ai  Funzionari..

Da sottolineare la presenza di rappresentanti dei Comandi della Lombardia che hanno favorevolmente risposto all’invito.

Qui sotto la presentazione utilizzata durante il seminario. e un piccolo estratto video (grazie al cs Mauro Lai per la ripresa video) ed un foglio di calcolo con impostate le formule per il calcolo del concentrato schiumogeno in funzione delle portate critiche e delle dimensioni dell’incendio.

 

 

 

https://luparisi.files.wordpress.com/2017/10/calcolo-consumi-schiumogeni.xlsx

 

Intervista rilasciata al periodico Fire and Rescue

Nel mese di dicembre sono stato contattato da Ann-Marie Knegt direttore responsabile del periodico Fire & Rescue. La richiesta prevedeva di rispondere ad alcune domande in merito alla mia attività di istruttore. Preme sottolineare che la mia segnalazione è stata fatta da Anders Trewe e Christian Giuliani ai quali va il mio personale ringraziamento. Vorrei fosse ben chiaro che non ritengo questa nomination e la successiva pubblicazione dell’intervista come una mera affermazione personale. È invece la validazione di un percorso di crescita collettivo di un gruppo del quale sono fiero di far parte. E’ importante riconoscere i giusti meriti: non saremmo andati da nessuna parte se non ci fosse stato chi ha creduto in noi e chi, avendone il potere, non avesse preso la decisione di appoggiare le nostre proposte. Altrettanto fondamentale è il gruppo. Gruppo che ha condiviso l’impegno di credere in qualcosa di nuovo e con dei tratti di rottura rispetto al passato. Gruppo in costante crescita numerica e molto eterogeneo ma con una radice comune di passione e voglia di migliorare l’efficacia dei nostri interventi. Un altro aspetto fondamentale è che non possiamo permetterci il lusso di ritenerci “arrivati”. Se non si mantiene la fame di continuo miglioramento, la storia ci insegna che non si farà altro che imboccare la china in discesa. La barra deve rimanere dritta mantenendo bene in vista quelle che sono le esigenze di quanti si rivolgono a noi per ricevere la formazione che necessità. Nel momento in cui perdiamo di vista questo e ci concentriamo sull’appagare la nostra ambizione o peggio ancora mettiamo in primo piano l’interesse personale avremo fallito l’obbiettivo e tanti sforzi saranno stati vani.

Quella che segue è la traduzione in italiano dell’originale intervista in Inglese. La stessa la si può trovare al link inserito in fondo pagina.

F&R: Puoi descrivere una tipica giornata presso il campo prove?

LP: Il nostro ruolo nella scuola di formazione è di addestrare e formare sia nuove reclute che personale più esperto in merito allo sviluppo dell’incendio al chiuso. La giornata inizia con l’accoglienza degli allievi, la descrizione del programma giornaliero e la lettura delle raccomandazioni di sicurezza in essere. Dopo di che ci si cambia indossando il DPI e si realizzano alcune prove a freddo all’esterno con la lancia. Fatto questo si entra nel simulatore.

Ogni istruttore entra nel container, ambiente ostile per via del calore e della mancanza di visibilità, accompagnando un team composto da due allievi. Una volta dentro si devono perseguire più obbiettivi. Il nostro ruolo è quello di assicurarsi che si muovano correttamente all’interno. In questo primo ambiente vi sono alcuni ostacoli da superare che permettono di elevare, in tutta sicurezza, il livello di stress dell’allievo.

Successivamente ci si sposta nella sezione successiva del container che simula alcuni locali di un normale appartamento. Qui devono dimostrare di essere orientati nello spazio descrivendo lo scenario in cui si trovano. Fatto questo ci si porta nella sezione di container dove vi è l’incendio vero e proprio. Qui si faranno delle osservazioni sulla base di ciò che si vede. Colore della fiamme, tipologia di incendio in atto, modalità di trasmissione del calore, ecc.

Altro obbiettivo è la corretta gestione dell’aria. Gli allievi devono controllare costantemente il manometro del loro autorespiratore. In questo modo sanno quanta aria hanno utilizzato per arrivare al punto in cui sono e poter calcolare per quanto tempo possono restare all’interno.

Durante tutta l’esercitazione ci prefiggiamo di tenere gli allievi calmi, orientati e concentrati sulla gestione dell’aria.

All’uscita del simulatore si realizza un accurato debriefing su quanto visto ed avvenuto all’interno. Questo è un momento decisivo per fissare gli obbiettivi del corso. L’esercitazione si conclude con un’accurata procedura di svestizione e con la decontaminazione degli autorespiratori e DPI.

F&R: Cos’è la cosa migliore di essere un istruttore?

LP: Scorgere nei mie allievi accendersi la scintilla della curiosità e la volontà di incrementare le proprie conoscenze.

Io credo che dobbiamo favorire il desiderio di cambiamento e miglioramento così come dobbiamo fornire ai nostri allievi la conoscenza. Non vogliamo creare degli automi che agiscano con lo stesso approccio ad ogni incendio. Vogliamo piuttosto favorire la crescita di elementi pensanti che valutino la situazione prima di agire. Se ciò avviene possiamo dire di aver raggiunto il nostro scopo.

F&R: Qual è l’errore più frequente che vedi negli allievi?

LP: Io ritengo che l’errore principale sia il desiderio di conoscere esattamente ciò che succede durante un incendio. Purtroppo non è possibile. Ci sono troppi elementi che concorrono allo sviluppo di un incendio. L’unica risposta certa che possiamo dare è: “Tieni bene in mente che la situazione è in continua e costante evoluzione”. Quando, come vigile del fuoco, si comprende appieno questo concetto si potrà adattare l’approccio in maniera tale da affrontarlo nel miglior modo possibile.

F&R: C’è qualcosa di diverso che dovrebbe essere insegnato al posto di ciò che si fa adesso?

LP: Alle volte penso che si perdano di vista le reali necessità e gli obbiettivi che dovremmo darci. Talvolta si fa qualcosa non perché sia utile e funzionale ma semplicemente perché abbiamo sempre fatto così. Per esempio, perché non insegniamo ai nostri allievi a combattere l’incendio dall’esterno prima di entrare all’interno? Sappiamo perfettamente che il fumo contiene elementi carcinogeni e tossici. Nonostante questo perseveriamo nell’addestrare i nostri allievi a scegliere come prima opzione l’attacco dall’interno prima di considerare la possibilità di un attacco dall’esterno. Io ritengo che giochi un ruolo importante l’ego dell’istruttore in questo frangente.

F&R: Quale evoluzione strategica si profila nella formazione attuale?

LP: Seguendo quanto affermato sopra penso che dovremmo modificare la sequenza attraverso della formazione così come proposta da Lars Axelsson. Allo stato attuale il flusso degli argomenti è il seguente: Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco interno → attacco esterno → ventilazione. Questo riflette la sequenza attraverso la quale si eroga la formazione e questo è quello che si fissa nella mente dei nostri allievi. Tuttavia la sequenza corretta dovrebbe essere: Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco esterno → ventilazione → attacco interno. Dobbiamo passare il concetto che si deve effettuare un attacco interno solo dopo avere valutato l’opportunità e l’efficacia di un attacco esterno.

F&R: Qual è l’attrezzatura che preferisci e perché?

LP: La mia attrezzatura preferita è la lancia. Questo perché quando si parla della lancia molti dei miei studenti ritengono di “sapere già tutto quello che c’è da conoscere”, purtroppo molto spesso non è così. Noto a volte una mancanza nelle conoscenze di base. Si è così concentrati sugli equipaggiamenti in dotazione ad alto contenuto tecnologico che si perdono di vista gli strumenti di base. Quando parlo loro di come utilizzare correttamente la lancia colgo l’occasione di rinforzare concetti base.

F&R: Cosa distingue la struttura per la quale operi rispetto agli altri?

LP: La risposta è abbastanza semplice, siamo il primo (e al momento unico) centro di formazione in Italia ad usare più simulatori a caldo che utilizzano combustibile solido di classe A. Ve ne sono degli altri ma con solo un simulatore. Noi ne abbiamo alcuni a caldo ed una struttura per esercitazioni con fumo freddo.

Abbiamo cominciato circa dieci anni fa cercando di capire cosa si stava realizzando in Europa. Svezia, Germania, Francia, Portogallo, Belgio e Croazia sono stati le mete dei nostri viaggi per acquisire la necessaria conoscenza per condurre delle esercitazioni con fuoco reale sicure ed efficaci. Adesso abbiamo più di 30 istruttori abilitati con centinaia di allievi formati. Tra questi annoveriamo anche gli istruttori dell’Aeronautica Militare Italiana. Possiamo inoltre realizzare corsi tenuti in tedesco ed inglese combinando una formazione con fuoco reale di prima classe ad un territorio stupendo.

F&R: Qual è il tuo motto preferito quando si parla di lotta all’incendio?

LP: Non rovente da bruciare ma caldo per informare (Not hot to burn but warm to inform). Non è dimostrando quanto bravi siamo a resistere al calore che rendiamo il miglior servigio ai nostri studenti. Dimostriamo di essere bravi quando ricreiamo le condizioni migliori per l’apprendimento prefisso. (la paternità di questa frase è di Nisse Bergstrom of Sandö Fire college)

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Cliccando sull’immagine si apre un link per scaricare la rivista contenente l’intervista originale in inglese

A learning experience (Un’esperienza formativa)

Come già successo in passato ospito un articolo di un collega. In questo caso è un collega olandese, Lauran Welling.

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Lauran è un istruttore professionale che opera per uno dei leader mondiali della formazione: Falck Fire Academy (Per chi fosse interessato questo è il sito web: http://www.falck.nl/en/fire_academy/).  Egli è impiegato presso il centro di formazione di Rotterdam, città nella quale presta anche la sua opera di vigile del fuoco volontario. Queste sue attività strettamente correlate tra loro sono il frutto di essere cresciuto in una famiglia dove l’emergenza era di casa (EMS). A causa di alcuni “quasi incidenti”, ha deciso di impegnarsi nel diffondere le conoscenze acquisite al fine di portare il proprio contributo per migliorare la risposta agli incendi. Ha un canale yuotube dove posta alcuni video formativi: https://www.youtube.com/channel/UCQxjKpZ38MH5JHI_eHagFiw

In questo articolo dopo una breve introduzione, ci racconta di come delle situazioni apparentemente di routine e usuali si possono trasformare in eventi significativi e che lasciano il “segno”.  Nel contempo però possano essere uno sprone per essere aggiornati e a non aver paura dei cambiamenti.

Buona Lettura!

 

A learning experience  by Lauran Welling

Brotherhood.

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All over the globe whenever you talk to a brother or sister firefighter he or she’ll tell you that there is no better job on the planet. Living in a building for 24 hours with a crew which through time becomes your family is not just something you’ll find in any other job. The best job in the world but not one without danger.

In the past few years I’ve been able to get used to that feeling. Being a volunteer firefighter in Rotterdam (The Netherlands) means that you are able to fill in open spots in the retained schedule during holiday periods and sickness of colleagues. Due to the fact that I’ve been earning my money working in the offshore industry I had loads of time and I have been able to get to know a decent amount of my colleagues.

Near Miss

It’s Monday 5 September 2012 when I report to fire station Baan Rotterdam, one of the busiest houses in The Netherlands. After dealing with a small fire on a boat we nearly had our tools and equipment back on the truck when dispatch reported a building fire just a few streets away from our position. At this time, I had been in and around fire houses almost my whole life, did my courses and had been present at every training moment. Due to what I now understand as a under ventilated fire and a wrongful created flow path by me and my crew and the lack in gas cooling we were surprised by a form of rapid fire progress.  After my shift, I came home and started to wonder: Why did the event occur? What did we do wrong? How was I able to prevent such things from happening?

Changing Jobs

And so, my search for knowledge begun. I changed jobs and started to work as a full-time fire instructor at Falck Fire Academy. When I became an instructor, I quickly learned that a whole new world just opened. Every topic: It doesn’t matter if it is compartment fire behaviour, industrial firefighting, hazmat response or any other topic for that matter. There is so much more to learn than your basic firefighting education teaches you.

By listening to my colleagues, I learned a lot and today I feel very fortunate that I work in an environment where I can spar on a daily basis with my colleagues. If it wasn’t for them I would still have the same outdated and limited knowledge.

Accident lauran-welling-burns

It’s the 28 of January 2015 when disaster strikes. During a training session, I got burned badly. I was assisting a colleague with his training when I was simply standing to close to the fire. I thought I understood and I thought I could predict what would happen. My colleagues showed me the exercise hundreds of times and I used the same exercise to show trainees what the radiative heat of a 9 m2 liquid spill means. By standing too close, flames rolled over my shoulders, shot beside my helmet and touched my face.   As a result, I got second degree burns on my lips, nose, eyelids and cheeks.

I learned a hard lesson when I thought I knew what was coming. Similar as the building fire, afterwards I walked around with the question: Why? … In this case, it was a change in weather conditions. Conditions I couldn’t have predicted but as a qualified firefighter I should have known to take a safer distance from the fire.

Science

Often we respond or relate to our experience as was I when I made the decision to stand on that particular point. By asking the why question over and over again, I saw the lack in actual proven theories and tests. Today we live in the lucky circumstances that there is knowledge to be found on every internet page and on loads of forums. Testing and small training props are the key to bring science to the fire service. To give an example: I’ve spend numerous times in a Split-Level Cell. A Containerised training object where firefighters can learn about fire behaviour.

It was only after I burned my first doll houses and talking to Shan Raffel & Paul Grimwood that I started to make sense of what I was actually seeing when I enjoyed a Split Level Cell Training. It was only then When I started to connect the dots and danger levels to a real fire.

Change

You would think that when one has a solid story it would result in the change of tactics. Many of my teachers will tell you that this is a slightly more difficult problem than you would think. Everyone has his own reason not to change. There are plenty studies and articles to be found about this subject.

Leadership

Since I just turned thirty I’m not in a position to correct anything about what’s right or wrong on this subject. What I can is write a little about the problems every fire service will have if you won’t support your younger crew. My lieutenants and chief officers come from a great deal of experience, and right or wrong, safe or unsafe, they have always been able to put fire out. Due to newer building regulations, better public safety programs and numerous of other measures grades show a decade in fires and accidents. That decay doesn’t mean that those fire and accidents will never happen again. With the knowledge that fires will keep getting harder to fight there might be one day that the whole team of responding members won’t have the support of that experience. If you’re in a leadership position I would recommend the embrace of change. Change where you will support the younger members of the team and put them in front when they have something to share. After sharing, don’t forget that they still need your guidance and your support within the current crew.

Thanks

Through this text I would like to say a special thanks to all the people I’ve been learning from in the past few years. The craft of fighting fire is probably the most diverse craft you will ever find and only through guidance, teaching and humility we will be able to get better, create more and better training programs and grow closer as an international brotherhood.

Thanks!

This article was made possible by:

[1] Gerben Welling [2] Marcel Woestenburg [3] Shan Raffel [4] Karel Lambert [5] Paul Grimwood [6] Jelle Groenendaal [7] Benjamin Walker [8] Victor Groenewegen [9] Dennis Kusters [10] John van Delzen

Seminario Brescia 2017: Presentazioni 2/3 “Ventilazione”

Qui sotto è possibile visualizzare la presentazione utilizzata durante il seminario. Mi preme sottolineare che la sola sequenza di slide rischia di non trasmettere il messaggio in maniera corretta ed esaustiva, dal momento che vengono utilizzate come supporto e traccia della voce narrante. Buona lettura!

 

 

Se gli scenari d’incendio sono cambiati   cosi tanto negli ultimi anni, le nostre tattiche e tecniche dovrebbero cambiare  di conseguenza.

  “…il modo in cui l’abbiamo sempre affrontato, non è sufficentemente corretto”

  Steve Kerber ULFSRI (USA)

Strumenti, tecniche e tattiche combinati tra loro permettono operazioni più sicure,  più efficienti e più efficaci.

  3T Firefighting

Arturo Arnalich

 

Seminario Brescia 2017: Presentazioni 1/3 “La pesante eredità di ogni incendio”

Foto a cura del Centro Documentazione Video Milano

Foto a cura del Centro Documentazione Video Milano

 

Obbiettivi della formazione

Nei giorni scorsi ho avuto l’onore di essere invitato a parlare ad una platea qualificata di vigili del fuoco dei comandi della Lombardia. È meglio specificare che l’invito non era ad personam ma rivolto all’istituzione di cui faccio parte e che mi ha incaricato assieme ad un collega di rappresentarla. Il tema del seminario era “tecniche di attacco all’incendio al chiuso e ventilazione”. La prima cosa che mi sono chiesto è “cosa dico a più di 200 vigili del fuoco tra vigili, capi squadra e reparto che assieme sommano 5000 anni di esperienza interventistica? In che cosa potrei essere utile a loro? Come si può parlare efficacemente di un’attività che è prettamente pratica? Come poter affrontare una tematica così ampia in sole otto ore? È meglio parlare tanto di poco o poco di tanto?”

Con il collega ci siamo interrogati su questi aspetti, abbiamo preso in considerazione molte possibili combinazioni di argomenti e tematiche. Purtroppo ognuna di quelle inserite andava a discapito delle altre e risultava difficile fare delle scelte. Non è stato facile stabilire cosa poteva essere tralasciato.

La decisione finale è stata quella di spostare il focus dalla tecnica in sé e di orientarlo verso un momento di confronto motivazionale. Confronto perché parlando a personale con anni di esperienza diretta sul campo lo scambio di esperienze e il ragionamento a più voci è la via migliore per affrontare tematiche delle quali si hanno esperienze dirette. Motivazionale perché solo una forte spinta emotiva può portare a modificare atteggiamenti radicati e consolidati. In altre parole, devo essere convinto che i vantaggi del cambiamento, superino la fatica e lo sforzo che ogni modifica delle nostre abitudini comporta. Una precisazione doverosa, nessuno di noi pretende di diffondere il Verbo. Ci prefiggiamo semplicemente di offrire un altro punto di vista, di osservare la realtà da un’altra angolazione.

I nostri obbiettivi erano:

  • Chiarire cosa universalmente si intende con il termine ventilazione;
  • Stabilire un vocabolario comune. Questo per dar modo a tutti di poter cercare i necessari approfondimenti; purtroppo non esiste molto materiale informativo in lingua Italiana, per fare un esempio se cerchiamo informazioni sulla ventilazione positiva durante l’attacco all’incendio e non sappiamo che viene definita PPV, rischiamo di non trovare nulla;
  • Dare delle indicazioni sull’importanza di valutare in continuazione lo scenario incidentale (valutazione dinamica). Questo perché le operazioni di ventilazione hanno un grande impatto sull’incendio;
  • Definire esattamente cosa si intende per tecniche, tattica e strategia;
  • Individuare quali sono i pro e i contro di ventilare o di applicare una tattica di antiventilazione;
  • Esporre i rischi ai quali il personale è esposto durante e dopo l’attività di lotta all’incendio;
  • Individuare le azioni piccole e grandi che ogni singolo individuo può mettere in campo per ridurre i rischi associati alla lotta agli incendi.

Qualcuno, al termine del seminario ci ha detto che forse era meglio entrare più nel dettaglio di questa o di quest’altra tecnica. L’osservazione è comprensibile e in un certo modo anche condivisibile. Purtroppo abbiamo dovuto prendere una decisione per questioni di tempo, optando per quegli argomenti sui quali potevamo incidere maggiormente come relatori e suggerendo altresì degli input affinché ognuno potesse poi poter approfondire autonomamente (in un secondo momento) gli altri.

Io credo che potremmo considerare raggiunto il nostro obiettivo nel caso in cui una buona percentuale dei partecipanti ha ricevuto l’impulso di approfondire queste tematiche. Creare le giuste condizioni perché vi sia l’impegno in prima persona nella ricerca ed approfondimento è lo scopo principale di ogni formatore. Come formatori non dobbiamo andare alla ricerca di facili consensi. Meglio in certe occasioni scatenare dei ‘fastidi’ che siano da spunto per ragionare e studiare.

In questa prima presentazione (prima di tre) è trattata la tutela della salute dei vigili del fuoco in intervento. Sempre più sono gli studi che all’estero evidenziano l’incidenza di talune forme tumorali nei soccorritori. Un vigile del fuoco con vent’anni di servizio è passato da un fattore di rischio di 0,8 (all’inizio della carriera) ad uno attuale di 1,2. Purtroppo i dati riportati sono esclusivamente di provenienza estera e nonostante l’impegno per cercare degli studi effettuati in Italia non sono riuscito a trovare nulla. Se qualcuno avesse notizia di elementi e statistiche nostrane sarei molto grato se me ne desse notizia.

 

 

 

 

Il materiale coinvolto nella simulazione è legno non trattato (per quanto sia possibile al giorno d’oggi). Pannelli in legno truciolato con un minimo contenuto di colle e bancali. Chi era all’interno aveva una vestizione completa compreso il sottocasco. Al termine dell’esercizio della durata di circa 20 minuti, uno dei partecipanti ha provveduto a passare sulla testa, nuca e collo una salvietta igienica. Il risultato di questa azione è chiaramente visibile.  Source Christoph Gruber ready4fire.at

 

 

Come premesso durante il seminario, in questo video vi sono dei contesti che ai nostri occhi possono sembrare fantascienza. Locali per la decontaminazione in depressione, lavatrici per DPI (sia APVR che completo da incendio EN469) con relative asciugatrici, separazione della zona in cui sono stoccati i Dpi dai locali in cui soggiorna il personale operativo, ecc. Comprendo la frustrazione di quanti ritengono siano cose dell’altro mondo. Questo però non deve oscurare quegli elementi che sono invece immediatamente attuabili da ciascuno di noi sin da subito. Avere in dotazione un paio di guanti in nitrile e un facciale filtrante FFP 2 o 3 è alla portata di tutti. Posizionare se possibile il mezzo sopra vento e chiudere porte e finestrini lo possiamo fare dal prossimo turno. Prevedere di avere con sé dei sacchi neri dove inserire i DPI contaminati è un accorgimento alla portata di tutti (con le considerazioni che sono emerse durante il seminario). Aumentare la sensibilità dei colleghi è un investimento a costo zero. Purtroppo è a costo zero economicamente parlando ma non lo è per nulla se si considera il tempo e il fatto di mettersi in gioco in prima persona. A mio avviso questa è l’azione con i maggiori risvolti utili ma anche la più impegnativa.  Source Healthy Firefighters – the Skellefteå Model