Non solo quando e perché ma anche in che ordine!

Da un po’ di tempo a questa parte quando penso alla formazione c’è qualcosa che mi sfugge e che non riesco a delineare completamente. Avrei fatto meglio dire c’era perché ora sono riuscito a cogliere l’essenza di quello che solo parzialmente intravedevo. Colui che ha permesso di togliere questo velo è Lars Agerstand o per meglio dire Lars Axelsson come si chiama ora. Partecipare al corso “International fire behavior and suppression course” lo scorso autunno è stato illuminante. Quanto scritto qui sotto riflette in parte quanto affermato da Lars durante il corso. Il titolo parafrasa una celebre affermazione di Ed Hartin: “non solo cosa e come ma soprattutto perché”.

A loro due  va tutto la mia gratitudine.

Quando si progetta la formazione si devono tenere presente molti aspetti. Si dovrebbero innanzitutto dividere i compiti sulla base delle competenze e del ruolo rivestito all’interno dell’organizzazione. I livelli principali possono essere riassunti in:

  • Dirigenziale;

  • Progettuale;

  • Realizzativo.

Dirigenziale

Questo livello è quello che individua i bisogni formativi della propria organizzazione. Lo fa attraverso l’analisi delle esigenze specifiche, delle richieste che arrivano dalla base e non meno importante per essere in regola con la Legge (corsi obbligatori contenuti nell’accordo stato regioni per fare un esempio). Avendo ben presente le esigenze si utilizzeranno le risorse disponibili sulla base delle priorità che vengono individuate. Al termine di questo processo la dirigenza darà l’incarico per la progettazione e realizzazione dei corsi.

Progettuale

Coloro che compongono questo gruppo di lavoro sono persone che hanno specifiche competenze nel progettare i corsi di formazione. Devono avere competenze in ambito tecnico della materia in oggetto ma devono anche essere in grado di realizzare il percorso di formazione in toto. Quindi si occuperanno di redigere il materiale didattico, individuare la modalità di erogazione e stabilirne la durata necessaria per raggiungere gli obbiettivi preposti.

Realizzativo

In questo livello vi sono i formatori. Essi devono essere abilitati per quello specifico argomento e devono sostenere delle riqualificazioni a cadenza periodica stabilita dalle politiche locali o nazionali qualora ve ne siano. Il materiale, la tempistica e le modalità di erogazione della formazione che sono stati loro indicati devono essere rispettati fedelmente da tutti loro.

 

In questa fase storica talvolta mi sembra che questi livelli si mescolino l’un l’altro. Questo avviene perché non ci si è dati un organizzazione rigida ed efficiente. Quando questo avviene è il momento che proliferano i battitori liberi. Confesso, io sono uno di loro. Partendo da questo presupposto e cospargendomi il capo di cenere anticipatamente mi cimento nell’individuare quelli che sono i bisogni formativi, nel progettare la formazione e di realizzarla. Pacchetto completo tre in uno!

In questo scritto mi concentrerò sui primi due, individuazione delle esigenze e progettazione della formazione.

Uno degli argomenti più trend in questi ultimi anni è la formazione cosiddetta CFBT o in Italiano incendi al chiuso. È sicuramente un argomento importante e che viene sentito da molti di noi come una delle esigenze formative maggiori. Ma qual è lo standard, la norma che stabilisce quale e quanta formazione deve essere realizzata? La risposta è presto detta, non esiste uno standard. Non è ancora stata scritta una norma che individui chiaramente quali sono gli argomenti principali da affrontare oppure quante sessioni di addestramento con fuoco reale debbano essere realizzate. Siamo in buona compagnia, perché questo avviene più o meno in tutto il resto del mondo. Alcune nazioni si sono date alcune indicazioni ma sono per lo più delle buone pratiche.

La formazione buona o scarsa che sia lascia degli strascici in quanti l’hanno “subita”. Molto spesso sono degli aspetti positivi che vengono riportati a galla nel momento del bisogno, a volte invece sono dei comportamenti sbagliati appresi in sede di training che riaffiorano durante un evento emergenziale. Quanto avviene durante una sessione di formazione non resta solo lì ma ha delle conseguenze in seguito. Purtroppo quando si parla di formazione il detto: “what happens in vegas, stays in vegas” non è applicabile.

Un esempio esemplificativo è un episodio realmente accaduto in un centro di formazione del Regno Unito. In questo training center vi è la regola che all’interno della struttura adibita alle simulazioni a fuoco, quando si incontra una porta chiusa a chiave significa che per quell’occasione quel locale non è parte dell’esercitazione. Questo è legato al fatto che si cerca di modificare per quanto possibile il layout della casa a fuoco per rendere le simulazioni meno ripetitive e quindi più veritiere. La policy locale prevede che ogni vigile esegua due passaggi all’anno con fuoco reale. Un operatore con cinque anni di esperienza ha quindi almeno dieci passaggi. Un giorno durante un intervento per incendio, una squadra che era all’interno in un operazione di Search&Rescue sorpassò il locale dove vi era l’incendio in quanto la porta del locale era chiusa a chiave. Il riflesso automatico che si era fissato nel comportamento dei vigili è il risultato della formazione realizzata negli anni. Le conseguenze per la squadra furono pesanti, il non aver individuato il locale dove vi era l’incendio mise la squadra d’attacco in una pessima posizione avendo la via d’uscita sbarrata nel momento che la porta ha ceduto all’incendio.

Questa responsabilità è un fardello che ogni persona che si cimenta nel progettare e realizzare momenti formativi sente (o almeno dovrebbe, a mio giudizio). Specialmente con una tematica come gli incendi al chiuso le informazioni che si erogano, la modalità e la sequenza hanno una rilevanza notevole. Se risulta semplice capire perché sia importante cosa e come si danno le informazioni, risulta meno chiaro il ruolo posseduto dalla sequenza con cui si erogano le nozioni. Facciamo un esempio con la formazione cosiddetta CFBT.

Attualmente la sequenza con cui vengono affrontati gli argomenti universalmente adottata è:

Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco interno → attacco esterno → ventilazione.

Questo flusso pedagogico riflette quelle che sono le priorità dal punto di vista della didattica. Queste priorità si riflettono anche nella sequenza delle azioni che si mettono in atto o si ipotizzano durante la valutazione dinamica dell’evento incendio. Prima cerco di capire dove va l’incendio, poi valuto le mie capacità di contrastarlo effettuando un attacco interno. Se non fosse possibile effettuo un attacco esterno. Infine prendo in considerazione la ventilazione. Tale schema che ha funzionato e funziona ancora, prevede di porre l’accento sull’attacco interno. Questo però dovrebbe essere la modalità di contrasto all’incendio che avviene come ultima ipotesi nel caso in cui le altre azioni non siano realizzabili.

Vi è la necessità di creare sin da subito uno stretto legame tra la formazione e la realtà operativa. La prima deve essere funzionale alla seconda. La sequenza che si vuole proporre sarà quindi:

Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco esterno → ventilazione → attacco interno.

Con l’adozione di una simile sequenza ci si prefigge di dare un imprinting determinante per fissare la giusta concatenazione di valutazioni che debbono essere realizzate durante un intervento. Prima cerco di capire dove va l’incendio, poi valuto le mie capacità di contrastarlo effettuando un attacco dall’esterno (transitional attack, lancia piercing, fognail o Cobra et simili). Se questo non fosse possibile, ne si valuta l’inefficacia oppure come azione immediatamente successiva si deve prendere in considerazione la possibilità di ventilare i prodotti dell’incendio per poi effettuare un attacco all’interno. Se le condizioni dell’incendio non permettono la ventilazione (PPV o PPA) si procederà con un attacco interno.

Quali sono le ragioni che impongono di modificare il flusso formativo oltre a quanto esposto in precedenza?

  • L’attacco interno comporta l’esposizione ad una possibile propagazione rapida dell’incendio;
  • L’attacco interno comporta l’esposizione degli operatori ad un atmosfera carica di prodotti tossici;
  • L’attacco interno comporta che al termine dell’intervento gli operatori debbano essere decontaminati;
  • L’attacco interno comporta che al termine dell’intervento le attrezzature e i DPI debbano essere decontaminate.

Questo non vuol dire che non si farà più l’attacco dall’interno, semplicemente lo si deve adottare quando le altre possibilità non possono essere attuate.

Ora che abbiamo un po’ più chiari i rischi di un attacco interno offensivo, prendiamo in esame come possiamo agire dall’esterno su di un incendio al chiuso regolato dal comburente.

Nel prossimo articolo parleremo dei possibili sistemi (sia attrezzatura che tattica d’incendio) attualmente in uso.

SEMINARIO SULLE TECNICHE D’ATTACCO DELL’INCENDIO AL CHIUSO-seconda parte

Seminario Brescia 2014

Di seguito la seconda parte del video ripreso durante il seminario di Brescia. L’oggetto del video è: dove indirizzare l’acqua all’interno del compartimento interessato e la sua efficacia in funzione degli obbiettivi prefissi. I dati espressi nel video saranno oggetto di un articolo che verrà pubblicato a breve.

SEMINARIO SULLE TECNICHE D’ATTACCO DELL’INCENDIO AL CHIUSO-prima parte

Prefazione

Nel settembre del 2014 si è tenuto presso il comando Vigili del Fuoco di Brescia una “due giorni” dal titolo: “Seminario sulle tecniche dì attacco dell’incendio al chiuso”, organizzato dal comando di Brescia e condotto da due rappresentanti della Scuola Provinciale Antincendi di Trento. Le due giornate hanno visto la presenza di circa 150 partecipanti tra funzionari, capi reparto, capi squadra e vigili provenienti da tutta la Lombardia.

Seminario Brescia 2014

Ringraziamenti

Il merito dell’organizzazione del seminario è da attribuire alla perseveranza e all’impegno del vigile Matteo Angeletti del comando di Brescia nonchè al direttore della Scuola Provinciale Antincendi di Trento (e attuale comandante del Corpo Permanente di Trento), ing. Ivo Erler. Quest ultimo sempre molto sensibile nell’autorizzare la partecipazione a simili momenti di condivisione.

Non posso fare a meno di ringraziare uno dei relatori, l’amico CSE Cesare Marzolla del comando di Vercelli, una delle persone più competenti e preparate nel nostro mondo che per quanti si occupano per passione e professione di lotta all’incendio rappresenta un punto di arrivo difficilmente eguagliabile.

Le riprese sono frutto del prezioso lavoro del vigile Roberto Crotti del comando di Brescia, che ringrazio, così come sono riconoscente per la collaborazione il vigile Marko Meltika del comando di Venezia.

Programma

  •       08.00-08.30  Apertura dei lavori

-Illustrazione del programma del seminario;

  •        08.30-12.00  Comportamento del fuoco in ambiente confinato

Generalità:
– Principi della combustione;
– Modi di propagazione e percezione del calore;
– Pirolisi e sviluppo della combustione;
– Fiamma premiscelata e fiamma di diffusione;
– La produzione di fumo di incendio in ambienti confinati;
– I 5 pericoli del fumo;
– Combustione controllata dal combustibile o dal comburente;
– Segnali della transizione del controllo della combustione dal
combustibile al comburente;
Flashover:
– Flashover: condizioni al contorno e segni
premonitori;
– Flashover indotto dalla ventilazione;
Backdraft:
– Backdraft: condizioni al contorno e segni
premonitori;
– Potenza, modalità di innesco e tempi di attivazione di un
backdraft;
– Backdraft in presenza di aperture di sfogo dei fumi;
FGI – Fire Gas Ignition:
– FGI: condizioni al contorno e segni premonitori.

  • 12.00-13.00  Utilizzo dell’acqua nell’incendio al chiuso

-Individuazione e scelta dei possibili obbiettivi sui quali
gettare l’acqua;
-Smokecooling: dimensione delle gocce e capacità di
estrazione del calore (tempo di sopravvivenza).

  • 14.30-15.00  Manichette e lance (modulo teorico)

-Lance a getto cavo e a getto pieno.

  • 15.00-17.00  Tecniche di lancia (modulo pratico)

-Tecniche di progressione e raffreddamento dei fumi;
– Attacco pulse-penciling.

Nel video quì sotto (prima parte di tre) si riporta il mio intervento nel quale si intende analizzare un evento realmente accaduto.

L’evento in oggetto fa riferimento ad un incendio che ha portato alla morte di nove vigili del fuoco a Charleston in South Carolina il 18 giugno 2007 minuziosamente analizzato da un ente governativo statunitense. Al termine del procedimento viene rilasciato un rapporto pubblico. Oltre alla ricostruzione degli accadimenti vengono emanati  dei suggerimenti per prevenire incidenti simili. L’analisi dei casi di studio è molto utilizzata anche in altre nazioni. Il rapporto di prova completo e altro materiale possono essere reperiti ai seguenti link:

https://www.cdc.gov/niosh/fire/reports/face200718.html

https://www.usfa.fema.gov/data/library/research/topics/top_charlestonsofa.html

Filmato intervento Parisi Luca – prima parte

 

La speranza è che questo spazio possa diventare un luogo dove confrontarsi e crescere assieme. Non esitate quindi a commentare.

Possiamo permettercelo?

Vi è mai capitato di entrare in un fast food? McDonald’s, Burger King, Starbucks non importa quale. Vi ricordate cosa avete ordinato? Qual è il piatto che preferite? Un happy Meal? oppure un hamburger con ketchup, un double cheeseburger con chili pepper, un Big Mac, oppure un milk shake accompagnato da una fetta di apple pie?

Cambiamo completamente argomento, vi ricordate qual era l’argomento che ci toglieva il sonno in qualità di cittadini Italiani due anni fa? Scommetto che ha tanti viene l’urticaria al solo nominarlo il famigerato spread. In quei giorni si parlava dello spread tra i BTP Italiani e tedeschi. L’Italia e la stessa Europa erano a rischio default.

Altra situazione, sul vostro smartphone è consuetudine effettuare il download delle app che più vi interessano direttamente dallo store. Una ricerca ha evidenziato che in Italia WhatsApp è la chat più utilizzata, ne usufruisce il 56% di coloro che accedono al web da mobile. I vari social network sono ormai parte integrante della nostra vita.

Qual è il filo conduttore di questi esempi apparentemente slegati tra di loro? Quello che li accomuna è un uso di termini in inglese che ormai sono parte della nostra quotidianità e ai quali molto spesso non ci facciamo nemmeno più caso. Le ragioni sono molteplici:

  • Una certa predominanza economica e sociale di quello che viene da oltre atlantico;
  • La famosa e vituperata globalizzazione;
  • Un appiattimento al ribasso delle specificità nazionali.

Le motivazioni sono variegate, certo è che in alcuni casi oltre che aspetti negativi vi sono anche aspetti positivi:

  • Esprimere concetti che in Italiano non hanno un omologo. Bisogna riconoscere la facilità con cui la lingua inglese riassume in un termine solo quello che in Italiano richiede più di una parola;
  • Possibilità di condivisione tra culture e lingue diverse.

Se dicessimo che per pranzo andiamo in un osteria che serve cibo veloce per mangiare un panino con manzo tritato cotto alla piastra con salsa di pomodoro dolce, almeno qualche sguardo stupito e divertito lo attireremmo!

Cosa potremmo fare per evitare questa situazione? Probabilmente vi sarebbe la necessità di uno scatto d’orgoglio nazionale che porti ad un abbandono di tutti i termini esterofili sostituendoli con degli omologhi in Italiano. Un’operazione di convincimento e rimodulazione, a partire dalle nuove generazioni. Un investimento nel formare gli educatori che a loro volta trasmettano questi concetti ai loro allievi. Indubbiamente poi servirebbe un lavoro di ricerca e studio per la definizione dei termini appropriati per tradurre nella lingua che fu del Sommo Poeta, i concetti espressi in inglese.

Anche così però, a mio avviso, si rischia di scadere in una sorta di sentimento di inferiorità. Sono cioè costretto a fare mio ciò che altri hanno precedentemente sviluppato e studiato. Cosa da non confondere con il sentimento di orgoglio per le eccellenze Italiane. È un po’ la stessa differenza che passa tra l’autarchia del ventennio fascista e la difesa del Made in Italy a discapito di quanti lo voglio copiare.

Torniamo nel nostro mondo e facciamo un parallelo tra quanto detto precedentemente e l’antincendio in Italia. Esiste una certa forma di diffidenza mista a sentimenti di lesa maestà quando si utilizzano termini in inglese affrontando l’evoluzione di un incendio. Mi è capitato recentemente di parlare ad un gruppo di Capi squadra molto più esperti di me. Al solo nominare le parole flashover e backdraft ho visto i colleghi agitarsi sulla sedia peggio che se fossero su di un giaciglio da fachiro. Esiste un problema nell’usare terminologia non Italiana. Sì, solo se il concetto che vi è dietro non è compreso. Ma questo è un problema del formatore non del termine in se. Se spiegando il Backdraft vengono fissati gli elementi salienti, e cioè che è la possibile conseguenza di un incendio governato dal comburente in seguito alla successiva disponibilità del comburente, non ritengo indispensabile tradurre backdraft in “ripristino della corrente di convezione” (ci vuole di più a dirlo, che il fenomeno ad avvenire, e notoriamente il backdraft può essere differito nel tempo!).

Il problema non è se tradurre o meno le parole, il vero dramma è la mancata conoscenza di questi fenomeni e dei possibili effetti sulle squadre operanti in intervento. Utilizzare il termine flashover, piuttosto che PPV non è sminuente rispetto all’orgoglio nazionale. Ferisce molto di più sapere che il resto del mondo è andato avanti e noi siamo rimasti fermi al palo.

Tornando al titolo, possiamo permetterci di investire tempo e risorse nel tentativo di italianizzare ciò che altri hanno già studiato, analizzato, definito sin dei minimi particolari? Abbiamo abbastanza risorse per farlo? Possiamo permetterci di ripartire dall’anno zero, come se queste tematiche fossero appena state scoperte? Nel mondo globalizzato in cui viviamo, quello in cui la rete ti permette di fruire delle conoscenze messe a disposizione da colleghi che vivono dall’altra parte del mondo, la risposta è no. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo invece sfruttare il più possibile il lavoro svolto da altri.

In conclusione vi chiedo, quanti di voi hanno letto ancora uno spartito musicale? Indipendentemente in quale lingua sia scritto alcuni termini sono espressi nel medesimo idioma. L’indicazione del tempo è data da termini precisi ideati nel corso di storia della musica originalmente in lingua italiana, tanto che tali termini italiani sono utilizzati in tutto il mondo. Non necessitano di traduzione, in quanto universalmente riconosciuto. Come si può notare non è un problema di origine geografica o culturale dell’eccellenza. Quando tutto il mondo guardava ai compositori e musicisti Italiani è risultato scontato adottare il loro modo di esprimere i concetti che avevano sviluppato.

Per ora limitiamoci a colmare il ritardo di conoscenza che ci separa dagli altri. Successivamente potremmo tornare a rivestire quel ruolo di guida come nell’anno 6 dc quando l’Imperatore Ottaviano Augusto fondò la Milita Vigilum, il primo vero corpo vigili del fuoco organizzato nella storia.

Fog nozzles

You may perceive more and more in recent times, a progressive loss of knowledge about what should be the basis for expertise in firefighting. The wide range of needs during the interventions leads to have to focus on countless different equipment. Some devices are actually complicated; their real potential is considerable, but we should wonder about their usability. Beyond these considerations, a cornerstone problem still remains: firefighters are required to have an excellent dexterity in using basic equipment. We usually take it for granted that they are familiar with the nozzle. On the basis of my personal experience as  instructor, I can assure you that the firemen that can claim to be able to use a branch “blindly” are very few. In this case, saying “with your eyes closed” is not just a way of saying; in our case is a specific need linked to our activity.

The type of fire that we face involves that sometimes, we should make an aggressive entry into buildings completely filled with smoke. During gas cooling it is quite common to be in conditions of zero visibility or nearly so. That is because it is essential to get acquainted with this tool, so you can use it at the maximum even in case of low visibility. Being the sight the most developed sense, or at least the one that allows faster familiarization, in order to use an equipment without being able to see, it is necessary to commit much more time. To facilitate this task, it is important that the type of branch in use at your department would be standardized. Once you find the model that suits your own, you should utilize it in every engine.

Having said that we have to explain our firefighters why is better use that one rather than other. Our goal, as instructors, is to give the right tool with the right justification. We can not say you have to do this only because I tell you!

What we will do is to know better the fog nozzle. Its distribution among the various fire departments started by a couple of decades ago and except for a few cases, it has replaced the solid bore nozzle. You might think that it is recently developed. However, if you study his developing you will be astonished to discover it is more than 100 years old. Its production took place as a result of mechanization and the consequent spread of petroleum products. In fact, it was realized that these nozzles were more efficient than a solid bore in fighting class B fires. The U.S. Coast Guard Fire Fighting School realized the first test campaign between 1943 and 1946. More than 20 experiments were conducted on board a WWII Liberty transport ship. At the purpose they used the engine room. On the bottom of it (about 170mq), they poured between 5000 and 7000 gallons of fuel oil (19000-26000 litres). The fire was left to burn freely for 30 minutes to ensure the worst possible conditions. During these tests were used some different types of fog nozzles, with a flow rate between 435 and 635 lpm at a pressure of 6.9 bar. The branches were inserted from the ceiling of the room on fire avoiding as much as possible the intake of air. The thermocouples recorded a constant drop temperature until get below the ignition temperature of the fuel oil (ca 93 ° C).  The director of the school’s, chief Layman, was amazed that the burning surface oil was shut off without the direct application of water on the fuel on fire. He realized that he had created a new method of attack the fire, that was called “indirect attack “. After numerous studies he came to the conclusion that:

  • The rapid production of steam within a confined space creates a violent disruption inside the confined space ;
  • Each volume of steam created inside a confined space occupies an equivalent space to that atmospheric space.[1]

The importance of these experiments lies in the fact that, for the first time, it was shown that the fog nozzle could be profitably used by adopting the indirect attack. In fact, the insertion of water (in the form of finely divided particles) into a highly heated atmosphere results in in rapid generation of steam that is allowed to distribute it throughout the space. Actually this is a kind of chain reaction. Some drop of water will change from liquid to vapor, this create a disturbance that push the others unchanged drops further where the same effect will happen.

These trials were the first of many other tests and experiments. In the following years were counted dozens of trials. The turning point in the spread of this methodology occurred in 1950 during the Fire Department Instructor’s Conference in Memphis. Chief Layman gave a lecture titled “little drops of water”. As a result of this event were published a few books that made it possible to significantly increase the number of firefighters aware of this method of attack fires.

As can be seen from what was previously written, the use of this type of nozzle goes back several decades ago, both the U.S. and in Europe (early 80s). One wonders why in Italy we always come later…Anyway,being useless dwell on the past, let us focus on what we can do to fill any gaps or deficiencies of knowledge.

Firstly, let us see why it is important to use the right nozzle to be effective if we wish to do some gas cooling during the progression within a building filled by smoke. The variables that affect the ability to extract heat from the superheated smoke are:

  • The mass of the extinguishing agent used;
  • How big are the contact surface with the fluid that is meant to cool;
  • The velocity of the extinguishing agent;
  • The contact time between the extinguishing agent and the fluid.

The laboratory tests indicate that the best results are achieved for drops of diameter circa 0.2-0.5 mm with a flow of approximately 130 lpm and a cone opening of the branch circa 60-90 °. Operating in this way, you will maximize all the parameters listed above. In order to be effective the drop must have a sufficiently long lifetime, before falling to the ground due to gravity, to allow it to pass through the smoke layer and transform from liquid to vapour. It should not be too large as to make them go through all the smoke and hit the ceiling or beyond sidewalls. Furthermore, the droplet size must have the greatest exposure surface, allowing in fact absorbing energy from the smoke. The last parameter is obtained dividing the drops in the finest way possible. As you may see, we will reach the best results balancing the size of the droplets. Not too small, not too big. Therefore, we need the proper dimension.

The droplets undergo two main effects. They fall and evaporate.[2]

Droplets fall

Two forces affect our droplets during their travel through the smoke: air resistance and gravity. The gravity is influenced from the mass of the droplet. Air resistance is influenced from the surface.

Gravity→d3

Air resistance→d2

For this reason it will happen that:

A large droplet fall fast;

A small droplet fall slowly.

 

Droplets evaporate

The rate of evaporation of the droplet is proportional to his volume.

The heat that is supposed to be absorb is proportional to the outer shell.

Evaporation→d3

Heating→d2

For this reason it will happen that:

A large droplet evaporates slowly;

A small droplet evaporates fast.

 

The two effects (fall and evaporation) work together.

 

Size of droplets Temperature of smoke Survivability Type of branch
0,01 mm 600°C A few centimetres at the most High pressure
2-3 mm 600°C Tens of meters Low pressure solid bore
0,2-0,4 mm 600°C A few decimetres Fog nozzle

 

 lance

Too small                                     Proper                                                 Too big

 [3]

 

The fact that water evaporates involves a series of subsequent events. Firstly, the smoke cools down because it has transferred energy to heat the water. As a result, the smoke will be reduced in volume. At the same time, however, its volume increases due to the steam that has been introduced. Which of these two factors will prevail depend on where the water evaporates. The energy used to evaporate the water can be withdrawn from the smoke or the surfaces of the room. If the water evaporates into the smoke layer, the energy it uses to switch the status is taken directly from smoking. The smoke is then cooled resulting in a consequent reduction in volume, which compensates the volume of steam introduced. In this case, there will be a contraction of the final volume of the smoke of about 20%.[4]

When the water evaporates because it cools the surface of the fuel or the side walls, the energy used comes from heated surfaces. The resulting increase in volume of the smoke, as there is no contraction of it, will be approximately 50%.

A rule of thumb states: when approximately 70% of the water evaporates on the surface and the remaining 30% in the smoke (smoke temperature of 600 ° C), the two effects cancel each other and the initial volume of smoke remains unchanged.[5]

This last scenario would be probably the best solution, because the internal crew will not be affect by the hot steam (only surfaces cooling) and air will not enter (it means oxygen). In fact the reduction of volume of smoke and the following decrease of pressure (only smoke cooling) will claim the entrance of air from outside. Sometimes it is useful (more visibility and a more sustainability at the bottom) but it will certain increase the HRR. Which option will be the best is a decision that has to be taken from the crew inside.

The operator must use the branch in such a way as to achieve the goal. The opening angle of the cone and the inclination in respect to the layer of smoke are just as important as regulation of the flow or pressure of use.

This allows us realize how important is training in the use of such equipment. This consideration brings us back to the beginning; the equipment must be selected according to the needs of interventional and then must be known into the tiniest detail from all the operational staff. The worst thing you can do is take it for granted that all know them and that they use those ones rather than others because “we have always done so!”

 

[1] The safe and effective use of fog nozzle. John E. Bertrand John D. Wiseman;

[2] Stefan Särdqvist’s lecture, IFIM 2013 SRTC Skovde;

[3] Offensiver Löschangriff Jan Südmersen

[4] Water and other extinguishing agents. Stefan Särdqvist Raddinings Verket;

[5] Water and other extinguishing agents op cit.

Lance antincendio

Si nota sempre più in questi ultimi tempi una progressiva perdita di conoscenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le basi della competenza in ambito pompieristico. Le molteplici esigenze interventistiche portano a doversi concentrare su miriadi di attrezzature diverse. Alcune apparecchiature sono effettivamente complicate; Hanno è vero potenzialità notevoli, ma siamo sicuri che siano veramente fruibili? Al di là di queste considerazioni, condivisibili o meno, resta un problema di fondo, l’attività del vigile del fuoco prevede che vi sia un ottima manualità in merito all’utilizzo delle attrezzature base. Una di quelle che più diamo per scontata la conoscenza, è la lancia. In base alla mia esperienza di formatore, posso assicurare che il numero dei vigili che possono affermare di poter utilizzare una lancia “ad occhi chiusi” è una percentuale minima. In questo caso dicendo ad occhi chiusi non è un semplice modo di dire, nel nostro caso è un esigenza ben precisa legata all’attività interventistica.

La tipologia di incendi che siamo chiamati ad affrontare, fa sì che si debba effettuare un entrata aggressiva all’interno di edifici completamente invasi dal fumo. Le modalità di trattamento dei fumi prevedono un utilizzo della lancia in condizioni di visibilità nulle o quasi. Da questo si comprende l’importanza di conoscere a fondo questo strumento, in modo di poterlo utilizzare al massimo anche non potendolo vedere. Essendo la vista probabilmente il senso più sviluppato, o almeno quello che permette una familiarizzazione più veloce, per poter utilizzare un attrezzatura senza poterla vedere, vi è la necessità di dedicarci molto più tempo. Per facilitare questo compito, sarebbe importante che la tipologia di lance in uso presso la propria struttura di appartenenza venga standardizzata. Una volta individuato il modello che fa al caso proprio, lo si dovrebbe adottare su tutti i mezzi.

La tipologia di lance che sarà oggetto dello scritto sono le cosiddette lance americane o a getto cavo. La loro diffusione presso i vari comandi o corpi è cominciata da un paio di decenni e salvo alcuni casi attualmente hanno sostituito le lance cosiddette Italiane o a getto solido. Si potrebbe quindi pensare che esse sono il frutto di un evoluzione recente. Se però le si studia ci si accorge che risalgono ai primi anni del secolo scorso. La loro produzione avvenne in seguito alla meccanizzazione e alla conseguente diffusione di prodotti petroliferi. Di fatto ci si rese conto che queste lance erano più efficiente di quelle a getto solido nel combattere gli incendi di classe B. La prima campagna di test della quale si ha conoscenza venne realizzata tra il 1943 e il 1946 da parte del US Coast Guard Fire Fighting School. Vennero condotti più di 20 esperimenti a bordo di una nave trasporto Liberty. Allo scopo venne utilizzata la sala macchine. Sul fondo di essa (circa 170mq) vennero versati tra i 5000 e i 7000 galloni di olio combustibile (19.000-26.000 litri). L’incendio venne lasciato bruciare liberamente per 30’ per assicurare le condizioni peggiori possibili. Durante questi test vennero utilizzate alcune tipologie diverse di lance a getto cavo, con una portata compresa tra 435 e 635 lpm ad una pressione di 6.9 bar. Le lance vennero inserite dal soffitto del locale in fiamme limitando il più possibile l’apporto d’aria. Le termocoppie registrarono una costante riduzione di temperatura sino ad arrivare al di sotto della temperatura di infiammabilità dell’olio combustibile (ca 93°C). Il direttore della scuola chief Layman realizzò di aver creato un nuovo metodo di attacco all’incendio che venne chiamato “attacco indiretto”. Egli rimase stupito che la superficie in fiamme dell’olio venne spenta senza l’applicazione diretta dell’acqua sul combustibile in fiamme. Dopo numerosi studi egli arrivò alla conclusione che:

  • La rapida produzione di vapore all’interno di uno spazio confinato crea una perturbazione violenta all’interno dello spazio confinato;
  • Ogni m3 di vapore creato all’interno dello spazio confinato occupa uno spazio equivalente di tale spazio.[1]

L’importanza di questi esperimenti sta nel fatto che per la prima volta venne dimostrato che le lance a getto cavo possono essere proficuamente utilizzate adottando l’attacco indiretto.

Questi test diedero il là a molte altre verifiche e sperimentazioni. Negli anni successivi si contarono decine di esperimenti. La svolta nella diffusione di questa metodologia si ebbe nel 1950 durante il Fire Department Instructor’s Conference in Memphis. Chief Layman tenne una conferenza dal titolo “little drops of water” (piccole gocce d’acqua). A seguito di questo evento vennero pubblicati alcuni libri che consentirono di aumentare in maniera significativa il numero di vigili del fuoco a conoscenza di tale metodologia di attacco all’incendio.

Come si evince da quanto precedentemente scritto, l’uso di questa tipologia di lance  risale a parecchi decenni fa, sia negli USA che in Europa (primi anni ’80). Vien da chiedersi perché in Italia arriviamo sempre con “qualche” anno in ritardo. Ad ogni modo essendo perfettamente inutile recriminare sul passato, concentriamoci su quanto possiamo fare per colmare eventuali lacune o mancanze di conoscenza.

Innanzitutto vediamo perché è importante utilizzare la giusta lancia per essere efficaci se intendiamo raffreddare i fumi durante la progressione all’interno di un edificio invaso dal fumo. Le grandezze che influenzano la capacità di estrarre calore sono:

  • La massa dell’agente estinguente utilizzato;
  • La sua superficie d’esposizione con il fluido che si intende raffreddare;
  • La velocità dell’agente estinguente;
  • Il tempo di contatto tra l’estinguente e il fluido.

 

Le prove in laboratorio indicano che i risultati maggiori si hanno per gocce di diametro ca 0,3-0,5 mm con una portata di ca 130 lpm e un cono di apertura della lancia di ca 60°. Operando in tale modalità si massimizzano tutti i parametri precedentemente elencati. Per poter essere efficacie la goccia deve avere una vita utile sufficientemente lunga, prima di cadere a terra a causa della gravità, da permetterle di attraversare parte dello strato di fumo e passare di stato, da liquido a vapore. Non deve però essere troppo grande da farle attraversare tutto il fumo e colpire il soffitto o le pareti laterali. Inoltre la dimensione delle gocce deve essere tale da possedere una grande superficie d’esposizione, permettendo di fatto di assorbire energia dal fumo.

lanceTroppo piccole <0,1 mm                   dimensione ideale 0,3-0,5 mm                  troppo grandi >1mm   [2]

 

Il fatto che l’acqua evapori comporta una serie di eventi successivi. In primo luogo il fumo si raffredda perché ha ceduto energia per riscaldare l’acqua. Come risultato il fumo si ridurrà in volume. Nel contempo il suo volume aumenta a causa del vapore che è stato introdotto. Quale di questi due fattori avrà il sopravvento dipenderà da dove l’acqua evapora. L’energia utilizzata per evaporare l’acqua può essere prelevata dal fumo o dalla superfici del locale interessato. Se l’acqua evapora all’interno dello strato di fumo, l’energia che utilizza per passare di stato è prelevata direttamente dal fumo. Il fumo viene quindi raffreddato comportando una sua conseguente riduzione in volume che compensa il volume del vapore introdotto. In questo caso vi sarà una contrazione del volume finale del fumo di circa il 20%.[3]

Quando l’acqua evapora perché raffredda la superficie del combustibile o le pareti laterali, l’energia utilizzata proviene dalle superfici riscaldate. Il conseguente aumento di volume del fumo, in quanto non vi è alcuna contrazione di esso, sarà all’incirca del 50%.

Una indicazione di massima recita che: quando circa il 70% dell’acqua evapora sulle superfici e il restante 30% nel fumo (temperatura del fumo di 600°C) i due effetti si annullano e il volume iniziale del fumo resta inalterato[4]

L’operatore dovrà utilizzare la lancia in maniera tale da raggiungere l’obbiettivo prefissato. L’angolo di apertura del cono e l’inclinazione rispetto allo strato di fumo sono altrettanto importanti della regolazione della portata o della pressione di utilizzo. Queste ci fa capire quanto importante sia la formazione all’utilizzo di tali attrezzature. Questa considerazione ci riporta all’inizio, le attrezzature devono essere scelte in base alle esigenze interventistiche e poi devono essere conosciute sin nei minimi dettagli da tutto il personale operativo. La cosa peggiore che possiamo fare è dare per scontato che siano conosciute da tutti e che si prediligano certune rispetto ad altre perché “si è fatto sempre così”.

[1] The safe and effective use of fog nozzle. John E. Bertrand and John D. Wiseman

[2] Offensiver Löschangriff Jan Südmersen

[3] Water and other extinguishing agents. Stefan Sardqvist Raddinings Verket

[4] Water and other extinguishing agents op cit

Stiamo facendo la cosa giusta?

Azioni volte ad elevare in maniera omogenea il livello di formazione di un gruppo

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un incremento esponenziale dell’offerta formativa. Vi sono decine di corsi (delle più disparate tipologie) ai quali si può prendere parte. Un breve, e non esaustivo elenco, comprende il corso SAF (1b, 2a, 2b), NBCR (1, 2, 3, 3 direttivo), BLS-D, ATP, patenti categorie superiori, movimento terra, conduzione motoslitta, moto d’acqua, ecc. Oltre a questi vi sono quelli che sono patrimonio di tutti e che sono realizzati durante il corso di formazione iniziale, quindi SAF 1a, NBCR livello 0, autorespiratori base, elettrotecnica, idraulica, ecc.

Tutto questo ha portato ad avere dei vigili che, presi singolarmente, sono probabilmente più preparati che alcuni anni fa. Qual è il problema, verrebbe da dire allora? Il problema, per me gravissimo, è che si è perso il valore del gruppo in quanto elemento dispensatore di formazione congiunta e condivisa. Questo ha portato ad un disallineamento del livello tra i singoli componenti. Vi possono essere delle eccellenze riguardo uno specifico argomento, ma al contempo delle lacune importanti sul medesimo argomento da parte degli altri componenti.

Una volta grazie al fatto che il grosso della formazione era realizzato direttamente presso le strutture di appartenenza, si riusciva a cementare la coesione dei singoli all’interno del gruppo. Vi sono delle ragioni oggettive che permettevano di realizzare ciò. Per esempio fino ad un paio di decenni fa la formazione era su base esperienziale. I più anziani trasmettevano ai più giovani il loro sapere. I quali avevano poi la possibilità di provare in intervento quanto gli era stato insegnato. Avevamo quindi una realtà in cui “anziano” equivaleva ad “esperto”. Inoltre, potendo metter in pratica subito quanto imparato, non si rischiava di dubitare di quanto appreso, perché gli insegnamenti erano messi subito alla prova dei fatti. Una realtà di questo tipo è legata ad un gran numero di interventi. Poche tipologie in numero elevato. Ora non è più così, avviene l’esatto contrario, basso numero d’interventi di molte tipologie diverse. La formazione non può più essere a base esperienziale, perché difetterebbe sia nella parte d’insegnamento sia nella parte di messa in pratica di quanto imparato. Purtroppo ora avviene che molto spesso “anziano” equivale a….”vecchio”. Per ovviare a questo si è provveduto a migrare la formazione, dalla trasmissione orale dei più anziani in servizio, verso strutture formative esterne al corpo. La formazione è diventata quindi su base ingegneristica. Si dovrà quindi  realizzare queste sequenza di azioni:

  1.          Analisi della realtà interventistica;
  2.          Iindividuazione delle esigenze formative;
  3.          Progettazione dei moduli che sia conforme agli obbiettivi;
  4.          Programmazione della tempistica entro la quale si vuole raggiungere il risultato;
  5.          Formazione dei formatori;
  6.          Realizzazione dei corsi.

Questo processo è logico e in teoria funziona. Il problema nasce quando si afferma che questo tipo di formazione non può essere direttamente dispensata a tutti, per una serie di ragioni che sono le più disparate:

  •          Costi insostenibili;
  •          Difficoltà nel organizzare il servizio per permettere a tutti di partecipare;
  •          Difficoltà a mettere a disposizione un’importante parte del proprio tempo libero per la formazione;
  •          Attitudini personali;
  •          Aspettative diverse;

La contromisura che si addotta è quindi: formare un selezionato numero di singoli che una volta terminata la formazione provvederanno a riversarla presso le proprie strutture. Peccato che non funzioni…..

Una persona che osservasse in maniera distaccata potrebbe chiedersi perché non dovrebbe funzionare, dal momento che si sono ricreate le medesime condizioni che in passato, un piccolo gruppo di persone esperte (gli anziani) che formavano gli altri (i nuovi). Le ragioni sono molteplici e di varia natura. Innanzitutto una volta vi erano tanti anziani esperti che insegnavano a pochi giovani inesperti. I numeri in questo caso erano assolutamente a favore dell’effettiva trasmissione delle informazioni. In secondo luogo gli “anziani esperti” erano riconosciuti e accettati dal gruppo, era così punto! Nessuno metteva in discussione la loro competenza in quanto dimostrata dai fatti nel corso degli anni. Terzo, ma non meno importante, le informazioni da trasmettere si riferivano ad un numero ridotto di tipologie d’evento.

Cosa avviene invece ora? Chi sono le persone che sono scelte per partecipare ai corsi di formazione? Molto spesso i criteri di scelta sono esterni all’obbiettivo principale che è quello di far crescere tutto il gruppo. Molto spesso partecipa chi ne ha voglia, chi vuole crescere professionalmente, chi ha tempo. Queste motivazioni sono tutte rispettabili e ragionevoli, ma non rispondono a quella che dovrebbe essere la motivazione cardinale. Il prescelto dovrebbe possedere le qualità necessarie per riversare sui propri colleghi le informazioni ricevute. Dovrà quindi essere:

  •          Motivato nelle giuste ragioni;
  •          Deputato a partecipare;
  •          Riconosciuto dai colleghi come deputato a parteciparvi.

Se vi sono queste premesse allora vi è la possibilità che al suo ritorno ci sia un travaso di conoscenze verso tutti. Il fatto che questo avvenga o meno dipende da un altro fattore fondamentale: la coesione del gruppo.

Il ruolo vincente del gruppo

Dovremmo avere un gruppo eterogeneo, non competitivo all’interno, ma con obbiettivo comune dove il successo del singolo sia il successo del gruppo.

L’apprendimento cooperativo o il lavoro cooperativo dovrebbe portare a saper e poter lavorare in gruppo in modo costruttivo, con altruismo, sviluppando la capacità di comprendere ciò che gli altri esprimono, bisogna sapersi ritagliare un ruolo all’interno del gruppo, comunicare e gestire le differenze. Gli appartenenti al gruppo devono avere una sorta di interdipendenza positiva.

Le diversità all’interno del gruppo sono risorse. Ognuno ha le proprie possibilità, deve prendere le proprie decisioni ma tutti con lo stesso obbiettivo che singolarmente non potrebbero ottenere. Ciò porta ad imparare a discutere senza litigare, aiutare gli altri. Tutti devono avere la certezza di apportare qualcosa di utile al gruppo, vuoi per conoscenze, vuoi per ruolo da coordinatore e/o da paciere, vuoi per parte pratica e meno intellettuale.

Il ruolo del leader del gruppo è motivare tutti ed evidenziare le finalità del lavoro, l’obbiettivo comune da raggiungere.

Leggendo queste righe mi sembra di aver descritto un mondo ideale. Quanto questo sia vero o meno non lo so. Ognuno saprà se opera in una realtà che si possa definire gruppo (e quindi con le caratteristiche sopra descritte), o se è solamente un insieme di persone. Il conseguimento di tale situazione ideale è un processo lungo e difficile da raggiungere, non impossibile ma…difficoltoso.

Alla luce di ciò premesso, cosa possiamo fare per rispondere alla domanda originale, cioè come elevare il livello di formazione di un gruppo? A mio parere ci sono delle azioni che competono all’organizzazione che ci guida ed altre che possono essere realizzate dal singolo. Vediamole nel dettaglio.

Criteri di scelta dei candidati alla partecipazione ai corsi di formazione

Io sono fermamente convinto che il candidato ideale, con le caratteristiche che sono state descritte precedentemente, è praticamente impossibile da individuare. Le persone con un carisma tale che al loro ritorno ai corpi di appartenenza possano trasmettere le informazioni apprese, si contano sulle dita di una mano. Inoltre, queste stesse persone possono sì essere carismatiche, ma non possedere le altre caratteristiche (capacità di formatore, disponibilità, entusiasmo, ecc). Avviene quindi che quanto appreso non sarà condiviso. Il fatto che non sia condiviso, che siano in pochi singoli a detenere tale conoscenza, equivale a vanificare completamente la filiera della formazione (se a questo aggiungiamo che non abbiamo più la possibilità di crescere su base esperienziale, possiamo comprendere che falla si stia creando all’interno della nostra organizzazione di soccorso). La capacità di trasmettere il sapere può essere una cosa innata, alcuni posseggono questa dote. Molto più frequentemente però, è dovuta alla progettazione del modulo formativo, alla tecnica di insegnamento. Queste caratteristiche non possono essere improvvisate, sono il frutto di un processo lungo e complesso.

Ok, ma quali possono essere le contromisure? L’unica soluzione che vedo all’orizzonte che ci garantisce in un tempo medio lungo il successo, è quella di realizzare la formazione per gruppi di lavoro omogenei (leggi per corpo di appartenenza, per turno di lavoro, ecc.). Solo quando la maggior parte dei componenti un gruppo avranno accesso alla stessa formazione, avremo un incremento nel livello medio. Effettuare la formazione a spot sui singoli elementi equivale a gettare alle ortiche il lavoro dei formatori!

 

Porto come esempio un esperienza personale. Nel 2005-06 il Corpo Permanente di Trento ha realizzato una formazione a tutto il personale definito “Tecniche d’intervento”. Per molti di noi si affrontarono per la prima volta certi argomenti come: il pericolo rappresentato dal fumo, tecniche di lancia, PPA, ecc. Per la realizzazione del corso fummo divisi in cinque gruppi. Il modulo aveva una durata di due settimane. Ogni turno di circa 25 persone, assegnava cinque persone per volta. Al rientro in turno dei primi cinque, gli stessi cercarono di condividere le nuove nozioni apprese. Furono immediatamente etichettati come “quelli che tornano da un corso e pretendono di cambiare quello che abbiamo fatto per anni….”. Con il secondo gruppo, gli eretici aumentarono, ma erano pur sempre in minoranza. Con il terzo gruppo i rapporti si ribaltarono, il numero di quanti avevano partecipato al corso di formazione era ormai diventato la maggioranza. E mai come in questo caso (dove vengono ribaltate delle consuetudini decennali) il numero di quanti affermano il nuovo verbo è l’elemento vincente. La lungimiranza di quanti disposero la realizzazione di questo corso fu di renderlo obbligatorio a tutto il personale operativo. La cosa interessante che si nota è che l’effettivo impatto sull’operatività avvenne quando si raggiunse una massa critica di partecipanti.

Come sempre bisogna effettuare delle scelte. Le decisioni devono essere prese sulla base di approfondite valutazioni. Si potrebbe prendere in considerazione l’effettiva possibilità a mettere in pratica le conoscenze apprese. Per esempio, “Interventi in ambito industriale”. La partecipazione a questo modulo è più indicata a quanti hanno nel proprio territorio realtà di questo tipo, piuttosto di chi ha un terreno montagnoso e a prevalente vocazione turistica.

Sono d’accordo che fin tanto che i corsi sono specifici, come l’esempio presentato, le scelte sono semplici. Cosa avviene quando invece parliamo di competenze che dovrebbe essere patrimonio di tutti? Per esempio, come affrontare un incendio civile?

Esiste una sola risposta indubbiamente corretta: deve essere perpetuato ogni ragionevole sforzo affinché tutti ricevano questo tipo di formazione. Fissato quest’obbiettivo come primario e indifferibile, bisogna però fare i conti con la realtà. Prima azione è stabilire delle priorità sulle esigenze formative. Quali sono gli ambiti d’intervento esclusivi dei vigili del fuoco? Quali e quante situazioni ci vedono come unici attori? Queste sono le domande che ci permettono di individuare la scaletta degli interventi formativi. Personalmente ritengo che non ci devono essere dubbi sul scegliere se finanziare un corso di conduzione motoslitta, moto d’acqua, macchine operatrici oppure un corso “tecniche d’intervento”. La risposta deriva dal fatto che se ci chiediamo quante motoslitte, moto d’acqua o escavatrici riusciamo a trovare nel mondo esterno ai vigili del fuoco, vedremo che altre organizzazioni del soccorso o aziende private ne sono dotate. Per contro ci siamo mai resi conto veramente che in certi casi siamo solo noi che intervengono (incendi, NBCR su tutti). Penso non servano altre spiegazioni su quali devono essere le priorità…..

Anche prendendo le decisioni corrette, non tutti però vi potranno prendere parte nello stesso momento, vi è la necessità di adottare dei criteri di scelta su chi avrà la precedenza rispetto agli altri. I parametri potrebbero essere:

  •          Partecipazione attiva ad iniziative comuni;
  •          Utilizzo delle risorse a disposizione;
  •          Numero di interventi;
  •          Tasso di frequenza ai corsi precedenti;
  •          Dimensioni ambito di operazione primario;
  •          Disponibilità ad investire proprie risorse nella formazione.

Come si può notare gli elementi per poter operare una scelta sono numerosi. Non necessariamente privilegiano i gruppi più grandi, più ricchi o con più interventi.

Potremmo anche ottenere un risultato secondario, ma a mio giudizio importantissimo, e cioè incrementare lo spirito di appartenenza all’interno dei gruppi. Attenzione sto parlando di elementi di unione nel solco di un obbiettivo comune, che è e sarà sempre, fornire il miglior servizio possibile al cittadino. Tutto ciò è agli antipodi rispetto alle lotte di “campanile” o tra diversi attori del soccorso organizzato.

Azioni virtuose che ognuno può realizzare

Ogni singolo componente può attuare degli atteggiamenti che avranno risvolti positivi su tutto il gruppo. Il principale è quello di non arrendersi di fronte all’ignoranza. Ignoranza intesa a 360°, propria e altrui. Esiste il problema concreto che quanti non si vogliono aggiornare e restare al passo con i tempi, attuino delle azioni che sono volte rendere il livello medio omogeneo. L’aspetto negativo è che non si omogeneizza al rialzo, ma al ribasso. Questo è uno dei mali della nostra società, specialmente in ambito pubblico. Non si devono sottolineare le eccellenze perché queste metterebbero in cattiva luce, quanti non raggiungono tali livelli. Ma questa è un’enorme stupidaggine. Dal momento che a tutti vengono riservate le medesime opportunità, perché giustificare simili atteggiamenti? La colpa è anche dei singoli che accettano questa situazione senza proseguire a testa alta. Quindi primo atteggiamento virtuoso: mai cedere all’appiattimento al ribasso ma perseguire un continuo incremento delle proprie competenze.

Altra azione positiva è l’essere orgogliosi di quanto si sta facendo. Se lo si fa con passione e senso di appartenenza, bisogna dimostrarlo. Non arrendersi a quanti dicono che è un lavoro come un altro, che è un’associazione come tante altre. Ma questo non deve portare nella direzione opposta che è altrettanto sbagliata, quella che siamo tutti eroi, quella delle medaglie e delle mostrine. Quella che ti fa dire, dal momento che siamo bravi e ammirati, non serve tenersi informati, non serve essere efficienti fisicamente (come se l’incendio ti risparmiasse dal momento che sei un presunto eroe….). No l’atteggiamento corretto è (secondo atteggiamento virtuoso): essere fiero di quanto si sta facendo ma ben consapevole di dover essere preparato ad affrontare gli interventi. Mi fa ridere chi parla dell’incendio come un nemico da combattere, una sfida epica tra il bene e il male….sciocchezze. L’incendio è un fenomeno naturale regolato da leggi fisiche ben definite, non è nemico di nessuno, infatti si comporta nello stesso modo sia con i buoni che con i cattivi.

Un altro comportamento con risvolti concreti è vedere gli aspetti positivi e non sempre quelli negativi. È molto più semplice elencare le cose che non vanno rispetto a quelle che funzionano. Esiste una forma di autogiustificazione che recita: ma perché devo impegnarmi se tanto le cose non vanno bene? È proprio quando le cose non vanno come dovrebbero, che ci si dovrebbe impegnare di più. Terzo atteggiamento virtuoso: non chiederti cosa gli altri possono fare a te, ma cosa tu puoi fare per gli altri (adattamento di una citazione di John F. Kennedy).

Conclusioni

La formazione in competenze che devono essere patrimonio di tutti, deve essere diffusa alla base direttamente dalle strutture deputate. Non può essere demandata a terzi che non hanno ricevuto la formazione da formatore. Solo quando la maggioranza dei componenti un gruppo avranno ricevuto la medesima preparazione, si potranno utilizzare le tecniche apprese in intervento. Tutti i livelli della gerarchia di comando devono possedere le stesse informazioni di base. Solo conoscendo il lavoro del lancista un responsabile d’intervento può disporre le azioni da compiere.

Ogni singolo componente il gruppo ha un impatto positivo maggiore di quanto si possa ipotizzare, dal momento che le azioni positive innescano un circolo virtuoso.