Non solo quando e perché ma anche in che ordine!

Da un po’ di tempo a questa parte quando penso alla formazione c’è qualcosa che mi sfugge e che non riesco a delineare completamente. Avrei fatto meglio dire c’era perché ora sono riuscito a cogliere l’essenza di quello che solo parzialmente intravedevo. Colui che ha permesso di togliere questo velo è Lars Agerstand o per meglio dire Lars Axelsson come si chiama ora. Partecipare al corso “International fire behavior and suppression course” lo scorso autunno è stato illuminante. Quanto scritto qui sotto riflette in parte quanto affermato da Lars durante il corso. Il titolo parafrasa una celebre affermazione di Ed Hartin: “non solo cosa e come ma soprattutto perché”.

A loro due  va tutto la mia gratitudine.

Quando si progetta la formazione si devono tenere presente molti aspetti. Si dovrebbero innanzitutto dividere i compiti sulla base delle competenze e del ruolo rivestito all’interno dell’organizzazione. I livelli principali possono essere riassunti in:

  • Dirigenziale;

  • Progettuale;

  • Realizzativo.

Dirigenziale

Questo livello è quello che individua i bisogni formativi della propria organizzazione. Lo fa attraverso l’analisi delle esigenze specifiche, delle richieste che arrivano dalla base e non meno importante per essere in regola con la Legge (corsi obbligatori contenuti nell’accordo stato regioni per fare un esempio). Avendo ben presente le esigenze si utilizzeranno le risorse disponibili sulla base delle priorità che vengono individuate. Al termine di questo processo la dirigenza darà l’incarico per la progettazione e realizzazione dei corsi.

Progettuale

Coloro che compongono questo gruppo di lavoro sono persone che hanno specifiche competenze nel progettare i corsi di formazione. Devono avere competenze in ambito tecnico della materia in oggetto ma devono anche essere in grado di realizzare il percorso di formazione in toto. Quindi si occuperanno di redigere il materiale didattico, individuare la modalità di erogazione e stabilirne la durata necessaria per raggiungere gli obbiettivi preposti.

Realizzativo

In questo livello vi sono i formatori. Essi devono essere abilitati per quello specifico argomento e devono sostenere delle riqualificazioni a cadenza periodica stabilita dalle politiche locali o nazionali qualora ve ne siano. Il materiale, la tempistica e le modalità di erogazione della formazione che sono stati loro indicati devono essere rispettati fedelmente da tutti loro.

 

In questa fase storica talvolta mi sembra che questi livelli si mescolino l’un l’altro. Questo avviene perché non ci si è dati un organizzazione rigida ed efficiente. Quando questo avviene è il momento che proliferano i battitori liberi. Confesso, io sono uno di loro. Partendo da questo presupposto e cospargendomi il capo di cenere anticipatamente mi cimento nell’individuare quelli che sono i bisogni formativi, nel progettare la formazione e di realizzarla. Pacchetto completo tre in uno!

In questo scritto mi concentrerò sui primi due, individuazione delle esigenze e progettazione della formazione.

Uno degli argomenti più trend in questi ultimi anni è la formazione cosiddetta CFBT o in Italiano incendi al chiuso. È sicuramente un argomento importante e che viene sentito da molti di noi come una delle esigenze formative maggiori. Ma qual è lo standard, la norma che stabilisce quale e quanta formazione deve essere realizzata? La risposta è presto detta, non esiste uno standard. Non è ancora stata scritta una norma che individui chiaramente quali sono gli argomenti principali da affrontare oppure quante sessioni di addestramento con fuoco reale debbano essere realizzate. Siamo in buona compagnia, perché questo avviene più o meno in tutto il resto del mondo. Alcune nazioni si sono date alcune indicazioni ma sono per lo più delle buone pratiche.

La formazione buona o scarsa che sia lascia degli strascici in quanti l’hanno “subita”. Molto spesso sono degli aspetti positivi che vengono riportati a galla nel momento del bisogno, a volte invece sono dei comportamenti sbagliati appresi in sede di training che riaffiorano durante un evento emergenziale. Quanto avviene durante una sessione di formazione non resta solo lì ma ha delle conseguenze in seguito. Purtroppo quando si parla di formazione il detto: “what happens in vegas, stays in vegas” non è applicabile.

Un esempio esemplificativo è un episodio realmente accaduto in un centro di formazione del Regno Unito. In questo training center vi è la regola che all’interno della struttura adibita alle simulazioni a fuoco, quando si incontra una porta chiusa a chiave significa che per quell’occasione quel locale non è parte dell’esercitazione. Questo è legato al fatto che si cerca di modificare per quanto possibile il layout della casa a fuoco per rendere le simulazioni meno ripetitive e quindi più veritiere. La policy locale prevede che ogni vigile esegua due passaggi all’anno con fuoco reale. Un operatore con cinque anni di esperienza ha quindi almeno dieci passaggi. Un giorno durante un intervento per incendio, una squadra che era all’interno in un operazione di Search&Rescue sorpassò il locale dove vi era l’incendio in quanto la porta del locale era chiusa a chiave. Il riflesso automatico che si era fissato nel comportamento dei vigili è il risultato della formazione realizzata negli anni. Le conseguenze per la squadra furono pesanti, il non aver individuato il locale dove vi era l’incendio mise la squadra d’attacco in una pessima posizione avendo la via d’uscita sbarrata nel momento che la porta ha ceduto all’incendio.

Questa responsabilità è un fardello che ogni persona che si cimenta nel progettare e realizzare momenti formativi sente (o almeno dovrebbe, a mio giudizio). Specialmente con una tematica come gli incendi al chiuso le informazioni che si erogano, la modalità e la sequenza hanno una rilevanza notevole. Se risulta semplice capire perché sia importante cosa e come si danno le informazioni, risulta meno chiaro il ruolo posseduto dalla sequenza con cui si erogano le nozioni. Facciamo un esempio con la formazione cosiddetta CFBT.

Attualmente la sequenza con cui vengono affrontati gli argomenti universalmente adottata è:

Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco interno → attacco esterno → ventilazione.

Questo flusso pedagogico riflette quelle che sono le priorità dal punto di vista della didattica. Queste priorità si riflettono anche nella sequenza delle azioni che si mettono in atto o si ipotizzano durante la valutazione dinamica dell’evento incendio. Prima cerco di capire dove va l’incendio, poi valuto le mie capacità di contrastarlo effettuando un attacco interno. Se non fosse possibile effettuo un attacco esterno. Infine prendo in considerazione la ventilazione. Tale schema che ha funzionato e funziona ancora, prevede di porre l’accento sull’attacco interno. Questo però dovrebbe essere la modalità di contrasto all’incendio che avviene come ultima ipotesi nel caso in cui le altre azioni non siano realizzabili.

Vi è la necessità di creare sin da subito uno stretto legame tra la formazione e la realtà operativa. La prima deve essere funzionale alla seconda. La sequenza che si vuole proporre sarà quindi:

Studio del fenomeno incendio → studio delle azioni di contrasto all’incendio → attacco esterno → ventilazione → attacco interno.

Con l’adozione di una simile sequenza ci si prefigge di dare un imprinting determinante per fissare la giusta concatenazione di valutazioni che debbono essere realizzate durante un intervento. Prima cerco di capire dove va l’incendio, poi valuto le mie capacità di contrastarlo effettuando un attacco dall’esterno (transitional attack, lancia piercing, fognail o Cobra et simili). Se questo non fosse possibile, ne si valuta l’inefficacia oppure come azione immediatamente successiva si deve prendere in considerazione la possibilità di ventilare i prodotti dell’incendio per poi effettuare un attacco all’interno. Se le condizioni dell’incendio non permettono la ventilazione (PPV o PPA) si procederà con un attacco interno.

Quali sono le ragioni che impongono di modificare il flusso formativo oltre a quanto esposto in precedenza?

  • L’attacco interno comporta l’esposizione ad una possibile propagazione rapida dell’incendio;
  • L’attacco interno comporta l’esposizione degli operatori ad un atmosfera carica di prodotti tossici;
  • L’attacco interno comporta che al termine dell’intervento gli operatori debbano essere decontaminati;
  • L’attacco interno comporta che al termine dell’intervento le attrezzature e i DPI debbano essere decontaminate.

Questo non vuol dire che non si farà più l’attacco dall’interno, semplicemente lo si deve adottare quando le altre possibilità non possono essere attuate.

Ora che abbiamo un po’ più chiari i rischi di un attacco interno offensivo, prendiamo in esame come possiamo agire dall’esterno su di un incendio al chiuso regolato dal comburente.

Nel prossimo articolo parleremo dei possibili sistemi (sia attrezzatura che tattica d’incendio) attualmente in uso.

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