“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo? Di Pieter Maes

Come avevo anticipato nei mesi scorsi, sono felice di inaugurare la collaborazione  con autori diversi, pubblicando la traduzione del lavoro di Pieter Maes  FF / EMT Brussels FD.   http://pietermaes.zenfolio.com/

Ho avuto occasione di incontrare Pieter durante un corso di formazione per istruttori CFBT. Di lui posso dire che è una persona di grande competenza e passione, condita con una verve e brillantezza disarmanti. Condivido i concetti che esprime al riguardo delle squadre di soccorso.  La chiave di lettura che offre, una novità assoluta, permette di spogliare la tematica da gli aspetti più “scenici” scoprendo le implicazioni con l’interventistica di tutti i giorni.

Buona lettura!

 



 

“Rapid Intervention Team” Da dove cominciamo?

1° gennaio 2014, mattina presto. I vigili del fuoco di Highland Park stanno intervenendo in un’abitazione in fiamme. La casa è completamente invasa dal fumo. Fa caldo. Ad un certo punto due vigili del fuoco perdono l’orientamento e non riescono ad individuare l’uscita. Immediatamente dichiarano Mayday alla radio che viene raccolto dagli altri vigili in intervento che si riconfigurano in modalità soccorso. Il team in difficoltà viene raggiunto in pochi minuti e accompagnato all’esterno dell’abitazione.[1]

1° gennaio 2007, intervento in civile abitazione per incendio. In posto opera un team RIT (Rescue Intervention Team, squadra di soccorso ndt). Al termine delle operazioni il responsabile del team RIT compila il seguente rapporto e lo inserisce nella banca dati del “National Firefighter Near Miss Report System”[2] (una banca dati dove vengono raccolte tutte le segnalazioni di “quasi incidenti” accorsi durante l’attività interventistica ndt)

“Il RIT una volta in posto si radunò nei pressi dell’angolo A/D dell’edificio. Venne effettuata una ricognizione di tutto il perimetro (quello che viene definito un 360 ndt), vennero controllate le scale e venne monitorata e tracciata la posizione delle squadre operanti all’interno. Dopo circa 20’ si ebbe un problema con l’approvvigionamento dell’acqua e le squadre furono costrette a ritirarsi. Al ritorno dell’acqua venne effettuata una seconda entrata. Dopo circa 10’ le condizioni all’interno peggiorarono rapidamente. In seguito ad un veloce consulto tra l’IC (Incident Commander, l’equivalente del ROS ndt) e chi operava all’interno, venne ordinata un evacuazione dell’edificio. Le squadre si stavano ritirando quando vi fu un flashover. Il RIT venne attivato a causa del mancato rientro di due componenti. Il RIT entrò al primo piano effettuando una perlustrazione individuando in breve tempo uno dei due dispersi in stato confusionale. IL vigile venne accompagnato fino all’uscita per essere consegnato al personale all’esterno. Successivamente il RIT fece rientro nell’edificio, salì al secondo piano seguendo la linea d’attacco sino alla lancia senza trovare il secondo vigile. A questo punto l’incendio sempre più intenso chiuse la via d’uscita alla squadra di soccorso che poté ritirarsi solo grazie al posizionamento di una seconda lancia da parte di un ulteriore RIT. Solo all’uscita di tutte le squadre di soccorso si stabilì che il disperso era già al sicuro all’esterno dell’edificio.”

In Europa, e in Belgio più specificatamente, alcuni comandi vigili del fuoco e scuole di formazione stanno considerando di implementare la formazione di squadre di soccorso (RIT). Ma i RIT hanno tanti estimatori quanti detrattori. Entrambi hanno argomentazioni in parte condivisibili. Prima di tutto i RIT devono essere inquadrati nel giusto contesto e poi il training deve seguire un processo formativo corretto. Tutto questo deve essere condiviso con ogni singolo vigile del fuoco e ogni potenziale componente di una squadra RIT.

Il concetto di RIT, nato nei primi anni 90 negli Stati Uniti, è in primo luogo una responsabilità personale per ogni vigile del fuoco. Con l’introduzione dei RIT il numero dei morti in intervento (LODD Line-of-duty-deaths) non ha evidenziato drastiche riduzioni. Negli ultimi 36 anni ci sono stati una media di 100 vittime all’anno negli Stati Uniti. Recentemente tra il 2003-2012, la media a 10 anni è scesa costantemente sotto i 100 (minimo 88). Solo però negli ultimi anni i numeri evidenziano un calo significativo. Minimi record sono il 2010 (72 vittime)[3], 2011 (81)[4] e 2012 (64)[5]. Nel 2013 il numeroè tornato a salire (ben più di 100). La speranza è che la tendenza rimanga in costante calo. Diverse ipotesi spiegano il calo negli ultimi anni. Dal momento che la formazione delle squadre RIT è iniziata nei primi anni 90, verrebbe da dire che in base alle statistiche non ha avuto alcun effetto sino al 2009. Una chiave di lettura potrebbe essere che la formazione ha evidenziato i suoi effetti benefici in un quadro più ampio di maggiore formazione ai singoli vigili del fuoco (incremento della sicurezza personale).

Negli Stati Uniti la maggiore attenzione è stata posta sulle tattiche, sugli strumenti e sulle competenze. In Europa invece si è indagato e studiato il comportamento dell’incendio per poi insegnarlo ai vigili. L’idea generale è che per battere il tuo nemico, è necessario conoscerlo e capirne le dinamiche. Su ogni lato dell’Atlantico i vigili del fuoco hanno seguito il percorso che si credeva essere l’unico e il migliore. Ma recentemente stiamo assistendo, su entrambe le sponde, a dei passi per combinare alcune elementi di entrambi gli approcci. Credo che questo approccio più completo, “il meglio dei due mondi”, sia il migliore. Con buone opportunità di apprendimento per entrambi i continenti. Negli USA i vigili del fuoco sono spesso meglio addestrati ad effettuare i fori di ventilazione, nella realizzazione di ingressi forzati, nella movimentazione di manichette in media pressione ecc…

Noi (Europa), d’altra parte siamo più esperti nel “leggere” (leggi: saperne interpretare le dinamiche) il fumo, nel prevedere lo sviluppo dell’incendio, nell’ottimizzazione dell’uso dell’acqua, ecc… Ma con la recente evoluzione degli edifici (certificazioni energetiche e case passive) noi (Europa) abbiamo appurato che talvolta è necessario realizzare dei fori di ventilazione. Questo assieme al fatto che è abbiamo scoperto che è meglio entrare protetti con le pesanti manichette da 45 (al posto dell’alta pressione molto diffusa in Belgio e centro Europa ndt). Ma a questo punto siamo in grado di gestirle correttamente? Beh, i nostri colleghi oltre oceano sono talmente abituati a tali pesi e dimensioni che userebbero la nostra alta pressione solo per dare acqua ai fiori…

All’inizio RIT era sinonimo di una squadra che doveva permanere in standby. Ben addestrata, in ottima forma e con attrezzature speciali che permettessero di aiutare eventuali vigili che si dovessero trovare in difficoltà. Nel tempo vi è stato un mutamento: da squadra che interviene in caso di problemi a elemento di prevenzione. Il suo ruolo è quindi più attivo: monitorare costantemente la situazione alla ricerca di potenziali pericoli, creazione di eventuali uscite d’emergenza…

Approcciando il problema da un punto di vista scientifico, giungono questo tipo di critiche: non abbiamo bisogno del RIT, piuttosto impariamo a non metterci nei guai. Si è portati ad affermare che il RIT non è utile. Io credo che questo non sia del tutto vero. Ci sono una serie di variabili (il classico: dipende da…..) che influenzano lo sviluppo di un incendio. Lo studio dello sviluppo degli incendi è una scienza che è compresa abbastanza bene in Europa, in questi ultimi tempi lo sta diventando anche negli USA. Ma nel mondo reale, le situazioni non sono standardizzate e prevedibili al 100%. Nel frattempo leggiamo molti di questi rapporti sui fallimenti durante le operazioni dei RIT. Ma potrebbe essere che raramente abbiamo la possibilità di leggere i rapporti di quelle operazioni terminate con successo, o ancora meglio non abbiamo la possibilità di misurare (quantificare) il miglioramento delle capacità individuali apprese durante i corsi RIT. Forse è proprio questo cambiamento nell’approccio del RIT (da reattivo a preventivo) che sta comportando una diminuzione dei LODD. Non necessariamente attraverso salvataggi spettacolari, ma piuttosto grazie ad un addestramento migliore e una consapevolezza maggiore. E questo ci porta ad avere una buona predisposizione nei confronti di questo tipo di formazione. Se si considera di cominciare una formazione RIT si deve tener presente che tutto comincia dal formare ogni singolo vigile. È responsabilità dell’istruttore formare il vigile sull’importanza della propria sicurezza.

I sette moduli proposti sono:

  • Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  • Tecniche di salvataggio;
  • Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  • Uso della termocamera;
  • Tecniche di ricerca in grandi volume;
  • Autosoccorso;
  • Precetti del RIT.

 

Molti di questi argomenti non sono ben conosciuti dai vigili del fuoco europei. Quando vengono proposti nei corsi RIT, molto spesso vi sono persone che hanno delle perplessità. Ma se proponessimo ognuno di questi argomenti come singolo modulo, chi potrebbe essere contrario? La domanda successiva diventa quindi, da dove partiamo? Questo è il punto cruciale. In ogni tipo di formazione vi è un punto d’inizio, successivamente si prosegue passo-passo. L’ipotesi di fornire tutte le informazioni tutte assieme è foriera di un probabile insuccesso, abbiamo la necessità invece di dare solide basi (conoscenza, procedure, modalità addestrative…), solo così si potrà rendere questa formazione attuabile nella realtà.

Le basi per un buon RIT sono le fondamenta della formazione iniziale per ogni vigile del fuoco. Ogni vigile del fuoco (qualsivoglia sponda dell’oceano provenga) deve comprendere l’evoluzione dell’incendio per poter avanzare nella formazione. Egli deve essere in grado di comprendere cosa sta fronteggiando e quale potrà essere la sua evoluzione. Deve saper attuare le giuste contromisure in funzione dell’evento in corso, utilizzare un’attrezzatura piuttosto che l’altra (alta pressione, media pressione, ecc). Nel caso in cui non sia possibile affrontare direttamente la situazione, bisogna saperlo riconoscere ed approntare una strategia difensiva. Noi vogliamo dei vigili che siano in grado di leggere e interpretare le condizioni del contorno attuando così le opportune contromisure. Per poter essere in grado di farlo, determinate azioni devono essere degli automatismi. Non si deve pensare a come maneggiare la propria lancia quando si decide di effettuare il raffreddamento dei fumi (gas cooling). Lo si deve fare velocemente e correttamente senza pensarci. Deve essere un riflesso automatico, in altre parole bisogna spostare queste competenze dalla conoscenza-cosciente alla conoscenza-incosciente. Vi è un unico modo perché ciò avvenga, addestramento costante e continuo. Ve lo immaginate se doveste pensare come fermare la vostra macchina per non investire un pedone che vi attraversa la strada? No, perché istintivamente portate il piede sul pedale del freno e lo premete a fondo! E se siete ben addestrati farete anche una manovra evasiva. Un vigile del fuoco deve essere correttamente formato su come salvaguardare la propria sicurezza e le misure di autosoccorso altrettanto bene di come sa guidare la propria auto. E questo vale anche per i DPI e i sistemi di comunicazione. Un vigile del fuoco deve poter operare senza difficoltà con DPI completi e autorespiratore. Deve essere una cosa naturale. Quanti corpi possono ammettere di addestrare abbastanza i loro vigili per raggiungere questo livello? Quanti riescono a costruire degli automatismi nell’utilizzo della lancia? Vi è una difficoltà oggettiva per ogni formatore di rendere la formazione, interessante, motivante e divertente. Ad essere onesti, quale cosa salta immediatamente all’occhio quando si effettua la formazione nei container? La risposta è: una scarsa abilità nell’uso della lancia. Se si parte per la guerra, bisogna sapere come sparare, ricaricare e manutentare la propria arma ad occhi chiusi. Se i propri soldati non posseggono queste competenze, vi sono forti probabilità di perdere la guerra. Deve essere la stessa cosa con la lancia e le altre attrezzature che si utilizzano. L’uso dell’autorespiratore deve essere un automatismo. Bisogna poter contare sui propri riflessi condizionati in caso di problemi.

Per troppi vigili del fuoco si tratta ancora di qualcosa che li infastidisce. Perché è pesante, la respirazione non è così facile, la visione è limitata, risulta difficile comunicare… In altre parole, prima ancora di conoscere il proprio compito, la gran parte della nostra attenzione è occupata da come utilizzare la lancia, dall’autorespiratore e da aspetti pratici. Inoltre dal momento che in intervento vi è una grande scarica adrenalinica, quale “potenza di calcolo” rimane al nostro cervello per poter fronteggiare eventuali situazioni d’emergenza? Ed è esattamente questo quello che vogliamo incrementare. L’obbiettivo è di “liberare” parte della nostra attenzione cosciente, rendendo automatiche le azioni che possono diventarlo. Obbiettivo ambizioso ma perseguibile.

Anche con le migliori competenze disponibili l’incendio talvolta resta un evento imprevedibile. Sarebbe stupido non prepararsi ad affrontare un eventuale problema che potrebbe accadere ad un vigile. E questo non è detto che sia uno di quegli eventi ai quali è impossibile sopravvivere. Potrebbe benissimo essere uno di quegli incidenti che non entrano a far parte delle statistiche. Un incidente in cui l’implementazione delle tecniche e delle procedure RIT permetterebbero di trarre in salvo il collega in difficoltà. Poniamo il caso in cui durante un incendio di civile abitazione un vigile finisca in un buco del pavimento e cada in un seminterrato. Vi è la presenza di fumo, le scale sono inaccessibili e l’incendio sta avanzando verso dove giace il vigile. Per render le cose peggiori, nella caduta si è rotto una gamba. Come possiamo fare per aiutare il nostro collega? Alcune azioni devono essere intraprese; individuando esattamente questi pezzi di puzzle appare chiaro quale tipologia di formazione dobbiamo perseguire.

Prima di tutto il vigile in difficoltà deve sapere come mantenere la calma ed inviare una richiesta d’aiuto comprensibile. Appare chiaro quindi che la prima cosa da insegnare ai nostri vigili siano le tecniche di sopravvivenza. In questo modulo vengono insegnate le procedure di Mayday e di come posizionarsi nel posto migliore per aumentare le possibilità di essere rinvenuto. Inoltre vengono suggeriti degli accorgimenti per orientarsi e per aiutare le squadre RIT.

Successivamente il vigile ha la necessità di aumentare il tempo a disposizione prima di finire l’aria. Deve restare calmo il più possibile in modo da preservare quanta più aria possibile. L’unica cosa che la squadra RIT ha bisogno dopo aver ricevuto il Mayday è il tempo per raggiungere il vigile in difficoltà. L’unico che può agire su questo elemento è colui il quale ha lanciato il Mayday. La gestione dell’aria non è compatibile con azioni dispendiose (correre, saltare, ecc) ma con azioni effettuate con calma. La ricerca di una possibile via d’uscita, la decisione di attendere la squadra di soccorso, sono decisioni da prendere considerando la riserva d’aria. Si tratta di imparare cosa fare e cosa non fare.

È un fatto risaputo che il sapere come lanciare un “buon Mayday” fa letteralmente la differenza tra la vita e la morte per un vigile in difficoltà.

Ogni vigile del fuoco in servizio attivo dovrebbe effettuare questo training. Ogni IC (Incident Commander) dovrebbe essere formato su come rispondere ad un evento di questo tipo. Altrimenti le squadre RIT sarebbero inutili. Con le conoscenze imparate nei corsi di gestione dell’aria e di tecniche di sopravvivenza, i vigili del fuoco imparano ad incrementare il tempo a disposizione delle squadre di soccorso. La prima cosa che una squadra RIT deve portare con se è un “pacchetto di tempo”, cioè bombole d’aria per aumentare l’autonomia del vigile in difficoltà.

Altra cosa sulla quale addestrarsi è come arrivare alla vittima. Alcune tecniche individuali sono impartite durante il corso di tecniche di sopravvivenza. L’effettuarle in coordinazione assieme agli altri componenti la squadra è però un’altra cosa. Inoltre è utile portare con se una termocamera. Ultimo, ma non meno importante, vi potrebbe essere la necessità di forzare l’accesso al luogo dove si trova il vigile. Una volta individuato i componenti la squadra devono dimostrare capacità nelle seguenti competenze:

  • Approccio alla vittima;
  • Identificazione;
  • Controllo dei parametri vitali;
  • Fornire fornire aria se necessario;
  • Prepararsi per l’evacuazione.

 È molto improbabile che la prima squadra RIT sia quella che porterà all’esterno la vittima. Una volta che la squadra RIT è utilizzata per un SAR (Search & Rescue, ricerca e salvataggio ndt), l’IC abbisognerà di due o più RIT. Il primo comincerà le operazioni di ricerca mentre un secondo sarà necessario per le altre squadre che stanno operando sull’incendio[6]. In base alle ricerche effettuate a Phoenix e Seattle si può dire che il numero totale di componenti le squadre RIT è di 11 (Seattle) o di 12 (Phoenix)[7]. Una volta che la prima squadra RIT comincia la ricerca all’interno, un secondo team dovrà essere in standby. Quest’ultimo entrerà per preparare la vittima per l’evacuazione. Questo significa predisporre la vittima. L’autorespiratore può essere usato come appiglio per rimuovere l’infortunato.

Sulla base di queste considerazioni si possono approntare quattro moduli formativi:

  1. Gestione dell’aria e tecniche di sopravvivenza;
  2. Entrata ed uscita usando tecniche non ortodosse;
  3. Tecniche di soccorso;
  4. Uso della termocamera.

 

Ogni singolo modulo in se, rappresenta un surplus per ogni vigile del fuoco. Ogni operatore deve avere un ottimo livello di confidenza con gli autorespiratori (1), essere abile nel forzare l’apertura di porte o nel creare vie d’uscita alternative(2). La termocamera è un attrezzatura disponibile in molti corpi, bisogna imparare ad usarla correttamente(4). Le tecniche di soccorso che si impareranno risulteranno molto utili in caso di soccorso di eventuali vittime civili (3).

Questo significa che questi 4 moduli possono essere visti come un estensione successiva alla formazione iniziale. Le competenze devono essere addestrate regolarmente, Le squadre RIT, non devono rappresentare il motivo principale, ma lo deve essere la volontà di diventare dei vigili migliori.

  [1]From NBC5, Dallas Fort Worth, “Close call for Highland Park firefighters” by Greg Janda, Jan 1 2014   [2]  http://www.firefighternearmiss.com report number: 07-0000890 [3] From NFPA, 2010 Firefighter Fatalities in the United States. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2011 [4] From 2011 LODD stats (The Secret List), January 3, 2012 Hey (USA). [5] From NFPA, Firefighter Fatalities in the United States, 2012. Author(s): Rita Fahy, Paul LeBlanc, Joseph Molis Published on July 1, 2013 [6]  The development and use of rapid intervention teams for the Chelmsford, MA. Fire department. By John E. Parow, Fire Chief Chelmsford Fire Department Chelmsford, MA [7] From Too Little, Too Late by Gary Morris Thu, 2005-09-01

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...