Live Fire Training- Perché l’addestramento per essere efficace deve riprodurre il più possibile la realtà interventistica

Le seguenti osservazioni, delle quali mi assumo la responsabilità, sono scaturite dall’ascolto dell’intervento di Shan Raffael – Queensland Fire & Rescue Service, registrato al F.I.R.E symposium at FRTC in Frankfurt in 2013, alle conversazioni intercorse con l’ing Mirko Sebastiani – Servizio Antincendi e Protezione Civile della Provincia Autonoma di Trento, e dalla partecipazione all’IFIM (International Fire Instructor Meeeting) 2013 in Skovde.

Qual è l’addestramento che garantisce la sicurezza maggiore ai vigili del fuoco? Quali sono gli elementi che lo caratterizzano? È funzionale allo scopo prefisso che un training si avvicini alla realtà, rischi compresi?

A seguito dell’evoluzione delle norme di prevenzione, e dell’aumento della sensibilità nei confronti della protezione dei beni, si sta registrando una drastica diminuzione degli incendi. La cosa è assolutamente positiva, dal momento che tutti noi siamo cittadini prima che vigili del fuoco. L’unico risvolto negativo che si registra, è che non si può più contare sull’interventistica per creare delle solide basi di conoscenza. Proviamo a quantificare il numero di interventi ai quali è ipotizzabile che un vigile vi prenda parte. I dati che seguono sono riferiti agli USA[1]:

                    1.1 Million Firefighters

                    10 Million Structure Fires in 20 years (1990-2010);

                    Average of 10 fires as first due in 20 year career (first due ha il significato di: prima squadra in intervento).

                    Typical career:

                     5 years on engine (3 fires);

                     5 years on truck (2 fires);

                     5 years as officer (3 fires);

                     5 years as chief (2 fires).

Dai dati sopra menzionati appare chiaro che, mediamente si prende parte in maniera attiva (quindi non come autista della botte di rincalzo, non per effettuare la ricerca delle cause d’incendio, non per l’attività di PG, non altre attività collaterali), a circa 10 incendi in 20 anni di carriera. Con questi numeri è impossibile assicurarsi delle solide basi. Ci saranno sicuramente delle eccezioni, qualcuno più (meno) fortunato ha una media d’interventi più elevata. Resta comunque il fatto che, dal momento che questi sono dei valori medi, se qualcuno prende parte ad un numero maggiore d’interventi, ne consegue che qualcun altro avrà dei numeri ancora inferiori….

Sulla base delle considerazioni sopra esposte, si può quindi affermare che, la preparazione necessaria per affrontare gli incendi può scaturire esclusivamente sulla base della formazione impartita. Lo zoccolo duro della formazione del vigile, dovrà mutare da base prevalentemente esperienziale a prevalentemente a base formativa[2]. Una formazione che, per essere efficace deve riprodurre la realtà nel modo più fedele possibile.

Se andassimo indietro nel tempo, scopriremmo che già Aristotele ebbe a dire che: Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendo[3]. Non ci sono quindi scorciatoie o altre vie, se si vuole che un vigile del fuoco arrivi preparato ad affrontare un incendio, egli deve averlo affrontato ancora.

Come ci si può addestrare ad un evento che per la sua stessa natura è distruttivo e denso di pericoli? Prendiamo ad esempio una categoria di lavoratori che ha affrontato questo sfida prima di noi, i militari (penso sia ovvio che essi non possano scatenare una guerra solo per “imparare a farla”). Da un analisi della situazione è emerso che un soldato deve operare in una vasta gamma di ambienti estremamente ostili. Questi possono variare dalla giungla, terreno alpino, deserto, palude, ecc.  Per operare efficacemente in questi ambienti, deve essere impartita a loro, non solo una solida conoscenza teorica di quali pericoli possono aspettarsi e come sopravvivere ad essi, ma devono soprattutto fare pratica in a questi ambienti ed effettuare esercitazioni realistiche. Il risultato finale di un addestramento realistico non è solo un aumento di efficienza, ma una riduzione delle vittime del campo di battaglia[4].

La risposta alla domanda originale sarà quindi: ricostruire il più fedelmente possibile la realtà. Dal momento che è un operazione fatta a tavolino, si possono prendere in esame tutte le variabili, elevando al massimo il livello di sicurezza e massimizzando l’aspetto didattico. Resta sempre il fatto che essa non sarà mai un’attività a rischio zero.

Come si combina questa politica formativa con la realtà delle leggi sulla sicurezza negli ambienti di lavoro? Negli ultimi anni in Italia vi è stato un aumento notevole nella sensibilità nei confronti degli infortuni sul lavoro. Si è passati da una situazione ante 626 dove vi erano delle effettive lacune nei confronti della sicurezza negli ambienti di lavoro allo stato attuale post D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81 dove si assiste ad una sorta di caccia alle streghe (a seguito di un infortunio la priorità è trovare un colpevole che deve pagare, più che capire perché è avvenuto). In conseguenza di ciò, i succitati provvedimenti hanno avuto un effetto deleterio sulla qualità degli addestramenti. Chi si prenderà la responsabilità di disporre che venga svolta una formazione operativa, dove sia contemplato un minimo di rischio?

Proviamo a dare un occhiata cosa succede in giro per il mondo, in Gran Bretagna per esempio. Il Servizio Antincendi in Gran Bretagna opera sotto l’egida di tre normative principali, che forniscono le basi per la realizzazione della formazione operativa:

1.Section 1(1)b of the Fire Services Act 1947,

2.The Management of Health and Safety at Work Regulations, 1992,

3. Section 2(1) of the Health and Safety at Work Act, 1974.

Tali normative riconoscono che i vigili del fuoco sono spesso chiamati a lavorare in ambienti estremamente pericolosi e che vi è la necessità di un addestramento realistico per assicurare che essi siano in grado di reagire nel modo più appropriato per garantire la loro sicurezza e quella dei colleghi.

Quello che segue è la sommaria traduzione di un estratto tratto da: The Home Office Health and Safety publication “Training for Hazardous Occupations”, HSE OP8[5].

Talune attività che i vigili del fuoco sono chiamati a svolgere possono intimorire. Spesso devono lavorare in altezza, essere esposti a fumo e calore e talvolta devono infilarsi in spazi angusti per portare soccorso. Solo una precedente esposizione a questi pericoli, a queste paure, permetterà di interiorizzare l’approccio migliore per operare in questi contesti. Ciò farà sì, che egli non si trasformi da soccorritore a vittima. Esercitandosi assieme alle persone con le quali ci si troverà ad operare, si acquisirà la necessaria fiducia reciproca. Si potrà contare sul fatto che i colleghi sapranno prendersi cura gli uni gli altri in situazioni pericolose. Si ha bisogno di sapere che, se viene impartito un ordine da parte di un superiore, egli avrà precedentemente considerato la sicurezza degli operatori. Il vigile deve anche essere sicuro che il compito che gli è stato assegnato rientra tra le proprie capacità, se affrontato con la giusta consapevolezza. Ognuno di questi aspetti, il controllo della paura, e la fiducia in se stesso e nei propri colleghi e superiori può essere sviluppato in addestramento, ma solo se la formazione è effettuata in condizioni realistiche, che potrebbero esporre il vigile del fuoco a rischio.

Vi è una forte riconoscimento del fatto che il datore di lavoro ha l’obbligo legale di formare il personale per affrontare le situazioni di pericolo in cui si possa trovare. L’addestramento realistico, con un rischio ragionevole e attentamente valutato, è essenziale per garantire che i vigili del fuoco siano in grado di reagire in modo adeguato e sicuro agli eventi estremi ai quali sono esposti[6]. Come si può notare siamo lontani anni luce dalla realtà italiana, dove a causa di una legge imperfetta e utilizzata come un paravento (Dlgs. 81), si cercano colpevoli invece di fare sicurezza.

Le valutazioni del legislatore Britannico sono completamente condivisibili. Si fa molta più sicurezza se ci si prepara nel giusto modo in “tempo di pace”, che doversi improvvisare in “tempo di guerra”. Purtroppo però, per affermare ciò, deve esserci una reale cultura della sicurezza. È molto più facile per il burocrate medio Italiano attenersi in forma pedissequa alla legge, impedendo di fatto la realizzazione di una preparazione efficace, piuttosto che prendersi delle responsabilità personali. Tanto poi, quando si è in intervento vi è una sorta di ombrello (fasullo) che permette di bypassare i dettami della legge. Qual è il vero problema? Che in quei casi bisognerà improvvisare, dal momento che ci è stato impedito di arrivare preparati ad affrontarlo.


[1] LACo_NIST_UL_Redmond_Workshopr_1

[2] ing Mirko Sebastiani- comunicazione personale

[3] Ed Hartin IFIM 2013

[4] Shan Raffael in un articolo su Firetactics.com

[5] Health and Safety Executive è un istituzione Britannica con funzioni esecutive e normative, istituito ai sensi della salute e sicurezza sul lavoro nel 1974. È patrocinato dal Dipartimento per il Lavoro e le Pensioni. La funzione primaria è quella di garantire la salute, la sicurezza e il benessere delle persone nei luoghi di lavoro e proteggere dai rischi per la salute e la sicurezza da attività lavorativa. È responsabile per la regolamentazione della salute e della sicurezza sul lavoro in Gran Bretagna e opera in partenariato con le autorità locali. HSE è anche responsabile della regolazione dei rischi per la salute e la sicurezza derivanti da attività di lavoro nel settore petrolifero e del gas offshore del Regno Unito

[6] Shan Raffael in un articolo su Firetactics.com

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